venerdì 14 febbraio 2020

Fano T. Fortuna prosa Otto donne e un mistero



Fano Teatro della Fortuna
Otto donne 
e un mistero
commedia thriller tutta al femminile


















7 febbraio 2020

Recensione di Giosetta Guerra

Otto donne di differenti generazioni appartenenti a una ricca famiglia francese si preparano al Natale in una grande villa di campagna, lontana dalla città, quando una di loro, aprendo la porta di una camera al piano superiore, scopre il corpo esanime del capofamiglia Marcel con un pugnale conficcato nella schiena.
Panico totale. Impossibile chiamare la polizia, perché i fili del telefono sono tagliati, impossibile raggiungere la città perché l’automobile è stata manomessa. Nessuno può essere entrato perché la villa è isolata dalla neve. Solo una delle otto donne può essere l’assassina.
Cominciano le indagini, escono confessioni scomode, vengono a galla segreti, ambizioni, desideri e sentimenti sempre celati, piovono accuse, si scoprono personalità diverse e ci si rende conto di quanta ipocrisia, omertà e sfiducia ci siano in quelle persone, incapaci di relazionarsi col cuore.
La stessa morte del capofamiglia è frutto di una macchinazione segreta perpetrata da Catherine, la figlia minore, la quale in accordo con il padre ha simulato un assassinio per avere delle conferme.
E tutte ci sono cascate e tutte hanno rotto il freno del silenzio, tanto ormai Marcel non poteva più sentire.
E invece no, Marcel le sente e come. Dietro la porta di quella camera lui, vivo e vegeto, ascolta tutto, scopre il groviglio di vipere che soffoca la sua famiglia e prende una decisione. Infatti, quando la ragazza svela la sua macchinazione lasciando tutte congelate, la porta della camera si apre e, prima che Marcel esca, si sente un colpo di pistola. Si uccide, lo uccidono, o è ancora una finzione? Boh! Mistero. Pirandello docet.
Questa commedia thriller di Robert Thomas del 1968, tradotta da Anna Galiena, con l’adattamento di Micaela Mino, e prodotta da La Pirandelliana, Compagnia Molière, ABC Produzioni, necessita di interpreti di alto livello per tenere il pubblico costantemente sul filo del rasoio.
E qui c’è un cast di bravissime attrici: Anna Galiena Gaby, Debora Caprioglio Augustine, Caterina Murino Pierrette, Paola Gassman Mamy, Antonella Piccolo Sig.ra Chanel, Claudia Campagnola Suzanne, Giulia Fiume governante della casa e Louise, Mariachiara Di Mitri Catherine, che, dirette dal regista Guglielmo Ferro, entrano con sarcasmo nei singoli personaggi esasperandone le peculiarità e tengono alta la suspence con ritmo serrato e sostenuto.
La figura centrale è la vecchia signora della villa, suocera di Marcel, un’irriconoscibile Paola Gassman interpreta con padronanza scenica questa figura inquietante, assassina del marito, che bara sul suo stato di salute, seduta sulla sedia a rotelle, che alla fine abbandona e cammina e nasconde i suoi averi per non aiutare suo genero.
Impressionante è la trasformazione della zitella Augustine, sorella di Gaby, finta malata di cuore e odiatrice degli uomini, pur circuendo suo cognato: da introversa, acida, nevrastenica, invidiosa e malvestita “badante” della madre a una prorompente donna sexy come è in effetti la Caprioglio, un personaggio complesso che l’attrice delinea con dovizia di particolari e rendendo stupefacente il cambiamento. Anna Galiena è un’elegante e distaccata padrona di casa, moglie adultera di Marcel, nonostante lui mantenga in casa anche la sorella e la madre di lei, che scopre di dividere il suo amante con Pierrette, la sorella di suo marito. Caterina Murino rende bene l’ambiguità di Pierrette, sorella ritrovata della vittima, ex spogliarellista con debiti saldati dal fratello. Giulia Fiume incarna con maestria il personaggio subdolo della governante servizievole e cinica, amante di Marcel e segretamente innamorata della di lui moglie Gaby. Claudia Campagnola è una dinamica e variegata Suzanne, presunta primogenita di Marcel, che conduce il ritmo della pièce, improvvisandosi ispettrice di polizia e sconvolgendo drasticamente la famiglia con la confessione choc di essere incinta del presunto padre. Mariachiara Di Mitri interpreta agevolmente il ruolo di Catherine, la figlia minore di Gaby e di Marcel. Antonella Piccolo entra bene nel carattere contorto della Sig.ra Chanel, cuoca e governante, amante di Pierrette e gelosa dei rapporti di quest'ultima con Marcel.
Insomma un vero manicomio. 
Tutte le attrici rispettano il meccanismo di questo dramma noir studiato per captare l’attenzione del pubblico, con un dialogo serrato e colpi di scena, tengono alta la suspense della struttura drammaturgica senza tralasciare la veste sarcastica e comica dell’ingranaggio.
La scenografa Fabiana Di Marco costruisce un interno imponente in legno su due piani, diviso in vari ambienti arredati, dall’atmosfera un po’ inquietante, tipo Arsenico e vecchi merletti; il disegno luci di Aliberto Sagretti rispetta il clima sombre della pièce, i costumi ideati da Françoise Raybaud sono di foggia retrò. Le musiche di Massimiliano Pace completano l’allestimento.
Bello, coinvolgente, di grande presa.
Il pubblico, che non ha battuto ciglio per tutto lo spettacolo, ha fatto un salto sulla sedia al colpo di pistola finale. 










martedì 4 febbraio 2020

Fano Teatro Fortuna Concerto FORM


Fano, Teatro della Fortuna 




Di Giosetta Guerra


Per inaugurare le celebrazioni dei 250 anni dalla nascita di Beethoven, la FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana porta in palcoscenico al teatro della Fortuna di Fano la Sinfonia n. 1 in do magg., op. 21, eseguita per la prima volta a Vienna nel 1800, e le musiche di scena composte da Beethoven per l’Egmont di Goethe, dramma ispirato alla lotta eroica del famoso condottiero fiammingo contro la tirannide.
I quattro movimenti della Sinfonia offrono una vasta gamma di temi e di combinazioni timbriche, che La FORM – Orchestra Filarmonica Marchigiana, sotto la guida del M° Beatrice Venezi, esegue con maestria.
La compattezza orchestrale sia nella tensione dei suoni densi e corposi con arcate fitte e intense sia nella delicatezza delle mezze voci caratterizza il primo movimento Adagio molto-Allegro con brio.
L’attacco delicatissimo degli archi dà il via al secondo movimento, Andante cantabile con moto, cullante nel suo tempo di danza, con suono armonioso dell’orchestra, guidata da un bel gesto circolare del direttore, come insegna il M° Muti.
L’orchestra s’immerge nel trascinante scherzo del terzo movimento, velocizzando il Minuetto: Allegro molto e vivace, imperioso poi variegato, e il direttore scandisce col movimento delle dita della mano sinistra i suoni sottili dei violini.

Nel quarto movimento, Adagio - Allegro molto e vivace, l’alternanza di leggerezza e potenza, le volatine dei violini, le arcate decise dei violoncelli, la sincronia delle arcate conducono alla pienezza pastosa del tutto orchestrale nell’imponente finale.



Per l’Egmont, musiche di scena per la tragedia di Johann Wolfgang von Goethe, op. 84, entra in campo la voce recitante di Saverio Marconi, attore e regista teatrale noto per i suoi musical con la Compagnia della Rancia, che narra il coraggio e la sfortunata storia d’amore del Conte Egmont principe delle Fiandre, innamorato senza essere riamato, e che introduce i lieder cantati dal soprano Angela Nisi con bel timbro vocale e suoni scanditi e sonori, acuti pieni e gravi consistenti in contrasto con la minutezza della persona, bella messa di voce e buona impostazione vocale. In quel contesto tutto nero avrei scelto un bell’abito rosso per il soprano, invece era vestita di nero anche lei.

Imponente la resa orchestrale nell’esprimere l'eroismo, la tensione, la tristezza, il sacrificio, l’impegno militare, messi in rilievo dalla musica di Beethoven.



















Beatrice Venezi, la bella e brava direttrice dalla capigliatura scenica, si è messa in luce per il gesto largo e l'elevazione delle lunghe braccia, la rotondità dei movimenti, la precisione nel dare gli attacchi, l’immersione totale nella musica che ondeggia anche tra i lunghi suoi capelli biondi. Il lungo abito nero con ornamenti bianchi sul fianco sinistro ha dato la giusta immagine femminile al direttore d’orchestra. (Io avrei evitato le scarpe bianche in contrasto con le calze nere).

Un concerto gradito dal pubblico.


 

sabato 1 febbraio 2020

Fano Teatro Fortuna CARMEN


Fano, Teatro della Fortuna

CARMEN di Georges Bizet 

Opéra-comique in quattro atti in lingua originale con sopratitoli in italiano.
Libretto di Henri Meilhac e Ludovic Halévy dalla novella omonima di Prosper Mérimée

vista e ascoltata da Giosetta Guerra

La morte di Carmen, uccisa due volte: da Josè e dal regista.

Iniziare l’opera con il finale annulla il gusto della scoperta.
Il regista apre il sipario sul cadavere coperto di Carmen disteso sopra una pedana centrale transennata e su questa premessa delinea il clima dell’opera, che è presentata priva di colore, di ardore, di passione, di luce.
La presenza della pedana per tutta la prima parte relega ai margini le masse corali e impedisce ai bambini di “marcher à tête haute”. Tutti “fermi ed immobili, come le statue”, in fondo o ai lati del palcoscenico o su due alte finestre laterali (questo delle finestre non è male). Il regista annulla il colore spagnolo, le atmosfere gitane, elimina le danze di seduzione di Carmen, le nacchere, i fiori, il vigore delle sigaraie che escono da una porta laterale con calma, l’entusiasmo dei militari che le attendono impalati attorno alle transenne. Tutto è flemmatico e senza brividi.
La cappa funerea cala sulla scena, scura, tetra, annebbiata con l’uso del velatino, sì da rendere difficile la visibilità degli ambienti e delle figure. Non si vede o non si capisce se e quando Carmen lancia il fiore a Josè, se lui le allenta i nodi per permetterle di fuggire;
 
la taverna di Lillas Pastia è un po’ confusa e Carmen non danza sopra i tavoli, ma canta appoggiata al muro e un’altra prova a fare qualche mossa di danza, lei dice che danzerà per lui invece apparecchia; la scena delle carte, ancor più buia, non ha nulla di drammatico, non si capisce chi canta se non si conosce l’opera, e una scena così forte passa indifferente senza un minimo applauso. 
Invece della montagna c’è un grande magazzino, naturalmente poco illuminato, come nascondiglio dei contrabbandieri. 
Nel Finale c’è un coro nero raggruppato con mascherina bianca in mano e i due protagonisti reggono una marionetta.




Gli abiti sono vintage e spenti, lontani dalla foggia spagnola. La protagonista ha prima un vestitino leggero corto, uno spolverino bianco e stivali rossi, poi un abito scuro e un velo nero in testa; Micaela ha un tailleur incolore, le sigaraie son vestite di bianco come le infermiere, Josè e Zuniga indossano un impermeabile.
Regia Paul-Émile Fourny, Scene Benito Leonori, Costumi Giovanna Fiorentini, Luci Patrick Méeüs.

Se a Carmen si toglie il tipico colore spagnolo, deve avere interpreti eccezionali. Invece…
Mireille Lebel è una bella ragazza, ma in penombra 
non si nota, ha una buona estensione vocale, 
ma le note arie, Habanera e Seguidille, 
non hanno nulla di seducente o di stuzzicante nella voce e nel gesto, non sono emerse particolari capacità drammatiche e neanche la sensualità; il colore mezzosopranile è adatto al ruolo, ma lei sussurra, gonfia i suoni e alla fine perde la fermezza.




Il tenore Enrico Casari (Don Josè) ha voce corta e poco ferma, ingolata in acuto, col rischio sfiorato di spezzarsi. Canta La fleur col fil di voce tremolante, esplosione acuta e filatino in falsetto.

Anna Bordignon (Micaëla) è un sopranino che gestisce meglio la tessitura acuta e in quella grave affievolisce i suoni.
Sergio Foresti (Escamillo) ha buona voce di baritono, Giacomo Medici (Morales) ha un mezzo vocale di medio calibro, Andrea Tabili (Zuniga) è un basso dalla voce roboante da raffinare. Corretti Le Dancaïre di Tommaso Caramia, Le Remendado di Vasyl Solodkyy, la Frasquita di Margherita Hibel e la Mercédès di Martina Rinaldi.
I Pueri Cantores “D. Zamberletti” di Macerata cantano con sicurezza, ma hanno voci non impostate, maestro del coro di voci bianche Gian Luca Paolucci.
Il Coro del Teatro della Fortuna di Fano ha avuto tempi migliori, maestro del coro Mirca Rosciani.

La cappa scende anche sull’Orchestra Sinfonica G. Rossini, inizialmente senza elettricità, poi spesso pesante, si salvano fortunatamente gli intermezzi per orchestra sola, Intermezzo dell’Atto primo, Intermezzo Andantino quasi allegretto dell’Atto secondo, Intermezzo Allegro vivo dell’Atto terzo, dove il suono si addolcisce, il colore si definisce e il ricamo orchestrale si impreziosisce sotto il gesto rotondo della direttrice Beatrice Venezi.

Nuovo allestimento in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, l’Opéra-Théâtre de Metz Métropole, l’Opéra de Massy, l’Opéra de Reims et Centre lyrique Clermont Auvergne.

foto Luigi Angelucci

lunedì 20 gennaio 2020

PS T. Rossini Figlie di EVA prosa




  Stagione di prosa 2019-2020  




LE FIGLIE DI EVA
TRE DONNE ALLA RISCOSSA

16 gennaio 2020

Di Giosetta Guerra


Da circa un anno questo esilarante spettacolo, prodotto nel 2019 da Marioletta Bideri per Bis Tremila, gira l’Italia e finalmente è arrivato anche al Teatro Rossini di Pesaro, pieno fino al soffitto la sera della prima.
Tre donne e un giovanotto hanno incatenato il pubblico, che non poteva perdere neanche una battuta, per quasi due ore, strappando risate e applausi a scena aperta.
Non ci si poteva distrarre e non ci si voleva distrarre, perché battute argute e pungenti si susseguivano a raffica, tic e fobie si manifestavano all’improvviso, gag ed espressioni dialettali gonfiavano la tensione e i differenti caratteri si incrociavano e si sovrapponevano senza mai confondersi tra loro.
Il plot è leggero, ma il testo è scritto con sapiente ironia e calca la mano sulla caratterizzazione dei personaggi: Elvira è la segretaria tuttofare del sindaco, Vicky la moglie svampita del sindaco, Antonia la professoressa supplente affetta da sindrome di Tourette, che sta aiutando il figlio del politico a laurearsi, e un giovane attore bello e squattrinato che le tre donne ingaggiano come avversario politico del sindaco.
Maria Grazia Cucinotta, in minigonna o con lunghi abiti di paillettes oro brillante o con vestaglie sontuose bordate di piume, è Vittoria, ma si fa chiamare Vicky, la bella, ricca e vistosa moglie del sindaco, amante del gossip in tv e dello shopping, consapevole del suo ruolo di prima donna finché non scopre di essere stata più volte tradita dal marito, perciò vuole vendicarsi; Vittoria Belvedere con occhiali da vista, capelli corti, abiti modesti, aria spaesata, sacrifica il suo bell’aspetto per interpretare Antonia, la nevrotica insegnante ligia al dovere e alle regole che deve gioco forza trasgredire per non perdere il posto e non ce la fa più; Michela Andreozzi è perfetta nel ruolo di Elvira che tutto sa, tutto vede e tutto risolve, ma che è stanca di fare senza nulla avere. Tre donne che dipendono in modi diversi dallo stesso uomo, l’unico ad avere visibilità e importanza presso la gente, ma che in palcoscenico non compare mai.
Vi lascio immaginare cosa succede quando tre donne arrabbiate si mettono insieme con l’intento di demolire l’oggetto del loro malessere e della loro rabbia.
Non danno in escandescenze, ma tramano, ahimé.
Ingaggiano un giovane attore, interpretato dal bel Marco Zingaro, e lo manipolano, lo scrostano, lo ripuliscono, lo raffinano, lo manovrano, lo plagiano, lo istruiscono, lo sistemano, lo preparano, lo forgiano, fino a farlo diventare sindaco sbaragliando l’altro, ma alla fine lui si innamora della prof e non vuole fare il sindaco; per lui era stato solo un gioco, per cui si toglie la fascia e la fa indossare a Elvira, l’unica tra tutti in grado di occupare un ruolo di comando.
Se dietro un grande uomo c’è bisogno di una grande donna, la grande donna può benissimo occupare il posto del grande uomo senza aver bisogno di qualcuno dietro.
E le tre donne formano un partito chiamato “Le figlie di EVA”, che è l'acronimo dei loro nomi: Elvira, Vittoria, Antonia.
La più determinata e la più attiva delle tre è Elvira, interpretata da una incontenibile Michela Andreozzi con una comicità seriosa, tipo Franca Valeri al telefono e Geppi Cucciari in qualche battuta, ma in realtà l’attrice ha una sua linea recitativa che non ammette pause o esitazioni, entra con naturalezza nel fiume di parole e di energia del suo personaggio, che è anche frutto della sua penna essendo coautrice del testo insieme a Vincenzo Alfieri e Grazia Giardiello, scatenando più volte risate e applausi a scena aperta.
Maria Grazia Cucinotta fa bene la parte della svampita alla Minni Minoprio e dell’ingenua alla Sandra Milo, pavoneggiandosi nei sontuosi abiti di Renato Balestra.
Vittoria Belvedere delinea perfettamente il carattere della docente problematica, piena di paure e desiderosa d’amore.
Ben dotato fisicamente e scenicamente, Marco Zingaro si presta a questo gioco delle parti con recitazione spontanea e versatilità d’azione.
Naturalmente non mancano sferzate alla politica in riferimento alla situazione attuale.
Ad aumentare la comicità sono i tic delle tre donne: la segretaria ripete spesso “Elvira sa, Elvira vede, Elvira risolve, o Elvira non risolve”, Vittoria ogni tanto cade in catalessi, Antonia impreca e inveisce in calabrese in stile Antonio Albanese (e questo non mi è piaciuto).
Originale la divisione del palcoscenico in tre ambienti senza divisioni concrete, ma con tre porte d’accesso una diversa dall’altra e con un solo elemento caratterizzante: una scrivania per la segretaria, una cattedra per la professoressa, un divano al centro per la signora. Originale anche l’dea di far scendere dall’alto cartelli luminosi indicanti l’ubicazione della scena. Scene di Mauro Paradisi.
I costumi di Laura Di Marco rispecchiano le professioni: rigorosi per la segretaria, casual per l’insegnante, scintillanti e provocanti per la madama.
Il regista Massimiliano Vado è riuscito ad imbastire uno spettacolo estremamente divertente, azione frenetica, ritmo serrato e brillante, grazie anche a degli ottimi attori in grado di entrare nel meccanismo comico con grande serietà.
Ci siamo divertiti moltissimo. Grazie.

 







mercoledì 15 gennaio 2020

Fano Teatro della Fortuna-DON CHISCIOTTE, prosa




       Fano Teatro della Fortuna

   Don Chisciotte     


        20 dicembre 2019

        Visto da Giosetta Guerra         

«La follia è tanto superiore alla sapienza in quanto la prima viene dagli dei, la seconda dagli uomini» (Platone)

Sempre più frequentemente si mettono in scena non opere scritte per il teatro, ma sceneggiature tratte da film o da romanzi, forse per dare un’impronta più personale e più attuale ai testi o per far conoscere opere letterarie anche a chi non legge.

Per l’adattamento teatrale di questo Don Chisciotte Francesco Niccolini si ispira ovviamente al romanzo di Miguel de Cervantes Saavedra, ma focalizza la sua lettura sul carattere dei personaggi, dalla follia del visionario sognatore Don Chisciotte alla concretezza di Sancho Panza, un contadino ignorante attaccato al denaro ma capace di sognare. Don Chisciotte è un uomo colto sulla cinquantina che, leggendo romanzi cavallereschi e poemi eroici, si è costruito un suo mondo distante dalla sua  contemporaneità, con la convinzione e la determinazione di poter resuscitare il passato glorioso della cavalleria errante. In questo suo bizzarro progetto non può essere solo, perciò convince un contadino del posto, Sancho Panza, a diventare suo scudiero con la promessa di nominarlo governatore di un’isola.

Il camaleontico Alessio Boni entra col corpo e con la mente nei panni del cavaliere errante, capelli biondi ricci alti sulla fronte, armatura senza pretese (casacca bianca e calzamaglia rosa un po’ logora, gambali e accessori vari), maestoso in groppa al suo Ronzinante rotea la spada alla conquista del mondo, in preda alla follia si rotola a terra, recita tra le nuvole o appeso ad una corda, sbarra gli occhi verso il vuoto, si pone all’ascolto di rumori sospetti e in lontananza vede e sente eserciti di guerrieri arabi da sbaragliare, ma in realtà sono greggi di pecore belanti, lotta contro i mulini a vento scambiandoli per giganti dalle braccia rotanti, si figura un mondo incantato, dove compare una duchessa con gorgiera, capelli rossi ricci e vede Sancho sul trono della sua isola. Inveisce contro la chiesa nemica della cultura e attacca la processione di incappucciati in bianco con una statua sacra sopra una barella. Dà in escandescenze quando si accorge che gli hanno bruciato tutti i romanzi cavallereschi, colpevoli, secondo gli altri, del suo vaneggiare. 
La recitazione è per tutti piuttosto tesa a volte gutturale e di tono alto, per esprimere la rabbia, la forza, la determinazione. 

Un’eclettica Serra Yilmaz, attrice turca, interpreta il fedele e fiducioso scudiero Sancho Panza, umilmente vestito con pinocchietti larghi, casaccone scuro, pesante gilè e un cappellaccio a larghe falde sopra capelli blu cortissimi, che trascina camminando un asino di stoffa dentro cui è infilata. 



















Bassotta, grassotta, teatralmente fotogenica, ha accento straniero e usa verbi all’infinito, è una donna che dà credibilità e comicità a questo personaggio maschile al di fuori degli schemi.

Due donne affiancano idealmente o realmente i due girovaghi, la fantomatica nobildonna Dulcinea del Toboso, alias la contadina Aldonza Lorenzo, alla quale Don Chisciotte dedica le sue imprese e l’irosa moglie di Sancho che sbuca ogni tanto da dietro le quinte, come l’uccellino dell’orologio a cucù, ringhiando e latrando, come Cerbero, in dialetto calabrese.

Il terzo magnifico protagonista è Ronzinante, il cavallo di cartapesta dalle sembianze naturali, manovrato dal coraggioso Nicolò Diana, nascosto sotto la pancia, ma con le gambe ben visibili, che si porta sul groppone Don Chisciotte (sali, scendi, cammina) per tutto lo spettacolo.
Una trovata magistrale.

Con la drammaturgia di Roberto Aldorasi, Alessio Boni, Marcello Prayer e dello stesso Francesco Niccolini, il cavaliere errante da quasi un anno è in giro per i teatri d’Italia con una compagnia di specialisti, formata da Alessio Boni, Serra Ylmaz, Marcello Prayer, Francesco Meoni, Pietro Faiella, Liliana Massari, Elena Nico, Nicolò Diana.

La regia, condivisa tra Alessio Boni, Roberto Aldorasi e Marcello Prayer, opta per una presentazione a quadri narrativi con cambi a vista o con abbassamento delle luci. Pennellate di sarcasmo e d’ironia, ma anche presenze inquietanti come la classica morte con la falce, il malato agonizzante sul letto e voci fuori campo che recitano le litanie fanno da zoccolo duro della consapevolezza, dalla quale si stacca la geniale follia di Don Chisciotte.

Trovate sceniche geniali come il chiarore rossastro della pira dei libri visibile da uno squarcio del sipario semichiuso, o la grande pala di un mulino che compare davvero in palcoscenico nella lotta contro i mulini a vento, voci fuori campo, effetti scenici, tagli di luce, l’uso del controluce arricchiscono la scenografia minimalista di Massimo Troncanetti
La scena più illuminata avrebbe permesso una miglior visibilità delle espressioni dei visi.
Costumi maschili e femminili d’epoca con copricapo a cuffia di Francesco Esposito, luci di Davide Scognamiglio, musiche di Francesco Forni.

Un lavoro d’équipe ben condiviso che ha prodotto uno spettacolo interessante e coinvolgente.

Nel programma sarebbe opportuno scrivere il nome del personaggio a fianco dell’interprete, come si fa per l’opera lirica.


 

        foto di Gianmarco Chieregato