Torino, Teatro Regio – Stagione d’opera 2012-2013
I DUE CAST DEL DON GIOVANNI
(15 febbraio 2013 prima con primo
cast, 16 febbraio replica con secondo cast)
Servizio
di Giosetta Guerra
Don
Giovanni, dramma giocoso
in due atti di Wolfgang Amadeus
Mozart su libretto di Lorenzo Da
Ponte, è stato proposto al Teatro Regio di Torino con l’allestimento
della stagione 2004-2005, che vide Michele Placido debuttare come
regista d’opera, regia ripresa e curata oggi da Vittorio Borrelli, a fianco di Maurizio Balò come scenografo e costumista, Andrea Anfossi come
light desiner, Tiziana
Tosco per i movimenti coreografici, Saverio Santoliquido come direttore
dell’allestimento.
La scena è prevalentemente
scura ed è appesantita dalla costante presenza di un greve sipario di velluto
nero bordato
di fregi dorati che allude alla morte, perché somiglia alla coperta di un catafalco. Per i cambi
scena si effettuano molte chiusure di sipario, davanti al quale vengono cantate
arie solistiche, duetti e terzetti; la scena d’apertura con lampione ritorna
più di una volta e così il muro grigio sormontato da vasi di
agavi, è un alto muro anche il balcone di Elvira da cui
scende un lenzuolo bianco per far nascondere Don Giovanni mentre Leporello
finge di essere il Don che canta Deh
vieni alla finestra, davanti al cimitero con statue e tombe c’è ancora un
muro sul quale interagiscono servo e padrone. Il colore arriva alla fine ed è
un rosso violento:
nella
sala da pranzo del Don affrescata con figure diaboliche ed erotiche, nella
scena della morte del protagonista con il fuoco dell’inferno.
Spiritoso
l’incontro di Zerlina e Masetto dopo il “fattaccio”.
Lepore e Alvarez
Geniale scelta registica
quella di far rispondere la statua del commendatore, un angelo con la spada, col
movimento delle ali e con un flash di luce in viso.
Originale l’idea di aprire e pareti della stanza della cena e di far entrare tutto il gruppo marmoreo del
cimitero tra fumo e luce livida sulla faccia del Don, che si arrampica sulla
statua e viene inghiottito con tutto il blocco. Genialissima la trovata di far
risbucare dal sipario Don Giovanni, dopo il canto liberatorio, mostrando solo
il viso con una risata beffarda nel 1° cast, presentandosi con tutta la sua fisicità nel 2° cast,
perché in realtà Don Giovanni sarà sempre presente, anzi sembra aver trasmesso i suoi vizi ad Elvira che alla fine strizza l’occhio a Leporello.
Ho trovato alcune imprecisioni:
nell’aria “Il mio tesoro intanto” Don Ottavio chiede
agli altri di andare a consolare Donna Anna, ma,
quando pronuncia la frase “Ditele che i suoi torti
a vendicar io vado”, gli altri se ne sono già andati;
nella scena del cimitero c’è poco terrore e troppa
luce, i due se ne stanno in piedi sul muretto a
zuzzurellare e c’è
più luce al cimitero di notte che altrove di giorno, manca la luce anche
nell’assieme finale.
Gli abiti sono belli e di foggia moderna.
Il clavicembalista
e direttore d’orchestra Christopher Hogwood alla
guida dell’Orchestra
del Regio tiene tempi un po’ lenti e poco incisivi
nelle parti dell’ouverture che annunciano il dramma, più mossi nelle pagine
frizzanti e giocose dove emerge la leggerezza dei violini, in corso d’opera osserva
il rispetto delle voci e il dettato della partitura.
Cantanti del primo cast
Carlos
Álvarez è un Don Giovanni concreto e diretto, canta bene
e con dizione chiara, ma
senza entrare nel linguaggio intrinseco alla psicologia del personaggio, la
canzonetta “Deh vieni alla finestra”
accompagnata dal mandolino, il duettino con Zerlina “Là ci darem la mano”, il pezzo
di bravura di “Fin ch’han dal vino”,
tanto per fare degli esempi, dovrebbero essere interpretate in modo
differenziato; la voce baritonale dal timbro scuro
e dal suono talvolta cupo non ha problemi ad affrontare la tessitura acuta, ma dovrebbe acquistare in
morbidezza per rendere tutte le sfumature del canto mozartiano (Ramey docet) e mantenere pienezza ed efficienza fino alla fine
(“Viva le femmine”).
Il basso Carlo Lepore, versatile e spigliato nelle vesti di Leporello, si impone per una vocalità ampia, estesa, timbrata,
duttile, di bel colore e di notevole spessore
in ogni registro, porge con eleganza e
pastosità del suono, abilissimo nel canto sillabato e
scandito, preciso nel canto e nelle variazioni, dà spessore alla frase che
accompagna con mimica adeguata.
Il tenore tedesco-croato Tomislav Mužek (Don Ottavio) canta bene, ha voce chiara
e fiati tenuti, fa belle variazioni nell’aria
«Il mio tesoro intanto», ma una maggior
flessibilità gli avrebbe evitato la stecchina nel canto finale.
Il baritono Federico Longhi (Masetto)
è un bravo interprete, ma fiacco dal punto di vista vocale.
Il basso José Antonio García è una figura
imponente nel ruolo del Commendatore,
che da fuori campo fa giungere una voce inquietante con suoni
lunghi, ma ingolata, poco sonora e poco gradevole.
Tra le femmine il soprano Eva Mei è una Donna Anna elegante e
musicale,
Mužek, Mei, García
emerge per pulizia vocale, fraseggio accurato, emissione sul fiato,
luminosità nella tessitura acuta, scarsa densità dei suoni gravi; nella
preziosa aria e cadenza del II atto «Non
mi dir bell’idol mio», accompagnata dal corno e dagli archi, esibisce suoni
sospesi, pulitissimi e morbidi, filati sonori e lucidi.
Alvarez e Remigio
Carmela Remigio è un’Elvira
prorompente che gestisce bene una vocalità sopranile pulita, luminosa e agile, con
suoni pieni e vibranti e buon dosaggio del fiato, sa addolcire e attaccare a
mezzavoce, canta e interpreta molto bene il recitativo e l’aria «Mi tradì quell’alma ingrata» (applauso),
ma talvolta si sente il bisogno di maggior spessore, emerge nel finale.
Rocío Ignacio (Zerlina) è la più scura delle tre donne, la voce non
è grande, i suoni sono belli ma appaiono gonfiati, il soprano esegue
tecnicamente bene la sua parte ma c’è poca naturalezza d’emissione e poca
morbidezza del canto (“Vedrai carino”).
Secondo cast
Palazzi e Werba
Markus
Verba
è un Don Giovanni teatralmente perfetto:
è un bel personaggio esuberante dalla presenza accattivante, un ragazzo biondo
dei nostri giorni coi capelli lunghi, galante ed elegante, smaliziato, baldanzoso,
sensuale e intrigante nei corteggiamenti, molto sicuro in palcoscenico, ma vocalmente
non è di prima qualità: la voce è aspra e leggera e a volte al limite
dell’intonazione (“Deh, vieni alla
finestra”), nel duetto con Zerlina “Là ci darem la mano” lei è dolce e
sensibile, lui è freddo ed immobile e ha voce corta, è timbrato nei recitativi e
la parola è chiara, ma nel canto, seppur a volte seducente e morbido, la voce è
poco sonora. All’ora della cena la voce non si sente più (“Lascia ch’io mangi”).
Mirco Palazzi è un Leporello mobilissimo, sempre pronto a
scattare, la voce ha colore
meraviglioso, estensione notevole, sicurezza e fluidità d’emissione in tutti i
registri, la linea di canto è morbida,
tutti i suoni sono a posto e rotondi anche nelle variazioni e nel canto sbalzato, le note gravi sono poderose, la scansione della
parola è timbrata, i recitativi sono musicali e chiari. L’elemento basilare del
canto is the flexibility, diceva
Ramey, e Mirco ce l’ha.
Francesco Marsiglia (Ottavio)
ha voce chiara, svettante, rigida (“Lo
giuro agli occhi tuoi”) e con vibrato, il timbro non è accattivante, il
tenore sa assottigliare, ma sbianca i filati acuti (“Dalla sua pace”), attacca freddamente e in modo rigido l’aria
“Il mio tesoro intanto”, la
esegue bene ma invece di filare i suoni li trema, manca di flessibilità
pertanto l’acuto è corto e spezzato, i recitativi sono chiari e nitidi,
la linea di canto è piatta e nasaleggiante, i suoni sono tenuti ma sempre con
la stessa intensità.
Maria Grazia Schiavo (Anna) ha
una notevole gettata di voce, di bel timbro, dal suono pieno e rotondo, ha un
corretto modo di porgere, perché l’emissione è naturale (“Or sai che l’onore”), la
voce è flessibile, esegue di forza belle progressioni e ogni tanto smorza dosando
il fiato con morbidezza; nell’aria più
bella dell’opera che va al cuore “Non mi
dir bell’idol mio” con corno e violini sale con grande facilità e bellezza
del suono a sovracuti cristallini, fa attacchi in acuto a mezza voce, filati
splendidi, picchiettati in acuto con un’agilità e una fluidità sorprendenti. Favolosa!
Palazzi e Schillaci
Daniela Schillaci (Elvira) interpreta
bene i brani infuocati con la giusta irruenza vocale, perché ha voce tagliente
ben appoggiata in ogni registro ma con acuti un po’ strillati (“Ah, chi mi dice mai”, “Ah, fuggi il traditor”), tratteggia le
agilità con dizione chiara e addolcisce il canto al pensiero del suo uomo (“Non ti fidar o misera”), esterna tutta
la sua furia nell’aria “Mi tradì
quell’alma ingrata” con fluidità d’emissione e accento incisivo.
Rosa Feola
è una Zerlina dolce e musicale, la
voce è leggera ma ben modulata, i suoni sono pieni e melodiosi nella bellissima
e delicata aria “Batti batti bel Masetto”,
dove il soprano riesce a restituire la ricchezza melodica mozartiana, tocca
bene tutti i registri con suoni morbidi e proiezione fluida del suono nell’aria
“Vedrai carino”. Masetto e il Commendatore sono gli stessi
cantanti nei due cast.
Delizioso il terzetto delle maschere.