Fano – Teatro della Fortuna
DON GIOVANNI di W. A. Mozart
(recita del 20 gennaio 2013)
La tinta mozartiana resta dietro le quinte
Analisi di Giosetta Guerra
Oggigiorno il teatro d’opera
è diventato più una sala d’esposizione per registi e scenografi che un luogo
dove ascoltare buona musica e bravi cantanti.
Nella nuova produzione del Don Giovanni
di Mozart, che ha aperto la stagione lirica al Teatro della Fortuna di Fano, l’aspetto visivo è
prevalso su quello uditivo. E stiamo parlando di Mozart che si potrebbe
ascoltare ad occhi chiusi, stiamo parlando di Don Giovanni che ha già la
descrizione di tutto nelle note, quindi gli elementi di base, irrinunciabili,
sono un cast adeguato ed esperto del canto mozartiano e un direttore che porti
l’orchestra a realizzare la tinta mozartiana, poi ben venga anche il
bell’allestimento per fare spettacolo.

Buona la scelta dei simboli:
lo specchio mal riflettente per la vanità e per il compiacimento di sé (sentimenti
che non danno la giusta immagine della vita), la rosa per l’amore e l'insidia perché ha
anche le spine (Don Giovanni la dona a tutti, ma poi la sfoglia e fa cadere i
petali addosso alle persone), la maschera per nascondere se stessi ma anche per
superare le proprie insicurezze (tutti indossano una maschera di varie fogge e
dimensioni), il palcoscenico in pendenza per la precarietà degli equilibri. Questa
sorta di medaglione a specchio con l’effige del protagonista è sempre presente
in scena, appoggiato o sospeso, e risolve in modo molto originale la fine di
Don Giovanni, piegandosi a mo’ di coperchio sopra la botola in cui il dissoluto
è sprofondato tra il fumo che invade la sala.

Azzeccatissima l’apparizione della statua ossidata dal tempo che, accompagnata da una processione di uccelli rapaci, arriva a cena sbucando dalla botola e tirando su verso l’alto la tovaglia bianca che fa da basamento.

Il palcoscenico si amplia su
una passerella intorno all’orchestra per le esibizioni solistiche, la platea viene usata anche per
l’ingresso di Don Giovanni e delle maschere, i palchetti di barcaccia sono adibiti
a balconi.
Le scene sono di grande
effetto, grazie alle luci, al variegato posizionamento di lampioni a forma di
maschera, alla presenza inquietante di figuranti con maschera bianca dal naso
adunco, che al momento della morte del Don apparivano come avvoltoi, all’esternazione
dei pruriti delle donne, che mostrano spesso le loro grazie e ci stanno un po’
con tutti, c’è anche una sveltina tra Don Giovanni e Zerlina durante la festa
in maschera; un lavoro accurato frutto di una riflessione
artistico/filosofica del regista, tuttavia la scena fissa, anche
se variata nei particolari, e troppe cose e presenze da seguire e da capire, hanno
impegnato eccessivamente le nostre meningi, distogliendole dalla parte musicale.
Per alcune scelte comunque ci siamo posti degli interrogativi.
Perché la
stanza di Donna Anna è in piena luce se lo “stupro” avviene al buio, tanto che
lei confonde Don Giovanni con Don Ottavio? Perché non usare il grande
medaglione per la visualizzazione della “marmorea testa che fa
così così” nella scena del cimitero? (Il colloquio col profilo del commendatore
su una piccola cornice rotonda è poco credibile e quasi incomprensibile, bella
invece l’idea di far accettare l’invito con una mano che sbuca dal basso
porgendo una rosa).

I costumi sono bianchi e
uguali per le tre donne, Anna poi lo cambia con un sontuoso abito nero,
rosso bordò e poi rosso vivo per Don Giovanni, nero per Leporello e Ottavio, neri
o beige per le masse, mantelli bordò cangiante per le maschere, cosce all’aria
e mutandoni per le donne, dorso nudo per i figuranti. C’era di tutto e di più.
Regia e costumi di Francesco
Esposito, scene di Mauro Tinti, sculture di
Franco Armieri, luci di Fabio Rossi, coreografie
di Domenico Iannone.
Sul piano musicale e su
quello vocale la tinta mozartiana è risultata piuttosto carente. L’atmosfera intrigante e inquietante non si è sentita
subito in orchestra che ha iniziato con una certa flemma: sbrigativa l’Ouverture (che riassume l’ambiguità
della partitura mozartiana) e piuttosto noiosa la prima parte fino all’ingresso
delle maschere, momento in cui l’orchestra ha cominciato a carburare, entrando
un po’ più nel linguaggio mozartiano. Forse sarebbe stato il caso di dedicare
più tempo alle prove musicali dell’Orchestra Sinfonica G. Rossini diretta da Roberto
Parmeggiani, risparmiando magari sull’aspetto esteriore, che qui
comincia dal foyer; bello certamente, ma se i soldi sono pochi si dovrebbero
privilegiare la musica e il canto.
I cantanti, giovani e ben
preparati, hanno eseguito con cura il loro compito più o meno sostenuti dalle
loro peculiarità vocali.

Giovanni Guagliardo (Leporello) ha esibito un bel timbro di
baritono, tecnicamente canta bene anche se la zona acuta è un po’ rozza,
nell’aria del catalogo, durante la quale scendevano dall’alto medaglioni con
profili di donna, sostiene i suoni e si destreggia bene nel canto sillabato, ma
non dà giocosità all’accento, che è invece un po’ sguaiato, il fraseggio è
superficiale.
Il basso poco profondo Christian Faravelli non è adatto
per il ruolo del Commendatore.
Di grande presa il terzetto
iniziale Giovanni Leporello Commendatore, un po’ meno quello del cimitero.
Il mezzosoprano Agata Bienkowska non ha il temperamento di Donna Elvira, è debole, a volte noiosa e pigolante e cerca di tenersi su con la fiaschetta del whisky (scelta registica), è flemmatica nell’aria “Mi tradì quell’alma ingrata”, la voce esce a tratti pompata, con suoni corti fastidiosi e un canto monocorde, eppure ha un buon corpo vocale, ma gonfia i suoni nella zona grave.

Il duetto iniziale con Donna
Anna (che emette solo qualche strilletto) è molto fiacco. Laura Giordano (Donna Anna) ha un bel timbro sopranile, il suono è pulito e
gradevole nelle smorzature, ma non nelle puntature acute. Ha cantato molto bene
la richiesta di vendetta, con l’espressività e le dinamiche necessarie,
purtroppo la voce è troppo acuminata. Ha eseguito con cura il soavissimo rondò
“Non mi dir, bell’idol mio” con
lunghi filati, ma la voce è poco duttile anche se luminosa ed acuta.
(Zerlina)
è generalmente stridula, ma nella scena di seduzione/perdono con Masetto (Batti batti bel Masetto) è più
aggraziata, ben modulata (c’è anche un bel filato) ed è sostenuta dalla
complicità dell’orchestra.
La Giordano
e la Lippo (Anna e Zerlina) sono vocalmente simili, la voce è leggera
e puntuta e manca di morbidezza.
Giacomo Medici è un Masetto
moscio e con poca voce.
Buono il Coro del Teatro
della Fortuna M. Agostini diretto da Lorenzo Bizzarri.