Torre del
Lago Puccini
La
Bohème con una grande Daniela Dessì
e
le scene storiche
di Ettore La Scola
Recensione di Giosetta Guerra
(26 luglio 2014)
Serata
dedicata al grande tenore Carlo Bergonzi, scomparso la notte prima.
La
pioggia è arrivata precisa all’ultima nota del primo atto, con conseguente
intervallo di un’ora.
“Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è MELODIA”, così dovrebbe cantare la Dessì quando si presenta a Rodolfo
nella soffitta sopra i tetti di Parigi, perché la sua magnifica voce è pura
melodia, sia nel canto a fior di labbra, sia nelle grandi arcate melodiche, sia
nel canto di conversazione, sia nelle struggenti arie di dolore e di abbandono.
Il flusso sonoro pieno, continuo, pastoso, carezzevole, parla al cuore, proprio
come voleva Puccini. Con fraseggio accurato e suoni ben dosati la Dessì fa
uscire la psicologia del personaggio, con perfetta linea di canto tenuta sempre
sul fiato, fluidità d’emissione e intenso modo
di porgere realizza la tinta pucciniana.
Ed è proprio quella tinta che contraddistingue le opere di Puccini a
dilatare la melodia fin dentro la tua testa e a farti sentire il nodo alla
gola, ogni volta, ogni volta, ogni volta, se ciò non accade non si è ascoltato
Puccini.
Daniela Dessì è la figlia prediletta di Puccini e si sente che lei lo
ama profondamente.

Sarebbe stato magnifico se avesse avuto accanto un Rodolfo con la stessa fluidità d’emissione e con la stessa facilità
di esplorare territori stellari; Fabio
Armiliato è un bel bohémien che si destreggia bene vocalmente nel registro
medio, ma ha affrontato di forza e con qualche difficoltà le frequenti
impennate acute.
Gli altri bohémiens hanno cantato bene; da sottolineare la vocalità
importante e il bel colore scuro del basso Marco
Spotti, che emerge in ogni frase di Colline
e s’impone nella nota "vecchia zimarra",
cantata con morbidezza d’emissione e fiati sostenuti,
l’estensione vocale e la
spavalderia di Alessandro Luongo per
Marcello, la bella voce ampia e ben
gestita di Federico Longhi per Schaunard,
la musicalità di Alida Berti per una
frizzante Musetta. Squillante e
pulita la voce acuta del tenore Ugo
Tarquini (Parpignol), solida la
vocalità e la tenuta scenica di Angelo
Nardinocchi nel duplice ruolo di Benoit
e Alcindoro. Il Sergente dei doganieri era Marco
Simonelli e il doganiere Jacopo Bianchini.
Scanzonato e divertito il coretto dei bambini interpretato dal Coro
delle voci bianche del Festival Puccini, preparato da Sara Matteucci. Bravo il Coro del Festival Puccini, diretto da Stefano Visconti.
L’Orchestra
del festival è stata ben diretta dal maestro viareggino Valerio Galli.
La
regia di Ettore Scola aveva ovviamente un taglio cinematografico e
la sua direzione ha lasciato ai cantanti la libertà di esprimersi. Nel Quartiere Latino a sinistra ha messo un pittore
che ritrae una coppia seminuda per un
petit déjeuner sur l’herbe.
Assistenti alla regia: Carlo Negro, Luca Ramacciotti. Aiuto regista:
Marco Scola Di Mambro. Assistente scenografo: Francesco Catone.
La scenografia tradizionale dai colori caldi a dalle morbide linee
architettoniche di Luciano Ricceri è
composta di due elementi architettonici laterali fissi e di uno centrale
girevole manualmente, per riprodurre gli interni decorati e gli esterni
richiesti: l’abitazione su due piani dei bohémiens, la facciata del Café Momus
e l’edificio del dazio con la vicina osteria.
I costumi
d’epoca di Cristina Da Rold sono di
bella foggia e prevalentemente scuri, anche quello rosso di
Musetta con boa rosso vivo. Adeguate le luci di Valerio
Alfieri.
Peccato che non abbia funzionato la nevicata del terzo atto. E
allora si è rimpianto Zeffirelli.