lunedì 28 marzo 2011



RAVENNA TEATRO ALIGHIERI

(venerdì 18 marzo 2011)

(Coproduzione Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Teatro Comunale Alighieri di Ravenna, Fondazione Teatro Comunale Pavarotti di Modena)


GIULIO CESARE di Haendel

Un gioco d’intrighi e di affetti su una scacchiera di passioni e vendette

Di Giosetta Guerra

A dire il vero intrighi e vendette, affetti e passioni non sarebbero stati comprensibili senza la conoscenza della storia e senza il supporto della musica, visto che in scena tempi e luoghi dell’azione non rispecchiavano quelli della vicenda, mancavano i sopratitoli e gli ambienti non erano proprio definiti.

In palcoscenico lo scenografo Michele Ricciarini ha posto un muro con sagome egizie (la cui base ogni tanto si apriva), una passerella orizzontale sopra una pedana verde nella prima parte e un enorme braciere pieno di non so cosa nella seconda parte. Il regista Alessio Pizzech ha spostato la vicenda in periodo coloniale (lo si è capito dalle sahariane indossate dai guerrieri romani), contaminandolo con aree geografiche ed etnie diverse (lo si è capito dai costumi femminili e da certi mascheroni in tenuta tribale che giravano attorno ai protagonisti), ha vagheggiato ambienti simbolici con proiezioni incomprensibili, dello scontro tra Romani ed Egizi ha rappresentato il momento iniziale con una rumorosa caduta di libri (bella idea) e quello finale con una distesa di cadaveri fra i quali si aggirava Cleopatra con flebo su sedia a rotelle (idea discutibile), ha ben assemblato gestualità e carattere dei personaggi, sempre armati di fucile o di pistola. Alla fine il regista è stato contestato.

Cristina Aceti ha ideato costumi molto belli, di fogge e stili differenti, eleganti e colorati per le donne e per l’eunuco, austeri e a tinta unita per gli uomini (prima beige poi neri), Marco Cazzola ha dato le luci (a volte poco).

Il gioco è stato invece comprensibile per via musicale e la perfetta macchina drammatica creata da Georg Friederch Haendel (compositore) e Nicola Francesco Haym (librettista) ha trovato il suo motore nella lettura di Ottavio Dantone, raffinato e rigoroso interprete della musica barocca, maestro al cembalo e direttore dell’Accademia Bizantina di Ravenna, il cui suono è sempre duttile e variegato pur nella sua densità e compattezza, e in una compagnia di canto specializzata nella musica del ‘700 e nella prassi esecutiva barocca. Tutte le arie hanno un’introduzione ed una chiusura orchestrale, che esprimono la poetica degli affetti, alcune arie di tutti i personaggi, tranne quelle di Cesare, sono state tagliate, forse per accorciare l’opera, che in questa versione dura già tre ore piene.

La superba scrittura vocale e i virtuosismi canori non sono stati un problema per le voci femminili e per i due bassi, qualche appunto si può fare per i tre controtenori.

Il contralto Sonia Prina ha un corpo vocale di rilievo, di timbro scuro, adatto per i ruoli maschili, una voce duttile, che le permette di saltare agevolmente dagli affondi gravi agli slanci acuti vigorosi attraverso la fittissima sillabazione del canto virtuosistico, una grande tecnica per cui il canto di coloratura e i tempi rapidi delle arie di bravura non le creano alcun problema. Nel ruolo en travesti di Giulio Cesare, primo imperatore dei Romani, ha affrontato con padronanza i fitti vocalizzi di come Presti omai l'egizia terra (I atto), arie cadenzate e trascinanti come “Va tacito e nascosto” (I atto) con morbidezze nella voce e in orchestra e lo splendido suono vellutato del corno, arie molto sbalzate come Al lampo dell'armi (II atto), aria di vendetta velocissima, fitta di vocalizzi nei vari registri e volatine degli archi, il suggestivo dialogo col violino (“Se in fiorito ameno prato” - II atto) con suoni pastosi e bruniti, le larghe frasi dell’aria di dolore “Dall’ondoso periglio” (III atto) dall’andamento lento, con l’orchestra che insiste su arcate tristi e ripetitive, che ha affrontato con suoni pieni e morbidi e un bel suono fisso con la messa di voce. Scenicamente la Prina mostra un piglio maschio e sicuro.

Il mezzosoprano José Maria Lo Monaco nelle vesti di Cornelia, figura dolente cui sono riservate le arie di dolore per l’uccisione di suo marito Pompeo, dotata di colore scuro e agilità vocale, ha esibito un bel timbro denso nell’aria molto lenta del I atto “Priva son d’ogni conforto”, belle frasi lunghe e sostenute per la lamentatio davanti alla testa mozzata di Pompeo, sostenuta da dense arcate in orchestra.

Maria Grazia Schiavo (Cleopatra, regina d’Egitto, in abiti scollati di foggia indiana) è un bel soprano timbrato dagli acuti robusti e scintillanti e abbastanza agile (“Non disperar, chi sa?”), ha piegato la voce a suadenti mezze voci, a sbalzi, vocalizzi, espansioni acute vigorose, con giusto dosaggio del fiato (lunga aria di dolore “Se pietà di me non senti” II atto, con struggente accompagnamento orchestrale lento), ha esibito una delicata linea di canto con attacchi in pianissimo e messa di voce e slanci acuti misurati, ha eseguito a fil di voce il delicato recitativo “E pur così in un giorno” (III atto), che sfocia nell’aria di dolore “Piangerò la sorte mia” intramezzata da infocati slanci di furore.

Riccardo Novaro (Achilla innamorato di Cornelia, generale egizio consigliere di Tolomeo), dotato di bella voce di basso, ampia e ben gestita (“Tu sei il cor di questo core”), si è destreggiato egregiamente anche nelle arie fittamente vocalizzate, come Dal fulgor di questa spada” (III atto), e fa la sua bella figura in scena.

Anche Andrea Mastroni (Curio, tribuno di Roma) ha una bella presenza scenica ed una corposa voce di basso dal bel colore.

Alterna la prestazione del sopranista Paolo Lopez nel ruolo di Sesto, figlio di Pompeo e Cornelia, che ha voce molto chiara non sempre ben gestita, deve rifinire la tecnica di canto e regolare il fiato negli slanci acuti.

Nell’aria agitata con brio anche in orchestra “Vani sono i lamenti…Svegliatevi nel core” (I atto), ha esibito bei suoni fissi acuti, ma fiati corti e gravi vuoti o di petto, ha cantato bene le pagine lente, poco variate che si dipanano nel registro medio (“Cara speme, questo core” - I atto) e il duetto con Cornelia dolente e spianato “Son nato/a a lagrimar” (I atto), una sorta di lunga nenia con accompagnamento orchestrale struggente, ha esibito voce agile ma slanci poco controllati nell’aria moderatamente agitata anche in orchestra “L’angue offeso mai riposa” (II atto), ha gestito meglio il canto e il volume alla fine del II atto (“Seguirò tanto con ignoto passo…L’aura che spira”), nonostante una piccola scivolata nel grave.

Tolomeo, re d’Egitto, fratello di Cleopatra, prima col mantello nero poi a dorso nudo e con dei collant neri lucidi da ballerino e le mani lunghe sul posteriore di Cornelia (“Sì, spietata, il tuo rigore” II atto), è stato appannaggio del contraltista Filippo Mineccia, che ha un mezzo vocale di bel colore pieno e di certo spessore, una linea di canto buona dalla zona media all’acuta, guastata in basso da orrendi suoni gravi fatti di petto (fortunatamente solo nel primo atto “L’empio, sleale, indegno”), ha esibito ha una bella espansione in alto, ma gravi appena sfiorati nell’aria abbastanza spianata “Domerò la tua fierezza” (III atto).

Nireno, confidente di Cleopatra, è stato interpretato dal controtenore Floriano D’Auria, vocalmente un po’ fiacco, scenicamente perfetto negli abiti sgargianti di tipo arabo e petto nudo piuttosto in carne.

Complessivamente ci è piaciuta.

venerdì 4 marzo 2011


San Lorenzo in Campo (PU)

Teatro Tiberini







Commedia: PASTICCERI, IO E MIO FRATELLO ROBERTO

(venerdì 18 febbraio 2011)

A teatro per imparare a far dolci.

Di Giosetta Guerra

Hanno allestito un attrezzatissimo laboratorio di pasticceria nel piccolo palcoscenico del Teatro Tiberini di S. Lorenzo in Campo, con due piani di lavoro in acciaio inossidabile, due fornelli a gas, uno scaffale con tegami, piatti, posate, una dispensa fornita di uova, farina, burro, zucchero, panna, cioccolata, vaniglia, frutta, pasta sfoglia, pan di Spagna, meringhe, liquori, un frigorifero, uno sbattitore elettrico, una bilancia e un orologio sempre fermo alle quattro della mattina.

Due attori pasticceri (o pasticceri attori ?) in divisa bianca e una bustina in testa hanno cominciato a sbattere le uova, a sciogliere a caldo la cioccolata, a girare la crema nel tegame, a suon di musica, a volte investiti da fasci di luce proiettati dall’alto o dal basso, mirati a creare atmosfere stranianti, a volte lasciati in penombra. Per due ore consecutive, tra un passo di danza e una battuta, tra brevi conversazioni inutili e lunghi silenzi, tra una declamazione poetica e una pausa, hanno impastato dolci, riempito bignè, montato la panna, tagliato la frutta, impregnando il teatro di un dolce profumo di vaniglia e tenendo desta (anche se non costantemente) l’attenzione del pubblico con la sottile vis comica, propria del teatro leggero, basato più sulla mimica che sulla parola, più sugli atteggiamenti che sull’azione.

Alla fine ben otto differenti dolci erano pronti ed esposti sullo scaffale e certamente qualcuno si sarà chiesto se erano veri o finti.

Roberto Abbiati e Leonardo Capuano erano i protagonisti e gli autori di questa pièce, intitolata Pasticceri, io e mio fratello Roberto, fratelli gemelli sulla scena con peculiarità diverse: il primo balbuziente, sognatore e romantico, con un’eloquente mimica facciale e una recitazione alla Walter Chiari del “Vieni avanti cretino”, ma in grado di declamare alla perfezione le frasi d’amore che Cyrano rivolge alla sua Rossana; il secondo pratico, concreto e con la lingua sciolta; purtroppo entrambi amano la stessa donna che compare solo nelle loro fantasie, perché il loro mondo è il laboratorio di pasticceria e le loro uscite sono solo le fantasticherie infarcite di tanta musica ascoltata alla radio, la musica ruggente di Lou Reed, dei Rolling Stones, di Prince, di Alan Sorrenti, di Julio Iglesias, dei Platters.

In fondo sono due déracinés, che ti fanno anche tenerezza, ma che alla fine ti riempiono la bocca di dolcezza, perché tutti i dolci preparati finiscono nello stomaco degli spettatori.

I dolci erano veri ed erano proprio buoni.

Assistente alla regia Elena Tedde (brava), tecnica Alessandro Calabrese e Luca Salata.

martedì 1 marzo 2011




Senigallia - ROTONDA A MARE

EVENTO SPECIALE

Escenas argentinas

(DOMENICA 20 FEBBRAIO 2011 ORE 17)

Servizio di Giosetta Guerra

I virtuosismi jazzistici del sax soprano di Javier Girotto e lo zampillio di note del pianoforte suonato da Gianni Iorio, hanno riempito la Rotonda a Mare di Senigallia di un mare di sonorità.

Il progetto del sassofonista italo-argentino Javier Girotto (attualmente insegnante nella cattedra jazz del Conservatorio Santa Cecilia di Roma) e del pianista e bandoneista italiano Gianni Iorio s'intitola Escenas argentinas. Il repertorio s’ispira alla musica tradizionale sudamericana in cui confluiscono elementi legati alla tradizione tanghera, al folklore e al mondo del jazz, il rigore degli arrangiamenti è di stampo classico, ma si lasciano anche spazi per l'improvvisazione.

Il concerto è iniziato con tre brani composti dal sassofonista, Escenas argentinas, Morronga la milonga e Patagonia (quest’ultimo morbido e disteso come las Pampas argentinas), cui sono seguiti due brani tradizionali argentini, Adios muchachos con variazioni del sax e scintillante assolo del pianoforte, e un altro di stampo jazzistico con suoni tirati e laceranti del sax e martellamenti del piano.

Gianni Iorio si è poi esibito col bandonéon per un omaggio ad Astor Piazzola e insieme a

Javier Girotto ha presentato una loro versione dell’Inno di Mameli Fratelli d’Italia per sax baritono e bandonéon, con andamento lento e solenne, con variazioni fuori melodia del sax in zona grave atte a far brillare il virtuosismo ripetitivo e dilatato nelle note basse, e del bandonéon che introduce un tempo di tango con gli strappi tipici del ritmo sincopato e la corsa impazzita delle dita sulla tastiera.

Brani di jazz caldo per sax soprano e pianoforte e per pianoforte e batteria improvvisata sulla cassa del pianoforte, pagine di bravura con improvvisazioni virtuosistiche del pianoforte e del sax soprano come Sagra d’estate, un brano finale strappapplausi, vivace con brio con sforamenti nel jazz come Chacarena gringa, un mixage tra Argentina e Italia, con gli stessi strumenti e assolo di sax, hanno concluso il pomeriggio musicale con un lungo, cadenzato, virtuosistico applauso del numeroso pubblico presente.

Tango. Filo diretto tra Senigallia e l’Argentina



TEATRO LA FENICE

di Senigallia (AN)

EVENTO SPECIALE

(giovedì 10 FEBBRAIO 2011 ORE 21)





Il tango di Roberto Herrera

e la sua compagnia argentina

Servizio di Giosetta Guerra

Una passione che diventa professione

Il tango argentino non conosce la via del tramonto. Nato nella seconda metà dell'800 nella regione del Río de la Plata come espressione popolare, diventa poi una forma artistica ed assume come strumento tipico il bandoneón, uno strumento musicale diatonico simile alla fisarmonica o all'organetto che scandisce la musica con ritmo sincopato, per dare forti accenti di battuta e segnature ritmiche. I maggiori compositori di musica dai primi del Novecento fino all’età d’oro, quella degli anni '30 e '40, sono tutti figli d’italiani. Lo stesso compositore e direttore d'orchestra Astor Piazzolla aveva il padre pugliese.

"Il tango è un pensiero triste che si balla" disse Enrique Santos Discépolo e la comunicazione è così diretta che, quando vediamo eseguire un vero ballo argentino, con la testa e con l’anima balliamo anche noi.

Una delle più note compagnie di tango si è esibita al Teatro La Fenice di Senigallia di fronte ad un pubblico entusiasta e plaudente, è la Compañía Argentina de Tango di Roberto Herrera, accompagnata dal Quinteto Decarísimo, che dal 2007 porta in giro per il mondo uno spettacolo intitolato semplicemente Tango.

Avendo a disposizione un palcoscenico di notevoli dimensioni la Compagnia del “Nuevo Tango argentino” si è esibita in vari tipi di tango, prediligendo il "Tango show" o ‘Tango Fantasia’, caratterizzato da accattivanti figure coreografiche e passi variati di forte effetto spettacolare, così, oltre alla sequenza di passi base del tango, come la Camminata, la Sacada, la Barrida, sono state effettuate figure fiorite come Gancio e Boleo, con intrecci e avvitamenti di gambe, finti calci all’indietro e volteggi di piede, e figure virtuosistiche come Salti e Sollevamenti, con figure aeree della ballerina sostenuta dal partner. Oltre al ballo più movimentato e fiorito, hanno eseguito anche il tango milonguero, più romantico, morbido e flessuoso, con abrazo chiuso (Volgada) e l’elegante tango salon con abrazo aperto (Colgada), poi si sono sbizzarriti con un tango comico mixato col Boogie Boogie, col tango gay comicizzato e col flamenco (uno di loro si è sciolto i capelli, imitando il ballerino spagnolo Antonio Márquez, di cui non possiede la travolgente marcata fisicità).

Bellissime le scarpe delle ballerine, molto sexy i loro vestiti di varie tinte e di varie fogge, che scoprivano gambe perfette (beate loro!), per gli uomini il classico e rigoroso doppio petto con pantaloni larghi, abito che è sempre usato nel tango argentino, ma che non dona alla figura.

Le coppie si sono esibite in gruppo e in assolo, restituendo la forza della comunicazione tra i corpi, l’emozione, l’energia, l’eleganza, la passionalità, la sensualità e la seduzione.

I Tangueros hanno ballato le coreografie di Roberto Herrera sulle note della musica del famoso Decarisìmo Quinteto, una formazione contemporanea creata da giovani musicisti, arrangiatori e compositori, che raccolgono l'eredità delle orchestre tipiche della cosiddetta epoca d'oro del tango tra il 1937 e il 1955, ma con uno sguardo rinnovato.

La prima parte dello spettacolo ha proposto coreografie e musiche tradizionali della Buenos Aires dell’epoca d’oro, dove il tango era il respiro stesso della vita quotidiana. Nella seconda parte è entrato il folclore argentino, realtà di una cultura antica presente nella musica e nella danza popolare contemporanea.

L’ensemble Decarìsimo Quinteto ha suonato proprie composizioni inedite (“Lluvia de estrellas” - “Permanece”) e arrangiamenti dei grandi Astor Piazzolla, Osvaldo Pugliese, Julio De Caro.

lunedì 21 febbraio 2011

Tosca di Puccini - Teatro alla Scala, Milano.

Foto: Brescia Amisano, Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

E’ stata la Tosca di Jonas Kaufmann! Il tenore tedesco, dopo una forma influenzale che l’aveva tenuto lontano dalle prime due recite previste, ha debuttato finalmente al Teatro alla Scala nel ruolo di Mario Cavaradossi. E si è trattato di un vero trionfo. Kaufmann oltre a saper stare sul palcoscenico come pochi, sa fraseggiare con musicalità, e soprattutto sa cantare “piano”, dote sempre più rara nel panorama tenorile odierno. Un “E lucevan le stelle” così sfumato, così intimo, ma così ricco di colori, quasi una creazione estemporanea, resta la gemma della serata, una rarità! Ed il successivo attacco di “O dolci mani mansuete e pure” così affettuoso somigliava più ad una carezza… Bravissimo! Meno bene il resto del cast con una Oksana Dyka (Tosca) vocalmente ben impegnata e sostanzialmente precisa, ma carente di accento drammatico e Zeliko Lucic uno Scarpia di carisma non debordante. Ma la delusione maggiore proveniva dalla “buca” orchestrale. Qui, Omer Meir Wellber evidenziava difficoltà a seguire i cantanti (sentire, per esempio,“Recondita armonia” nel primo atto con il direttore israeliano e il tenore bavarese che non si intendevano sul tempo migliore da seguire) e a trovare la giusta tensione narrativa in uno spettacolo, già visto al Met e a Monaco di Baviera, in cui il regista Luc Bondy esaspera qualche situazione – lo sfregio al ritratto dell’Attavanti compiuto nel primo atto da una Tosca “rusticana” sembra eccessivo – in un impianto scenico forse un po’ troppo asciutto e, tutto sommato, anonimo.





S. Lorenzo in Campo (PU) - Teatro Tiberini

Una compagnia di “saltimbanchi” per il SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
(14 gen. 2011)

Di Giosetta Guerra

Le opere teatrali di Shakespeare sono tra le più rappresentate sia integralmente sia rimaneggiate e riadattate e forse le più difficili da mettere in scena sono proprio le commedie.
Il suo teatro si caratterizza per gli intrighi e per il linguaggio, i dialoghi sono così articolati che non si può perdere neanche una battuta. Si può capire, quindi, quanto sia difficile mantenere la tinta shakespeariana quando si affronta un riadattamento. Tanto più se si tratta di una commedia dalla trama così intricata e con ambienti e costumi così differenziati come Sogno di una notte di mezza estate (scritta alla fine del 1500).
Tre mondi si alternano in questo sogno: quello degli elfi e delle fate, quello degli umani e quello dei sovrani. Gli elfi sono mitici personaggi dei boschi guidati dal re Oberon, le fate sono bellissime fanciulle capeggiate dalla regina Titania; gli umani sono rappresentati da un gruppetto di operai-attori, comici improvvisati, capeggiati da Nick Bottom, che devono mettere in scena, a scopo di lucro, uno spettacolo per le nozze dei nobili Teseo ed Ippolita, che sono appunto i sovrani. In questo contesto si muovono due coppie di innamorati (Ermia-Lisandro ed Elena-Demetrio). Su tutti si libra Puck, un folletto dai molteplici aspetti, che, spremendo il succo magico del fiore vermiglio di Cupido sugli occhi delle persone addormentate, determina gli innamoramenti delle coppie e gioca anche uno scherzo a Bottom che lo fa svegliare con la testa d’asino.
Scene, costumi e luci devono contribuire a restituire la visione onirica di questo intreccio serrato, dove talvolta il sogno è più vero della realtà.

Ebbene tutti questi dettagli sono stati sorvolati dalla Compagnia teatrale La Piccionaia – I Carrara, che hanno fatto una sintesi della commedia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate, puntando sulla storia e non sulla caratterizzazione dei personaggi e degli ambienti.
In una scenografia minimalista i giovani attori, molto bravi nella gestualità, nella gestione del palcoscenico, nelle acrobazie quasi da saltimbanco, hanno prediletto l’aspetto giocoso della commedia, sono stati divertenti e convincenti, ma in pratica hanno rappresentato un’altra commedia, eludendo il colore, il magico, il fantastico, ma soprattutto senza la figura di Puck che è il deus-ex-machina di tutto l’intreccio.
Puck era rappresentato da una fiammella che si accendeva sulle mani di Oberon o di qualunque altro e chi non conosceva già la pièce faceva difficoltà a comprendere la storia.

Nel programma di sala sono elencati gli attori, ma, come spesso capita nei programmi di spettacoli di prosa, manca l’attribuzione dei ruoli. Ecco i nomi: Marco Artusi, Evarossella Biolo, Pierangelo Bordignon, Matteo Cremon, Serena De Blasio, Gianluigi (Igi) Meggiorin, Beatrice Niero; regia Carlo Presotto, Ketti Grunchi.

martedì 1 febbraio 2011

Così fan tutte


Ancona-Teatro delle Muse
COSĺ FAN TUTTE di Mozart
(domenica 23 gennaio 2011)

Nuovo allestimento Fondazione Teatro delle Muse in coproduzione
con Sferisterio Opera Festival, che la proporrà la prossima estate.

Tutto sospeso in un’atmosfera di poesia e d’eterea bellezza.

Di Giosetta Guerra

Un fluttuante telo bianco, al posto del classico sipario, cade tirato giù da Don Alfonso e la scena s’illumina d’immenso. Un’erma spiaggia sospesa tra cielo e mar, sopra un alto scoglio “che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude” e lascia pensare a “interminati spazi di là da quello”, è pervasa da un’esplosione di biancore. Da un lato una casa bianca con scala e grande terrazza e un solarium al piano superiore, dall’altro un moscone di legno bianco. “Mirando” la suggestiva scena, “sovrumani silenzi e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura” e “naufragar m'è dolce in questo mare” di luce. (Leopardi: L’Infinito).
Sulla morbida coltre sabbiosa due giovani baldanzosi, Guglielmo (amante di Fiordiligi) e Ferrando (amante di Dorabella), corrono, saltano, si denudano, si distendono, fanno ginnastica, leggono il giornale, agilmente si arrampicano sugli scogli e sulla ringhiera nera del terrazzo. Compostamente si fa avanti Don Alfonso con un ombrello rosso in mano. Gli uomini hanno il codino, abiti d’epoca chiari e un cappello a tre punte. Le tre grandi porte-finestre si spalancano sulla terrazza e ne escono le due sorelle Dorabella e Fiodiligi (asciugandosi con l’asciugamano i lunghi capelli neri), con leggeri abiti bianchi lunghi stile impero e la cameriera Despina con un grembiule grigio sopra un vestito color sabbia. I quattro amanti sprizzano freschezza e trasgressione da tutti i pori: si baciano per le scale, sulla spiaggia, simulano amplessi, si abbracciano e, quando lo fanno a coppie ravvicinate, spesso le mani di ognuno diventano troppo lunghe per toccatine furtive dell’altra amante. Dopo la partenza (finta) dei due maschietti per la guerra, le due donne si vestono a lutto (bellissimi abiti neri lunghi della stessa foggia, con corpetto rifinito in vita con grandi becchi a centine, profilato in bianco quello di Dorabella) e si coprono capo e viso con grandi veli neri. Ma poi indossano bellissimi abiti da sposa bianchi per andare a nozze coi nuovi amori. I giovani sono scalzi, il vecchio no.
Niente servitori in scena e anche il coro non è fisicamente presente. Per aumentare la quasi immaterialità di questo allestimento (tutto è morbido, la sabbia annulla i rumori, i piedi scalzi), il flusso sonoro del bravo Coro Bellini, preparato da David Crescenzi, giunge da fuori campo.
Pier Luigi Pizzi, ideatore di regia, scene, costumi, gioca di finezza nella cura dei dettagli e accentua con estremo garbo la comicità (Dorabella in nero si butta dietro le spalle il ciondolo di Ferrando per far posto a quello del nuovo amante, poi si rintana con lui e riesce in abito bianco-il lutto è finito; Fiordiligi pure si rintana col nuovo arrivato, torna fuori scarmigliata ma ancora in nero perché è andata in bianco); Pizzi rispetta la geometria musicale con la simmetria a volte speculare delle coppie nelle scene d’insieme. Regia squisita, scenografia originale e luminosissima, costumi di un’eleganza sobria e raffinata: una delicatezza sublime pervade la scena, anche nei quadretti spiritosi. Bravo Pizzi. Bravo anche Vincenzo Ramponi, autore delle luci.
Così fan tutte, l’opera mozartiana destinata ai palati più fini, presenta una nutrita tavolozza di colori, per delineare un groviglio indistinto di sentimenti contrastanti provati dai personaggi nell’arco di un sola giornata ricca di imprevisti. Il libretto scritto con accuratezza da Da Ponte punta il dito contro le donne, ma oggi ci fa sorridere, la musica di Mozart è raffinata e di assoluta bellezza, a volte impalpabile, a volte sottilmente ironica o burlesca (caratteri determinati dalle voci degli strumenti), è ricca di melodie ben strutturate, incantevoli concertati, duetti, terzetti, quartetti, quintetti, sestetti, con una linea musicale dolcissima a sostegno della lunghezza e della lentezza della narrazione.
Con garbo e discrezione, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, vanto della nostra Regione per l’alto livello raggiunto, riesce a mantenere costante quell’aura leggera e amorosa della musica mozartiana, che non sfugge all’attenzione del bravo direttore Daniel Kawka, il quale, oltre a rispettare la leggera filigrana del tessuto strumentale, dà rilievo ai differenti timbri strumentali per caratterizzare i personaggi: l’oboe, dal timbro nasale, per il vecchio e cinico Don Alfonso, i clarinetti sensuali e voluttuosi per le due donne disposte all’avventura, i violini e le viole per i sospiri e i singhiozzi (penetrante la lievissima brezza dei violini nel canto dell’addio agli amanti delle due donne), i flauti e i fagotti per le pene e gli affanni e i corni (bravissimi) per i richiami scherzosi.
Le convenzioni dell’opera buffa e quelle dell’opera seria si ritrovano nel carattere dei protagonisti: Fiordiligi e Ferrando sono figli dell’opera seria, agli altri è riservato un linguaggio musicale più vicino alla tradizione comica. Le difficili e arcinote arie solistiche, parodie del grande stile tragico, assolutamente scoperte, richiedono doti vocali e stile ineccepibili. Comunque l’opera, imbastita più sui pezzi d’insieme che sui pezzi chiusi, va considerata globalmente.
Nell’allestimento anconetano le voci sono affiatatissime e melodiose, restituiscono un’atmosfera costantemente sospesa, tuttavia le voci femminili prevalgono per qualità su quelle maschili.
Le due sorelle agiscono e cantano quasi sempre in tandem incantevoli duetti o si sostengono psicologicamente nei preziosi quartetti coi due giovani amanti o negli intriganti sestetti, ma hanno anche delle arie di rara bellezza. I quattro cantano spesso distesi.
Il soprano Carmela Remigio è una Fiordiligi fresca e sentimentale. La voce è bella, il suono rotondo, la dizione corretta, l’emissione accurata nei giochi chiaroscurali, nelle ascensioni fiorite, nel canto sfumato e di coloratura, incisiva nell’accento, agile e timbrata negli sbalzi, presenta estensione del registro vocale, melodiosa linea di canto e facilità a piegare la sua splendida voce di soprano alle leggiadrie del canto mozartiano.
Nell’aria del primo atto “Come scoglio” affronta molto bene gli affondi morbidi, gli squilli, la varietà delle dinamiche, anche se la voce non ha il peso e la duttilità di quella di Margaret Price, che sto ascoltando ora alla Barcaccia nella commemorazione della sua scomparsa.
Nel duetto con Ferrando dell’atto secondo “Fra gli amplessi”, lei è luminosa e pulita, lui canta molto bene con fantastici piegamenti della voce ma con un suono piuttosto schiacciato.
Nell’aria del secondo atto “Ei parte”, accompagnato dalla voce calda del corno, esprime i tormenti della sua situazione con un intenso canto a mezza voce, acuti luminosi, lunghi trilli con messa di voce, suoni armoniosi, emissione fluida. Brava.
Il mezzosoprano georgiano Katevan Kemoklidze, molto musicale nella parte della spigliata e volubile Dorabella, sfoggia un consistente corpo vocale con giusti appoggi nella zona grave, bel colore, emissione sicura ed accento incisivo. Nell’allegro agitato dell’aria del 1° atto “Smanie implacabili” la voce è vibrante e presenta sonorità ricche. Nell’aria del 2° atto “È amore un ladroncello” il suono si fa morbido e sensuale, la voce piena e screziata, molto mozartiana, si arricchisce di colori e di armonici.
Il soprano napoletano Giacinta Nicotra delinea una Despina sfiziosa, come la musica stessa richiede, un personaggio multiforme e attratto dall’ “idea di quel metallo”. Ha una bella voce di soprano brillante, limpida ed acuta, fresca e scintillante, corretta messa di voce ed appropriata verve scenica.
Il tenore palermitano Paolo Fanale affronta con buona tecnica l’ardua tessitura del sentimentale Ferrando, fraseggia con delicatezza e conosce l’uso delle mezze voci, sa accentare con vigore, alleggerire e sfumare il suono in soavi filati. Affronta l’aria “Un’aura amorosa” con le dovute morbidezze e graduali espansioni acute e discese alle note basse e la cavatina “Tradito, schernito” con bella cavata e buona tenuta del suono, ma la voce appare sempre stranamente impastata e con risonanze nasali poco piacevoli.
Nel ruolo del pratico e baldanzoso Guglielmo, l’austriaco Markus Werba esibisce una voce di baritono chiaro, ma di buon peso e intonazione non sempre perfetta. Affronta l’aria “Donne mie la fate a tanti” (A. II sc. VIII) (ricorda l’aria di Leporello “Voglio fare il gentiluomo”) con dinamismo vocale e gestuale, timbro non bellissimo ma buona tecnica.
Don Alfonso è interpretato con precisione nel canto e nel gesto dal baritono inglese William Shimell, che vanta un bel colore brunito e un notevole peso vocale da perfezionare nella gestione e nello stile che è poco rifinito, da perfezionare anche la dizione.
Uno spettacolo ben fatto.