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lunedì 21 febbraio 2011

Tosca di Puccini - Teatro alla Scala, Milano.

Foto: Brescia Amisano, Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

E’ stata la Tosca di Jonas Kaufmann! Il tenore tedesco, dopo una forma influenzale che l’aveva tenuto lontano dalle prime due recite previste, ha debuttato finalmente al Teatro alla Scala nel ruolo di Mario Cavaradossi. E si è trattato di un vero trionfo. Kaufmann oltre a saper stare sul palcoscenico come pochi, sa fraseggiare con musicalità, e soprattutto sa cantare “piano”, dote sempre più rara nel panorama tenorile odierno. Un “E lucevan le stelle” così sfumato, così intimo, ma così ricco di colori, quasi una creazione estemporanea, resta la gemma della serata, una rarità! Ed il successivo attacco di “O dolci mani mansuete e pure” così affettuoso somigliava più ad una carezza… Bravissimo! Meno bene il resto del cast con una Oksana Dyka (Tosca) vocalmente ben impegnata e sostanzialmente precisa, ma carente di accento drammatico e Zeliko Lucic uno Scarpia di carisma non debordante. Ma la delusione maggiore proveniva dalla “buca” orchestrale. Qui, Omer Meir Wellber evidenziava difficoltà a seguire i cantanti (sentire, per esempio,“Recondita armonia” nel primo atto con il direttore israeliano e il tenore bavarese che non si intendevano sul tempo migliore da seguire) e a trovare la giusta tensione narrativa in uno spettacolo, già visto al Met e a Monaco di Baviera, in cui il regista Luc Bondy esaspera qualche situazione – lo sfregio al ritratto dell’Attavanti compiuto nel primo atto da una Tosca “rusticana” sembra eccessivo – in un impianto scenico forse un po’ troppo asciutto e, tutto sommato, anonimo.

domenica 20 dicembre 2009

Carmen di Bizet - Teatro alla Scala, Milano.

"CARMEN" - scene Credit: Marco Brescia / Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

Due le scommesse vinte dal sovrintendente del Teatro alla Scala Stéphane Lissner e da Daniel Barenboim, “maestro scaligero” fino al 2013, per questa importante inaugurazione di stagione. La venticinquenne protagonista Anita Rachvelishvili e la regista siciliana Emma Dante erano, infatti, al loro debutto sulla scena lirica, la prima freschissima reduce dagli studi alla Accademia della Scala, la seconda con esperienze registiche, anche di un certo rilievo, ma solo nell’ambito del teatro di prosa. Ed entrambe hanno convinto! Emma Dante ha mostrato doti fuori dal comune nel saper cogliere la verità scenica senza violentare la drammaturgia del libretto (in questa produzione sono stati anche ripristinati parte degli indispensabili dialoghi parlati). Poco importa se al posto della Spagna l’azione è ambientata nella sua Sicilia, cupa, bigotta, superstiziosa con tutto quell’apparato di processioni, crocifissi, baldacchini, turiboli e incensi. Bandito il folclore oleografico questa Carmen è fatta di fisicità, ritualità, sensualità mediterranea (le sigaraie al bagno restano indimenticabili) e… tante idee. Sarebbe davvero lungo elencarle tutte., e forse neanche sostanziale. E’ sufficiente affermare che Emma Dante è riuscita nell’impresa difficilissima di togliere quest’opera da quei cliché in cui la tradizione l’aveva ormai fatta incancrenire restituendocela viva, carnale, anche violenta (la zuffa tra le sigaraie nel primo atto, ad esempio, resta emblematica). Ed è normale che quando il pubblico (per fortuna solo una piccola, ma rumorosa, frangia) si trova disorientato, inizia a contestare. Ma, credo che già alla prima ripresa di questo allestimento nel novembre 2010 con Gustavo Dudamel sul podio parecchi censori reciteranno un bel “mea culpa”.

Anita Rachvelishvili (Carmen)Jonas Kaufmann (Don José) - Marco Brescia / Teatro alla Scala

Anita Rachvelishvili è una vera scoperta. La giovane georgiana ha cantato molto bene, con perfetta omogeneità timbrica, riuscendo ad infondere calore e passione in ogni frase. La sua non è parsa una Carmen diabolica, né tantomeno una femme fatale, ma una donna vera che seduce con il suo fascino naturale. Jonas Kaufmann (Don José) ha conquistato per il timbro brunito e per la spavalderia e prestanza dell’accento, ma soprattutto lascia ammirati la sua capacità di fraseggiare ombreggiando di chiaroscuri (cosa rara nei tenori di oggi) la linea musicale. Più ordinario il fraseggio di Erwin Schrott (Escamillo), ma l’attore è navigato. Un po’ a disagio vocalmente, invece, Adriana Damato (Micaela) L’interprete è pallida e la voce sembra non avere gli appoggi giusti per poter correre sempre in modo soddisfacente. La sua è stata comunque una prestazione in crescendo. Al termine della recita pensando alla direzione d’orchestra mi è sorta una domanda: sarebbe piaciuta a Nietzsche la Carmen di Daniel Barenboim? Cito Friedrich Nietzsche perché fu proprio il filosofo tedesco ad additare il capolavoro di Bizet come giusto antidoto per guarire dal “contagio” wagneriano (di cui pure lui non ne era rimasto immune). In effetti quella leggerezza, quella solarità, quella luce “africana” che tanto commossero Nietzsche non sembrano essere nelle corde del direttore di origine argentina. Il peso fonico degli archi e qualche stacco di tempo più lento dell’usuale non possono che rimandare proprio al compositore del Ring. Merito di Barenboim è di aver spesso strizzato la partitura lasciando affiorare bellezze segrete salvo poi con strappi inusitati reimmergerci nel clima fatale della vicenda (magistrale in tal senso la “scena delle carte”). E quel crescendo ritmico e dinamico calibratissimo ed avvolgente che nella taverna di Lillas Pastia porta ad una ridda quasi infernale ha del prodigioso. Un timoniere impavido alla guida di una nave che veleggia sicura, per una “prima” da incorniciare!


sabato 28 novembre 2009

Messa di Requiem (Verdi) - Teatro alla Scala, Milano

Foto: Daniel Barenboim - Requiem - Teatro alla Scala
Massimo Viazzo


Un Requiem non completamente risolto quello che è approdato alla Scala dopo essere stato in tournée in mezzo mondo (da Berlino a Roma, da Tokyo a Parigi) negli ultimi sei mesi. E il responsabile di questo esito altalenante è proprio il “maestro scaligero” Daniel Barenboim che, dopo la problematica Aida andata in scena qualche mese fa sempre nel massimo teatro milanese, sembra non aver ancora trovato una chiave di lettura convincente di fronte alla musica verdiana. Ciò che è mancato è stata la spontaneità, la naturalezza. La visione interpretativa è parsa più interessata agli episodi singoli evocando solo a tratti quel respiro universale che si manifesta in tutta la sua forza panica solo in presenza di un’arcata espressiva unitaria. Non vorrei essere frainteso però: l’impatto di questo Requiem è stato comunque notevole, ma spesso si è avuta la sensazione di trovarsi di fronte ad una sinfonia per soli, coro e orchestra. Interessante, peraltro, la cura degli impasti timbrici più scuri, l’esaltazione degli ottoni e soprattutto delle percussioni. Barenboim ha trovato colori nerissimi, di forte suggestione. Grandiosa la prestazione del Coro del Teatro alla Scala. Il complesso diretto da Bruno Casoni non ha rivali al mondo quando canta questo repertorio. Compattezza, accento, timbrica, respiro, fraseggio: tutto suona straordinariamente idiomatico! Barbara Frittoli, reduce da una forma influenzale, ha cantato con proprietà stilistica risultando imperiosa nel suo momento di massima concentrazione, il “Libera me”, e delicatissima nella ripresa del Requiem aeternam che conduce al temuto acuto finale (pulitissimo e lucente). Sonia Ganassi ha usato il suo strumento vocale senza risparmiarsi e se il fraseggio è parso a tratti non molto vario il mezzosoprano emiliano ha convinto per grinta e personalità. Jonas Kaufmann, il tenore del momento, dal bel timbro brunito, ha sfoderato un’invidiabile sicurezza nell’emissione degli acuti, ma è riuscito anche a padroneggiare con bravura le mezzevoci (“Hostias”) e a condurre la linea vocale modulando il fraseggio con finezza. Il suo “Ingemisco” ha inchiodato il pubblico. Un po’ pallida, poco carismatica, invece, la prova di René Pape (arrivato a Milano all’ultimo momento per sostituire il basso coreano Kwangchul Youn) un cantante sul quale la Scala ha investito molto per il futuro. Pape sarà infatti Wotan nel nuovo Ring wagneriano che inizierà in primavera.