mercoledì 28 gennaio 2015

San Lorenzo in Campo (PU), Teatro Tiberini, La Mandragola

San Lorenzo in Campo (PU) - Teatro Tiberini

Stagione di prosa

LA MANDRAGOLA  
di Nicolò Machiavelli

Tragicommedia d’intrighi, d’inganni e d’ironia, dove il fine giustifica i mezzi, entrambi non sempre nobili.
 
(22 gennaio 2015)

L’attualità del passato fa riscoprire la contemporaneità dei classici

recensione di Giosetta Guerra

Pensate un po’ cosa potrebbe uscir fuori da un gruppo di persone così assortite: un marito anziano forse sterile che vorrebbe ancora diventar padre, un giovanotto innamorato della bella moglie dell’anziano ritenuta sterile e quindi verginella repressa con una madre ruffiana, un frate venale e senza scrupoli, un Figaro della situazione animatore d’inganni, tutti presentati da uno speaker d’ordinanza.

State già sorridendo? Non vi affannate, ci ha già pensato cinquecento anni fa Nicolò Machiavelli, scrivendo La Mandragola, capolavoro del teatro comico cinquecentesco, scritto intorno al 1518.

Questa commedia prende il titolo da un'erba medicinale “la mandragora” ritenuta capace di combattere la sterilità nelle donne, ma in realtà erba velenosa che potrebbe essere scambiata con la borraggine. Quindi attenti.

Ề ovvio che far credere ad un marito tradito che la moglie sia rimasta incinta grazie ad un’erba miracolosa era un espediente per giustificare una moglie fedifraga, ma per crear queste fantasie occorreva una mente diabolica e creativa, e la satira di Machiavelli si avvale proprio dell’astuzia e dell’intelligenza di alcuni suoi personaggi per smascherare e condannare la corruzione della società del suo tempo. Il sarcasmo di Machiavelli si traduce in satira pungente contro la corruzione del clero e la superficialità del potere, contro la stupidità delle donne e la falsità degli amici, delineando stereotipi immortali adattabili ad ogni tempo.

Ecco il plot de “La Mandragola”.

Messer Nicia Calfucci è il marito anziano di Lucrezia, di lei è innamorato Callimaco, che Ligurio, ideatore dell'inganno, presenta a Nicia come famoso dottore conosciutissimo anche a Parigi e persino a corte in grado di risolvere il suo problema; Callimaco, con arte affabulatoria e sentenziando in latino convince l’anziano di avere un rimedio contro la sterilità: una miracolosa pozione di mandragola da far bere alla moglie la sera stessa prima di coricarsi per far avvenire il miracolo durante la notte. Purtroppo quella bevanda ha una controindicazione: il primo uomo che giacerà con lei morirà presto, quindi sarebbe opportuno prendere un “garzonaccio”  sconosciuto dalla strada, per dar poi via libera al vero marito. Il piano è machiavellico ma ben congegnato, Ligurio ottiene anche la complicità di Fra' Timoteo che per denaro convince Lucrezia e la madre Sostrata che non sarà commesso alcun peccato se la moglie passerà la notte con uno sconosciuto, perché non lo fa per sua scelta.  Ovviamente lo sconosciuto è Callimaco, che riesce a passare la notte con Lucrezia e, una volta rivelatosi, ne diviene l’amante col benestare del marito ignaro e riconoscente, che invita lui e Ligurio a vivere nella sua casa come amici di famiglia. Sicché dopo l’inganno anche la beffa. Siro è il presentatore e complice dell’inganno. Tutti si ritrovano la mattina seguente in chiesa per “purificarsi” delle loro colpe.

Per mettere in scena una simile fantasia di fuochi d’artificio occorre una gran sintonia tra gli attori e una regia che non abbia tempi morti o rallentati.

 

Al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo abbiamo avuto il piacere di ospitare la Compagnia U.R.T.-La Corte Ospitale che ha i requisiti richiesti (ma dovrebbe cambiare nome perché non si capisce chi è).

La regia di Jurij Ferrini è fluida e movimentata, ha un ritmo serrato, un po’ sopra le righe nei toni a volte troppo alti ed esagitati delle voci, che comunque seguono il crescendo dello sviluppo scenico della vicenda, fitta d’intrichi, di equivoci, di doppi sensi, di gags esilaranti, di giochi di parole. 

Belle idee registiche per creare spettacolarità, come la danza degli ombrelli e l’uso appropriato delle luci disegnate da Lamberto Pirrone, o per strappare la risata, come Nicia che fruga nelle parti intime e non trova il bigolo e quel vasetto di urina pronto per le analisi che finisce in faccia di qualcuno.

Il regista è presente anche fisicamente nel gioco scenico in qualità di attore, perché è proprio Jurij Ferrini ad impersonare Messer Nicia Calfucci il vecchio marito cornuto, contento e coglionato. Impressionante la sua espressività, la sua mimica facciale, l’aria attonita e spaesata del credulone, l’aria schifata di chi aborre l’idea di essere sterile, l’intenzionalità dei suoi silenzi e dei suoi sguardi, fisicamente caratterizzato da un aspetto ingenuo e trasandato con quegli occhialini sul naso e i capelli brizzolati in disordine e una deambulazione precaria, lui è l’elemento comico, meglio dir tragicomico, della compagnia, il Falstaff della situazione, perché sembra strano, ma in palcoscenico e nella vita il burlato fa sempre ridere, anche se con un retrogusto amaro.

E grande sintonia c’è stata tra i bravi attori ben calati nei loro personaggi con vis comica naturale per questo esilarante sposalizio tra tradizione e modernità.

Igor Chierici è un versatile servitore di nome Sirio, molto sciolto sulla scena e nella recitazione, Luca Cicolella è un Callimaco dal gesto nervoso e dalla loquacità compulsiva e impetuosa, fluido è il fraseggiar di Michele Schiano di Cola nel ruolo di Ligurio, servo di Nicia, Angelo Maria Tronca, con la tonaca nera e il collarino da prete (ma non deve essere un frate e quindi vestito col saio bianco?), è Fra’ Timoteo,  

venale e sfuggente come Don Basilio de Il barbiere di Siviglia, si muove con fare circospetto alla ricerca di qualche utile personale, non abbandona mai la scatola nera delle LIMOSINE e fantastica con mimi e mugolii sulla notte d’amore dei due amanti. 

Meno caratterizzate le due donne: Cecilia Zingaro è Madonna Lucrezia, una dama alta coi capelli lunghi in libertà e un vestito rosso piuttosto castigato, che denuncia più la sua vita composta che i suoi desideri repressi, (il regista avrebbe potuto giocare un po’ sull’indecisione se mostrare o nascondere, presentando magari una dama ritrosa ma vestita in modo provocante, anche distinguendola con un costume d’epoca scollato al punto giusto); Claudia Benzi con abito nero profilato di bianco e un gran cappello nero, è Sostrata, la madre un po’ sciatta di Lucrezia. 

L’azione è ambientata nel nostro presente, in scena solo un lungo tavolo grigio con sedie nere, gli uomini sono in giacca e cravatta e le donne con abiti un po’ retró (costumi di Nuvia Valestri), la recitazione pone attenzione alla parola perché è sul gioco di parole e sui doppi sensi che nasce l’ilarità, il testo è originale quindi in rima e in lingua medievale comprensibile con intercalar di latino per le persone istruite.


Impreziosiscono lo spettacolo musiche importanti, lontane dall’epoca della storia ambientata nella Firenze del 1494. In apertura una musica da film introduce l’imbonitore Sirio che presenta i protagonisti, l’Adagio di Albinoni sottolinea l’entrata di Nicia, Toccata e fuga di Bach accompagna la digitazione del codice del bancomat sulla schiena del frate, Le Danze ungheresi di Brahms danno inizio alla beffa, il Can Can da I racconti di Hoffmann di Offembach introduce il maschio Callimano nell’impresa della seduzione e apre il ballo con gli ombrelli aperti e gli ombrelli rotti, la danza spagnola dal Lago dei cigni di Cajkovskij e per chiudere il canone in re maggiore di Pachelbel. (Consiglio di scrivere anche i titoli musicali in programma, perché il teatro, oltre che divertimento, è anche insegnamento).









lunedì 19 gennaio 2015

Fano, Teatro della Fortuna, Nuda proprietà, prosa

Fano, Teatro della Fortuna

 

Nuda proprietà


commedia di Lidia Ravera


(10 gennaio 2015)

 di  Giosetta Guerra


Quando si è in età avanzata e senza soldi, ma proprietari di una casa, si vende la nuda proprietà, per avere denaro e abitazione assicurati fino alla fine della vita e poi più nulla.

Così fa Iris che, per realizzare di più dalla vendita, si finge vecchia e malandata con l’acquirente napoletano speculatore, ma in realtà è ancora fresca e pimpante, capace di saltare con la corda e di…innamorarsi. 

Senza volerlo s’innamora di Carlo, uno psicanalista ancor giovane ma solo, a cui la donna ha affittato una stanza per il suo studio, un amore pacato, fatto di condivisioni, di complicità, di affinità, di sostegno reciproco, di completamento, che matura a poco a poco e coinvolge prima lei poi lui e che finisce con uno sberleffo della natura: lui più giovane si ammala prima di lei. A movimentare questo nuovo menage ci pensa la giovanissima e spregiudicata nipote di lei, tornata all’improvviso, che rivendica la sua cameretta ora diventata studio medico, e naturalmente il nuovo proprietario della casa, ansioso di entrare definitivamente in possesso del suo appartamento.

Questo il plot della commedia Nuda proprietà, estrapolato dal romanzo Piangi pure di Lidia Ravera, giornalista, scrittrice ironica, attenta al mondo femminile.

Visto l’argomento, è naturale che lo scavo psicologico dei personaggi sia in prima linea e i dialoghi siano serrati, ed è richiesta agli attori una capacità istrionica di trasformismo e di adattamento ai cambiamenti anche improvvisi di situazioni.

Se si pensa ad un’attrice capace di alternare una recitazione logorroica e compulsiva a momenti di silenzio e di contemplazione, l’esuberanza di una giovane donna alla precarietà deambulatoria e gestuale di una vecchia malata, di dialogare coi presenti e con gli assenti (un po’ alla Edoardo De Filippo), di esprimere con la mimica facciale e con l’intonazione della voce  il dolore e la felicità, la paura e la speranza, la rassegnazione e il desiderio, l’amore e la delusione, il nome di Lella Costa esce per primo. Iris è dunque Lella Costa, un’attrice dal fisico ancora giovane e scattante, naturalissima nelle trasformazioni e nell’esternazione dei sentimenti contrastanti, delicata nei rapporti col nuovo arrivato, incontrollabile nel  profluvio di parole permeate di autoironia. Impressionante anche la trasformazione della bionda signora in abito grigio perla e scarpe rosse in vecchietta con vestaglia, mantellina della nonna, retina sulla testa, borsa dell’acqua calda, tremore alla gamba, voce insicura.

L’affianca un composto e riservato Paolo Calabresi, che sa dare significato anche ai silenzi con un’espressività comunicativa, un bel giovanotto mai invadente, ma ironicamente catastrofico che aumenta le ansie di lei e finisce per darle tanta sicurezza. Dai loro sguardi e dai rari sfioramenti delle mani e del viso s’intuisce un rapporto estremamente tenero.

La regista Emanuela Giordano, responsabile anche di costumi e luci, ha  fortemente sottolineato le differenze generazionali presentando una nipote scoppiettante e trasgressiva anche nell’abbigliamento, ottimamente interpretata dalla giovanissima Claudia Gusmano, 

mentre ha dato a Marco Palvetti i connotati di un subdolo jettatore, innescando una serie di equivoci esilaranti. Musiche di Antonio di Pofi, scene minimaliste grigio perla di un interno di Francesco Ghisu, produzione La Contemporanea – Mismaonda.

Un testo cervellotico, non privo di sarcasmo, d’ironia, di dramma, una recitazione intimista, quasi un parlarsi addosso, adatta ad un ambiente raccolto, perché non si possono perdere parole ed espressioni, come invece è capitato a me dall’alto di un palco laterale.











lunedì 12 gennaio 2015

Rimini Stadium NABUCCO

Rimini 105 Stadium

Buon Anno con 

 N a b u c c o 

Dramma lirico in quattro atti di Temistocle Solera, musica di Giuseppe Verdi



(1 gennaio 2015)


 

Recensione di Giosetta Guerra

Un’opera il primo dell’anno val più d’un augurio.

Ề un vero peccato che Rimini non abbia un teatro e sia costretta a fare gli spettacoli musicali in un palazzetto dello sport, che non ha né la struttura né l’acustica idonee per la musica, per cui si è costretti ad amplificare le voci e a penalizzare la visibilità degli spettatori seduti sulle tribune laterali.

Per la visibilità una soluzione ci sarebbe, fare lo spettacolo in platea, come fece Peter Brook al Teatro dell’Opera di Roma per Carmen e anche il ROF col Tancredi al vecchio palazzetto dello sport a Pesaro; per l’acustica bisognerebbe riempire gli angoli retti del palazzetto arrotondando l’ambiente per far circolare i suoni. Strano che non ci abbia mai pensato qualcuno e strano anche relegare a metà della tribuna laterale sinistra il recensore dello spettacolo.

Dopo una prima parte vista dimezzata e con i picchi dell’amplificazione che sfoga sempre lateralmente, sono scesa in platea nella seconda parte ed ho avuto un ascolto migliore e una visione più completa della scena e dei sopratitoli che dalle tribune non si leggono.

Quindi ho meglio apprezzato sia la scenografia di Joseph Cauchi, già sperimentata al Teatro dell’Opera di Gozo (Malta), dove spesso Stinchelli lavora, sia il lavoro di regia di Enrico Stinchelli, sia la proiezione delle voci, penalizzate comunque nella qualità della resa dall’amplificazione che, se da un lato aumenta il volume, dall’altro evidenzia i difetti.

Le scene, che non ci introducono chiaramente negli ambienti storici conosciuti, erano essenziali e simboliche ma comprensibili; erano costituite di una struttura centrale fissa a forma di  piramide quadrata tronca, con scale ai quattro lati, sovrastata all’occorrenza da un trono dorato raffigurante il potere o affiancata da un mitologico uccello e dalla grande testa dell’idolo che cadde di colpo al momento opportuno. Le scene erano eleganti, belle e soprattutto godibili all’occhio per l’aura fiabesca creata da fumi e vapori e per l’abbondante sfarfallio e sfolgorio di luci e di colori, che però stemperavano la tinta drammatica della vicenda.

Alla fissità dell’architettura scenica faceva infatti contrasto l’ipercinesia delle proiezioni o astratte o di elementi aerei, geometrici, figurativi, non sempre attinenti, che diventavano più intense nei cambi di scena per coprire le maestranze al lavoro. Operatore luci e video Alex Magrì.

Il regista Enrico Stinchelli ha curato molto bene la gestualità e la recitazione degli artisti, ha dato un tocco pittorico alla disposizione delle masse, che in un’opera corale sono coprotagoniste e particolarmente in Nabucco sono al centro delle aspettative del pubblico che concentra nel “Va pensiero” l’essenza dell’opera.

I personaggi entravano in scena salendo le scale da dietro, fermandosi in alto e scendendo dal lato anteriore, lo ha fatto anche un bambino all’inizio e alla fine.

Costumi d’epoca molto belli con predominanza del bianco, del nero, del rosso e dell’oro. Costumista Giulia Brolli.

Dal punto di vista vocale la partitura è particolarmente insidiosa, ogni interprete deve raggiungere il limite massimo delle sue capacità sia naturali che tecniche.










In primis la schiava Abigaille, creduta primogenita di Nabucco, che è un autentico soprano drammatico d’agilità e richiede doti straordinarie di potenza e di agilità. 
 

Dimitra Theodossiou ha voce possente e screziata nei colori (“Ben io t’invenni”), bella in tutta la gamma, sicura nel canto di forza e di coloratura, rotonda ed armoniosa nelle smorzature e nel canto morbido, è bravissima negli slanci acuti strabilianti, negli affondi e nei glissando, riesce a coprire gli sbalzi di due ottave, dosa la voce all’espressività del fraseggio con sensibile modo di porgere, accento incisivo, scavo della parola scenica, filati acutissimi tenuti e sonori (accorato e lievissimo il finale nella scena della morte).


Nabucco, re di Babilonia, ha inizialmente perso la sua autorevolezza a causa della scarsa fermezza vocale nel canto spinto di Carlo Guelfi, un baritono dal bel timbro e dal giusto accento ma con voce corta e ondeggiante seppur potente. Dopo il fulmine che ha colpito Nabucco, Guelfi ha cantato meglio, perché, tenendo una linea più morbida, ha sostenuto i suoni con voce più ferma (“Deh, perdona”), controllando l’emissione e cantando sul fiato il suono è risultato più bello e più sicuro (“Dio di Giuda”).

L’autorevolezza e la pacatezza di Zaccaria, gran pontefice degli Ebrei, sono emerse dal gesto e dal modo di porgere del basso Ivaylo Dzhurov, che ci riporta allo stile di Samuel Ramey per la maestosità del canto e per l’arte di arrotondare i suoni.

La sua voce ampia, estesa, corposa e sonora si distingue per la bellezza del colore, per la pienezza, la fermezza e la pastosità del suono e per la morbidezza del canto. Il basso canta sul fiato, affronta bene la tessitura acuta, la grave è corretta e sostenuta, ha buona tecnica di canto e di articolazione della parola.


Nel ruolo d’Ismaele, nipote di Sedecia, re di Gerusalemme, il tenore Paolo Antognetti ha usato in modo corretto una voce acuta robusta e di bel timbro, ha espresso con veemenza la disperazione sopra il canto cadenzato dei Leviti (“Per amor del Dio vivente”), ha cantato bene, tenendo una linea di canto omogenea e ammorbidendo i finali.

Fenena, figlia di Nabucco, era Patrizia Patelmo, mezzosoprano dal bel corpo vocale, voce pastosa che sale rotonda in acuto e ammorbidisce nel canto a mezza voce; la cantante ha evidenziato accurato modo di porgere, buon uso della messa di voce, bel suono, ma dizione poco chiara.

Senza infamia e senza lodo il basso Antonio Di Matteo nelle vesti del Gran Sacerdote di Belo.

Roberto Carli (Abdallo vecchio ufficiale del re di Babilonia),  tenore chiaro e squillante, è stato un dignitoso comprimario.

Elettra Benfatto (Anna sorella di Zaccaria) è un corretto soprano dalla voce pulita.

La liricità di questo grande affresco corale è stata espressa dal Coro Lirico città di Rimini Amintore Galli, spesso immobile in una staticità ieratica, con compattezza dell’amalgama sonoro nelle pagine più vigorose e con dinamiche morbide e sfumate nelle pagine di maggior raccoglimento, qualche imprecisione nella tenuta del suono in “Va pensiero”, cantato a mezza voce e disturbato da spire di fumo o di nuvole e da giochi di luci. Maestro del coro Matteo Salvemini.

La scrittura musicale, che in orchestra sviluppa sia movimenti e sonorità travolgenti sia atmosfere di struggente poesia, trova una brava interprete nell’Orchestra Teatro dell’Opera di Rousse diretta da Nayden Todorov. Coro e Orchestra riescono a comunicare una coralità intensa.

Corrette le danze del corpo di ballo Future Company.

Successo generale. Grande dimostrazione d'affetto per Dimitra Theodossiou, scampata miracolosamente all'incendio del traghetto greco tre giorni prima.

 



Dimitra Theodossiou e Giosetta Guerra










giovedì 25 dicembre 2014

Fano-prosa: Sinfonia d'autunno

Teatro della Fortuna di Fano

SINFONIA (triste) D’AUTUNNO

di Ingmar Bergman

(6 dicembre 2014)

Recensione di Giosetta Guerra

Essere soli significa 

non potersi raccontare a nessuno

Ề buio e tuona; a poco a poco la scena s’illumina della fioca luce di due lampade ai lati di un lungo divano grigio posto davanti ad una vetrata, a sinistra la scrivania di Eva, a destra un televisore dove Viktor guarda le immagini del figlioletto scomparso e in un angolo la cameretta coi giochi rimasta intatta, dove i genitori isolatamente si rifugiano nell’illusione di continuare a parlare e a giocare col figlio. Una scala laterale porta ad un lungo ballatoio che conduce alla camera di Helena, costretta a letto o sulla sedia a rotelle dalla sua infermità. In quella casa regnano silenzio e dolore, squarciati ogni tanto dalle grida laceranti di Helena, seguiti dalla corsa precipitosa di Eva che corre dalla sorella, i dialoghi tra Eva e Viktor sono meri monologhi, l’atmosfera è cupa, i costumi sono grigi e austeri, la scena è grigia e popolata di fantasmi del passato, perfino da un fantomatico pianoforte che Charlotte finge di suonare sedendo su un seggiolino posto sul boccascena e tenendo le braccia in avanti protese nel vuoto in atteggiamento di usare la tastiera (originale idea registica). L’arrivo di Charlotte, famosa pianista e madre di Eva, per lo più assente a causa della sua carriera, ma presente nell’esercizio del suo dispotismo, segnando negativamente la vita delle figlie, fa ritornare a galla le frustrazioni del passato scatenando violente reazioni tra i componenti della famiglia. Vorrebbero comunicare, vorrebbero perdonare, ma il baratro è troppo profondo e ognuno di loro è solo perché non riesce a raccontarsi all’altro.

Lo stile asciutto e serrato di Bergman è la stessa cifra stilistica di Gabriele Lavia, che ha curato la regia di Sinfonia d’autunno ed ha preparato gli attori alla lettura e all’interpretazione di un testo difficile, di una storia complicata, di un groviglio di vipere attraversato dai fili dell’alta tensione. La sua impronta è evidente nel modo di recitare degli artisti, nell’abilità di scavare nell’intimo dei personaggi per far emergere l’egocentrismo e l’autoritarismo della madre, la sofferenza sia fisica che interiore delle due sfortunate figlie, la drammatica rassegnazione dell’unico uomo di casa.

Charlotte è interpretata da un’insuperabile Anna Maria Guarnieri al suo sessantesimo anno di teatro. Vestita con un comodo camicione prima grigio poi rosso (unica macchia di colore in questo grigiore snervante e ossessivo, come la vita dei membri della famiglia), tiene una recitazione pacata nel racconto delle ultime ore di suo marito Leonardo, la dizione è chiarissima, ma poi la gestualità tradisce la sua nevrosi dovuta a continue lotte interiori e al mal di schiena, si alza, passeggia, si pavoneggia, s’innervosisce per la figlia malata e ogni tanto si distende sul divano sempre nello stesso angolo, con la testa indietro e le braccia larghe continuando a parlare. Recita distesa anche sullo sgabello del pianoforte, sul tavolino del salotto contorcendosi per il dolore, gattona e parla parla parla, si placa solo davanti al pianoforte fantasma, dove obbliga la figlia a sedersi con lei, a fingere di suonare e ad ascoltare le sue lezioni sul modo d’interpretare Chopin. La recitazione si fa fremente quando parla della sua carriera, del calore e della tenerezza con cui interpretava Schumann, l’amore per il pianoforte che l’ha tenuta in vita ma lontana dai doveri familiari è ancora forte, e ora che la sua carriera è finita emergono i dubbi e i rimpianti,  tuttavia per lei è “meglio una sana donna anormale”, ma poi aggiunge “Avevi i toni dell’amore ma non avevi l’amore”; è una donna cinica e sofferente, che, nonostante i suoi rimorsi come madre mancata, non rinuncia ad una nuova tournée comunicatale al cellulare (aggiunta registica). L’interpretazione della Guarnieri è magistrale per la sicurezza e la fluidità dell’eloquio, per l’espressività gestuale, per la padronanza scenica, per la caratterizzazione del personaggio in tutte le sue sfumature.

Anche la figlia Eva è nevrotica per essere stata privata dell’affetto materno, che vorrebbe ora riconquistare, per essere stata costretta a curare sua sorella e per aver perso un bambino. La presenza della madre, dopo sette anni di silenzio, la libera dell’incapacità di  esternare la sua sofferenza e la fa esplodere in un’invettiva di amore/odio da manuale. 
Valeria Milillo interiorizza questa forma contenuta di follia e la esterna in modo superbo fino a darti l’ansia, è ipercinetica nel muoversi e agitata nel parlare, piena di ansia e d’insicurezza, l’espressività del volto segue i cambiamenti d’umore, amore e odio verso la madre la rendono nel contempo sottomessa e ribelle, il racconto della sua infanzia è soffocante, i dialoghi con la madre sono densi.

Danilo Nigrelli delinea magistralmente quel pover’uomo di Viktor, che non sa più che pesci prendere con quelle tre donne sull’orlo di una crisi di nervi, compie gli stessi gesti, fa le stesse azioni (gira il televisore, lo accende, prende la seggiolina, si siede, guarda il video di suo figlio, spegne il televisore, lo rigira, mette a posto la seggiolina) e si consola pensando che nella vita c’è un solo fenomeno di cui non si sa nulla: la vita stessa.

La regia punta sull’effetto drammatico anche visivamente, col fermo immagine in controluce, coi silenzi, con la staticità di certi quadri familiari, con una gestualità ripetitiva o portata all’estremo, con musica straniante, a volte ostinata su una sola nota, tipica degli spettacoli di Lavia. La scena in cui Helena si trascina carponi lungo il ballatoio e scende le scale a testa in giù gridando fa rabbrividire, le sue mani accartocciate e rattrappite, la smorfia di dolore sul suo viso stravolto, l’inutile tentativo di articolare le parole fanno di Helena un personaggio tragico che la bravura di Silvia Salvatori rende incredibilmente vero.

La tenuta drammatica non si allenta mai, i quattro attori sono di una bravura indescrivibile e la preziosità dell’allestimento porta la firma di Gabriele Lavia. Grande!



Peccato che il regista non sia uscito alla fine per gli applausi.

Scene di Alessandro Camera, costumi di Claudia Calvaresi, musiche originali di Giordano Corapi, luci di Simone De Angelis, produzione Teatro Stabile dell'Umbria/Fondazione Brunello Cucinelli.




mercoledì 17 dicembre 2014

Torino Teatro Regio - Giulio Cesare

Teatro Regio di Torino

Prima esecuzione di
Giulio Cesare

Dramma degli affetti contrapposti in tre atti, Libretto di Nicola Francesco Haym

da Giacomo Francesco Bussani, Musica di Georg Friedrich Händel

(Debutta il 20 febbraio del 1724 al King's Theatre di Londra)

(recita del 23 novembre 2014)

Analisi di Giosetta Guerra

Una straordinaria miniera di pirotecnie virtuosistiche e di raffinatezze musicali per trenta magnifiche arie tripartite d’amore e di vendetta precedute da recitativi secchi, tre ariosi, quattro recitativi accompagnati, due duetti, due cori e sublimi pezzi orchestrali (un’ouverture e quattro brevi sinfonie)

Ascoltando Giulio Cesare di Händel ci si chiede come faccia un essere umano a comporre musica così divina. Basterebbero le due arie di Cleopatra di fine secondo e terzo atto per cadere in estasi come Santa Teresa, ma tutti i 30 pezzi chiusi riservati ai personaggi hanno un’architettura musicale di prestigio che dà speciale rilievo alla magnifica musica d’apertura e di chiusura delle arie e accompagna, sostenendole o dialogandoci, le acrobazie delle voci.
Le arie sono tutte col da capo, quindi lunghissime e richiedono enorme perizia vocale per non perdere peso, colore, agilità.
E le voci in questa edizione del Regio di Torino, almeno quelle principali, sono davvero di primo livello. Maestre del canto di coloratura e brave nei diversi registri espressivi, nel rispetto della prassi esecutiva barocca, il contralto Sonia Prina (Cesare primo imperatore dei romani) e il soprano Jessica Pratt (Cleopatra regina d'Egitto) formano una coppia vocalmente meravigliosa, anche se scenicamente devon studiare delle posizioni per attenuare la differenza di statura.
Giulio Cesare, grande impervio ruolo barocco scritto per il castrato Francesco Bernardi, detto il Senesino, è un autentico personaggio eroico e Sonia Prina, con corazza da guerriero e gonnellino a frange fino al ginocchio, assecondata dalla gestualità del corpo e dall’espressione del viso, ha una credibilità incredibile in questo ruolo virile. Sul piano vocale la cantante si fa apprezzare per lo scavo della parola, i gravi corposi, la morbidezza del suono (aria “Presti ormai l’Egizia terra”, atto I sc. I), l’abilità nel canto sbalzato e nella coloratura furiosa (“Empio, dirò, tu sei”, atto I sc. III, aria di furore con frenetica introduzione strumentale contro Achilla che ha portato la testa di Pompeo); esperta del recitar cantando, porge in modo carezzevole nel recitativo accompagnato “Alma del gran Pompeo” (atto I sc. VII), cui segue una scena di seduzione che termina con un bacio tra Cesare e Lidia, alias Cleopatra. Fantastico il dialogo della sua voce, pastosa nel canto sfumato e agile in quello di forza, col corno naturale nell’aria “Va tacito e nascosto” (atto I sc. IX) con variazioni nel da capo. Nell’aria “Se in fiorito ameno prato” (atto II sc. II) con lunga introduzione degli archi e arpa posizionati in palcoscenico, la Prina, salita dalla buca dell’orchestra, intraprende un lungo dialogo col violino con voce duttile, lunghi fiati tenuti, proprietà d’accento, canto sbalzato con accompagnamento vivace; rivolgendosi a Lidia la voce diventa sensuale nel recitativo “Che veggio?” (atto II sc. VII). Strepitosa nella vigorosa grande aria di furia “Al lampo dell’armi” (atto II sc. VIII), con l’orchestra velocissima e incalzante, mentre uccide i congiurati, esegue con piglio guerresco i molti vocalizzi e abbellimenti che terminano con grande slancio acuto tenuto. Peccato non ci sia spazio per gli applausi perché irrompe Cleopatra bellicosa. Evidenzia pastosità, pienezza e rotondità del suono nell’aria pacata e lenta “Aure, deh, per pietà” (atto III sc. IV) con accompagnamento morbido e cadenzato. Bravissima!
Cleopatra è un’incantatrice, a lei sono riservate arie molto acute e fiorite di grande effetto e di ampio virtuosismo che le conferiscono una fisionomia smagliante e che la Pratt esegue in modo eccelso.
Jessica Pratt, più matrona romana dalle forme rotonde e seni prominenti (apprezzati anche da Cesare: “Che bel sen”, atto I sc. VII) sotto un leggero e trasparente abito bianco, che una spigolosa regina egizia, di cui non ha il classico taglio di capelli pur essendo mora, spiega una luminosissima voce di soprano d’agilità con sovracuti puliti fin dall’aria d’ingresso (“Non disperar, chi sa?”, atto I sc. V); sotto il falso nome di Lidia sciorina lunghi slanci acuti e sovracuti, alleggeriti e rinforzati con la messa di voce, e picchiettati cristallini nell’aria “Tutto può donna vezzosa” (atto I sc. VII). Nel duetto col figlio Sesto “Son nata a lagrimar” (atto I sc. XI) si sente il dolore nella voce e nella linea sonora dell’orchestra che segue i gesti larghi del direttore, ne deriva una captante staticità estatica. Vestita da gran dama, incorniciata dentro un grande quadro, canta con maggior peso vocale l’aria canzone “V’adoro, pupille” (atto II sc. II) con gli archi in sordina; permea di una certa ironia la figura di Cleopatra nella melodia  di ampio respiro “Venere bella” (atto II sc. VII) con fioriture, ripetute puntature e giochi vocali in acuto e sovracuto, che esegue con facilità d’emissione, bellezza del suono, alleggerimenti, messa di voce in acuto. La sublimità della musica con orchestra dolorosa si sposa con la soavità di una voce struggente e l’intensità del fraseggio nella delicatissima aria di dolore “Se pietà di me non senti” (atto II sc. VIII), che la  Pratt arricchisce con una puntatura sovracuta provocando un’estasi totale e una fragorosa ovazione. E qui si chiude il secondo atto.
Incatenata, vestita da squaw, nell’aria di prigione “Piangerò la sorte mia” (atto III sc. III) alterna suoni rotondi e spianati, morbide mezze voci, dolci filati, sbalzi, trilli e sovracuti con puntatura improvvisa; esterna tutta la sua abilità virtuosistica nella bellissima aria agitata molto fiorita e sbalzata, con molti vocalizzi e picchiettati in acuto, “Da tempeste il legno infranto” (atto III sc. VII), certamente la più difficile e la più ricca di fiorettature, variazioni, giochi acrobatici in acuto e sovracuto e trascinante cadenza finale.  Splendida!
L’erotismo emerge nel duetto finale con Cesare.
Il contralto Sara Mingardo (una bionda e riccioluta Cornelia, moglie di Pompeo, con abito celeste trasparente) è un’artista esperta, dotata di vocalità rotonda e di bel timbro brunito, fa uso della messa di voce e si esprime con voce patetica, vibrante e screziata nella lentissima aria di dolore per la morte del marito “Priva son d’ogni conforto” (atto I sc. IV) con l’accompagnamento delicato delle tiorbe e dei violini; bella messa di voce iniziale anche nell’aria di dolore “Nel tuo seno, amico sasso” (atto I sc. VIII) con strumentazione cupa e lenta. A volte la sua voce è vetrosa e il suono diventa chiuso, sì da sembrare quella di un controtenore, nel dialogo con Tolomeo della scena VII del III atto, ad esempio, le due voci sono simili. Scenicamente ha il contegno e la fierezza del ruolo.
Sesto, figlio di Pompeo e Cornelia, con tunica chiara corta e calzari romani, è interpretato da una brava e temperamentosa Maite Beaumont en travesti, mezzosoprano dalle ottime qualità vocali (registro grave scuro e zona acuta luminosa e sicura), in possesso di una buona tecnica di canto. Buoni gli slanci acuti, notevole la tenuta del fiato sia nelle lunghe frasi spiegate sia nel canto d’agilità e di sbalzo, ottima la messa di voce nell’aria veloce e scintillante “Svegliatevi nel core” (atto I sc. IV), che sfocia in un’aria di furore; voce di spessore in grado di ammorbidirsi, modulare e tenere suoni lunghi nell’aria lenta “Cara speme” (atto I sc. VIII), sostenuta dal cembalo e dalla viola; esegue bene le fitte agilità e le grandi espansioni acute con salti al grave, ma la dizione non è sempre chiara (recitativo “Figlio non è”…aria “L’angue offeso mai riposa”, atto II sc. VI);  brava, pulita, lanciatissima nell’acutissima aria di furore “La giustizia ha già sull’arco” (atto III sc. VI). Brava!
Antonio Abete in tunica romana presta una corposa voce di basso a Curio, tribuno di Roma.

Jud Perry con tunica lunga a piastre nere e argento è un ambizioso Tolomeo, re d'Egitto, fratello di Cleopatra. Il controtenore esibisce bel colore vocale, buone progressioni acute, agilità, buon peso e densità del suono, ma dizione poco chiara (“Muora Cesare…L’empio, sleale, indegno”, aria di vendetta, atto I sc. VI), suoni un po’ chiusi e appoggi gravi di petto (“Sì, spietata, il tuo rigore”, atto II sc. IV). Nell’arioso “Belle dee” (atto II sc. IX ), che in questa edizione torinese apre il terzo atto, la voce del controtenore è pastosa ma poco accattivante; denota abilità nel canto di sbalzo, ma precarietà del suono e brutto grave di petto in finale nell’aria “Domerò la tua fierezza” (atto III sc. II), rivolta a Cleopatra prigioniera.
Guido Loconsolo, con elmetto, corazza sopra una gonna al ginocchio e stivali, interpreta Achilla, duce generale dell'armi e consigliere di Tolomeo. Il baritono ha voce di grande peso capace anche di puntature acute piene, ma poco duttile (“Tu sei il cor di questo core”, atto I sc. XI). L’aria  “Dal fulgor di questa spada” (atto III sc. I), dolcemente mossa, è ben cantata con voce ampia e di spessore, ma con qualche intemperanza nell’emissione.
Riccardo Angelo Strano (Nireno, confidente di Cleopatra e di Tolomeo) è un bravo controtenore con voce brillante in grado di scendere ai gravi in modo naturale.
Per quest’opera del genere eroico l’orchestra, più ricca rispetto allo standard dell’epoca, è quella del Teatro Regio di Torino, con gli aggiunti alla tiorba, alla viola da gamba e al cembalo dell'Academia Montis Regalis; la concertazione e la direzione sono affidate al M°
Alessandro De Marchi, specialista del repertorio barocco e direttore artistico del Festival barocco di Insbruck. Una direzione precisa, attenta al dettaglio sia nell’intreccio e nei colori degli strumenti che nel sostegno alle voci e soprattutto appassionata; l’Orchestra risponde bene sia nella varietà e nella leggerezza della bellissima Ouverture (purtroppo disturbata dai movimenti scenici), sia nell’espressione del patetismo, sia nei ritmi incalzanti e nella ricchezza del suono che nell’esuberanza del trionfo, inoltre i musicisti agli strumenti solisti sono proprio bravi.
Posizionato ai lati dell’orchestra, il bravo coro del Teatro Regio, istruito da Claudio Fenoglio, ha solo due interventi, uno in apertura per salutare l’arrivo di Cesare e uno alla fine con un’orchestra trionfale per il ritorno di Cesare.
L’allestimento è quello che Laurent Pelly ideò nel 2011 per l’Opéra national de Paris (regia qui ripresa da Laurie Feldman) con le scene di Chantal Thomas e le luci di Joël Adam.
L’opera è ambientata nel deposito di un museo egizio, forse quello del Cairo visto il fez degli inservienti (ma anche a Torino c’è un famoso museo egizio), con una grande statua, scatoloni e scaffali con busti che muovono la testa, la grande testa mozza di Pompeo nel I atto; galleria di quadri barocchi fra cui uno che segue gli spostamenti di Cesare (assolutamente distraente) e un grande ritratto di Händel nel II, dove vediamo Achilla con un innaffiatoio giocattolo e Cornelia piangente che spinge un carrello con palma e poi sale su un’impalcatura per suicidarsi ma viene salvata da persone che trascinano fino a lei una scaletta di ferro;tappeti orientali, poi scaffali vuoti nel III, 
 
dove viene introdotto un modulo architettonico raffigurante un paesaggio esotico con sopra Cleopatra e nell’ultima scena sul fondale compare la vela della nave di Cesare e in palcoscenico Cleopatra avvolta in un tappeto che intesse con l’amato un duetto erotico.
I cantanti sono statue che si animano e si muovono per il palcoscenico o cantano dentro le teche del museo o dentro la cornici dei quadri o sopra grandi sculture trainate dagli inservienti e alla fine dell’opera tornano ad essere statue.
La scarsità di luce impedisce di vedere i visi.
Assistente alla regia Anna Maria Bruzzese. Assistente ai costumi Victoria James. Direttore dell'allestimento Saverio Santoliquido.
Uno spettacolo assolutamente da vedere e ascoltare, sebbene lungo e difficile anche per recensire.