martedì 1 marzo 2011




Senigallia - ROTONDA A MARE

EVENTO SPECIALE

Escenas argentinas

(DOMENICA 20 FEBBRAIO 2011 ORE 17)

Servizio di Giosetta Guerra

I virtuosismi jazzistici del sax soprano di Javier Girotto e lo zampillio di note del pianoforte suonato da Gianni Iorio, hanno riempito la Rotonda a Mare di Senigallia di un mare di sonorità.

Il progetto del sassofonista italo-argentino Javier Girotto (attualmente insegnante nella cattedra jazz del Conservatorio Santa Cecilia di Roma) e del pianista e bandoneista italiano Gianni Iorio s'intitola Escenas argentinas. Il repertorio s’ispira alla musica tradizionale sudamericana in cui confluiscono elementi legati alla tradizione tanghera, al folklore e al mondo del jazz, il rigore degli arrangiamenti è di stampo classico, ma si lasciano anche spazi per l'improvvisazione.

Il concerto è iniziato con tre brani composti dal sassofonista, Escenas argentinas, Morronga la milonga e Patagonia (quest’ultimo morbido e disteso come las Pampas argentinas), cui sono seguiti due brani tradizionali argentini, Adios muchachos con variazioni del sax e scintillante assolo del pianoforte, e un altro di stampo jazzistico con suoni tirati e laceranti del sax e martellamenti del piano.

Gianni Iorio si è poi esibito col bandonéon per un omaggio ad Astor Piazzola e insieme a

Javier Girotto ha presentato una loro versione dell’Inno di Mameli Fratelli d’Italia per sax baritono e bandonéon, con andamento lento e solenne, con variazioni fuori melodia del sax in zona grave atte a far brillare il virtuosismo ripetitivo e dilatato nelle note basse, e del bandonéon che introduce un tempo di tango con gli strappi tipici del ritmo sincopato e la corsa impazzita delle dita sulla tastiera.

Brani di jazz caldo per sax soprano e pianoforte e per pianoforte e batteria improvvisata sulla cassa del pianoforte, pagine di bravura con improvvisazioni virtuosistiche del pianoforte e del sax soprano come Sagra d’estate, un brano finale strappapplausi, vivace con brio con sforamenti nel jazz come Chacarena gringa, un mixage tra Argentina e Italia, con gli stessi strumenti e assolo di sax, hanno concluso il pomeriggio musicale con un lungo, cadenzato, virtuosistico applauso del numeroso pubblico presente.

Tango. Filo diretto tra Senigallia e l’Argentina



TEATRO LA FENICE

di Senigallia (AN)

EVENTO SPECIALE

(giovedì 10 FEBBRAIO 2011 ORE 21)





Il tango di Roberto Herrera

e la sua compagnia argentina

Servizio di Giosetta Guerra

Una passione che diventa professione

Il tango argentino non conosce la via del tramonto. Nato nella seconda metà dell'800 nella regione del Río de la Plata come espressione popolare, diventa poi una forma artistica ed assume come strumento tipico il bandoneón, uno strumento musicale diatonico simile alla fisarmonica o all'organetto che scandisce la musica con ritmo sincopato, per dare forti accenti di battuta e segnature ritmiche. I maggiori compositori di musica dai primi del Novecento fino all’età d’oro, quella degli anni '30 e '40, sono tutti figli d’italiani. Lo stesso compositore e direttore d'orchestra Astor Piazzolla aveva il padre pugliese.

"Il tango è un pensiero triste che si balla" disse Enrique Santos Discépolo e la comunicazione è così diretta che, quando vediamo eseguire un vero ballo argentino, con la testa e con l’anima balliamo anche noi.

Una delle più note compagnie di tango si è esibita al Teatro La Fenice di Senigallia di fronte ad un pubblico entusiasta e plaudente, è la Compañía Argentina de Tango di Roberto Herrera, accompagnata dal Quinteto Decarísimo, che dal 2007 porta in giro per il mondo uno spettacolo intitolato semplicemente Tango.

Avendo a disposizione un palcoscenico di notevoli dimensioni la Compagnia del “Nuevo Tango argentino” si è esibita in vari tipi di tango, prediligendo il "Tango show" o ‘Tango Fantasia’, caratterizzato da accattivanti figure coreografiche e passi variati di forte effetto spettacolare, così, oltre alla sequenza di passi base del tango, come la Camminata, la Sacada, la Barrida, sono state effettuate figure fiorite come Gancio e Boleo, con intrecci e avvitamenti di gambe, finti calci all’indietro e volteggi di piede, e figure virtuosistiche come Salti e Sollevamenti, con figure aeree della ballerina sostenuta dal partner. Oltre al ballo più movimentato e fiorito, hanno eseguito anche il tango milonguero, più romantico, morbido e flessuoso, con abrazo chiuso (Volgada) e l’elegante tango salon con abrazo aperto (Colgada), poi si sono sbizzarriti con un tango comico mixato col Boogie Boogie, col tango gay comicizzato e col flamenco (uno di loro si è sciolto i capelli, imitando il ballerino spagnolo Antonio Márquez, di cui non possiede la travolgente marcata fisicità).

Bellissime le scarpe delle ballerine, molto sexy i loro vestiti di varie tinte e di varie fogge, che scoprivano gambe perfette (beate loro!), per gli uomini il classico e rigoroso doppio petto con pantaloni larghi, abito che è sempre usato nel tango argentino, ma che non dona alla figura.

Le coppie si sono esibite in gruppo e in assolo, restituendo la forza della comunicazione tra i corpi, l’emozione, l’energia, l’eleganza, la passionalità, la sensualità e la seduzione.

I Tangueros hanno ballato le coreografie di Roberto Herrera sulle note della musica del famoso Decarisìmo Quinteto, una formazione contemporanea creata da giovani musicisti, arrangiatori e compositori, che raccolgono l'eredità delle orchestre tipiche della cosiddetta epoca d'oro del tango tra il 1937 e il 1955, ma con uno sguardo rinnovato.

La prima parte dello spettacolo ha proposto coreografie e musiche tradizionali della Buenos Aires dell’epoca d’oro, dove il tango era il respiro stesso della vita quotidiana. Nella seconda parte è entrato il folclore argentino, realtà di una cultura antica presente nella musica e nella danza popolare contemporanea.

L’ensemble Decarìsimo Quinteto ha suonato proprie composizioni inedite (“Lluvia de estrellas” - “Permanece”) e arrangiamenti dei grandi Astor Piazzolla, Osvaldo Pugliese, Julio De Caro.

lunedì 21 febbraio 2011

Tosca di Puccini - Teatro alla Scala, Milano.

Foto: Brescia Amisano, Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

E’ stata la Tosca di Jonas Kaufmann! Il tenore tedesco, dopo una forma influenzale che l’aveva tenuto lontano dalle prime due recite previste, ha debuttato finalmente al Teatro alla Scala nel ruolo di Mario Cavaradossi. E si è trattato di un vero trionfo. Kaufmann oltre a saper stare sul palcoscenico come pochi, sa fraseggiare con musicalità, e soprattutto sa cantare “piano”, dote sempre più rara nel panorama tenorile odierno. Un “E lucevan le stelle” così sfumato, così intimo, ma così ricco di colori, quasi una creazione estemporanea, resta la gemma della serata, una rarità! Ed il successivo attacco di “O dolci mani mansuete e pure” così affettuoso somigliava più ad una carezza… Bravissimo! Meno bene il resto del cast con una Oksana Dyka (Tosca) vocalmente ben impegnata e sostanzialmente precisa, ma carente di accento drammatico e Zeliko Lucic uno Scarpia di carisma non debordante. Ma la delusione maggiore proveniva dalla “buca” orchestrale. Qui, Omer Meir Wellber evidenziava difficoltà a seguire i cantanti (sentire, per esempio,“Recondita armonia” nel primo atto con il direttore israeliano e il tenore bavarese che non si intendevano sul tempo migliore da seguire) e a trovare la giusta tensione narrativa in uno spettacolo, già visto al Met e a Monaco di Baviera, in cui il regista Luc Bondy esaspera qualche situazione – lo sfregio al ritratto dell’Attavanti compiuto nel primo atto da una Tosca “rusticana” sembra eccessivo – in un impianto scenico forse un po’ troppo asciutto e, tutto sommato, anonimo.





S. Lorenzo in Campo (PU) - Teatro Tiberini

Una compagnia di “saltimbanchi” per il SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
(14 gen. 2011)

Di Giosetta Guerra

Le opere teatrali di Shakespeare sono tra le più rappresentate sia integralmente sia rimaneggiate e riadattate e forse le più difficili da mettere in scena sono proprio le commedie.
Il suo teatro si caratterizza per gli intrighi e per il linguaggio, i dialoghi sono così articolati che non si può perdere neanche una battuta. Si può capire, quindi, quanto sia difficile mantenere la tinta shakespeariana quando si affronta un riadattamento. Tanto più se si tratta di una commedia dalla trama così intricata e con ambienti e costumi così differenziati come Sogno di una notte di mezza estate (scritta alla fine del 1500).
Tre mondi si alternano in questo sogno: quello degli elfi e delle fate, quello degli umani e quello dei sovrani. Gli elfi sono mitici personaggi dei boschi guidati dal re Oberon, le fate sono bellissime fanciulle capeggiate dalla regina Titania; gli umani sono rappresentati da un gruppetto di operai-attori, comici improvvisati, capeggiati da Nick Bottom, che devono mettere in scena, a scopo di lucro, uno spettacolo per le nozze dei nobili Teseo ed Ippolita, che sono appunto i sovrani. In questo contesto si muovono due coppie di innamorati (Ermia-Lisandro ed Elena-Demetrio). Su tutti si libra Puck, un folletto dai molteplici aspetti, che, spremendo il succo magico del fiore vermiglio di Cupido sugli occhi delle persone addormentate, determina gli innamoramenti delle coppie e gioca anche uno scherzo a Bottom che lo fa svegliare con la testa d’asino.
Scene, costumi e luci devono contribuire a restituire la visione onirica di questo intreccio serrato, dove talvolta il sogno è più vero della realtà.

Ebbene tutti questi dettagli sono stati sorvolati dalla Compagnia teatrale La Piccionaia – I Carrara, che hanno fatto una sintesi della commedia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate, puntando sulla storia e non sulla caratterizzazione dei personaggi e degli ambienti.
In una scenografia minimalista i giovani attori, molto bravi nella gestualità, nella gestione del palcoscenico, nelle acrobazie quasi da saltimbanco, hanno prediletto l’aspetto giocoso della commedia, sono stati divertenti e convincenti, ma in pratica hanno rappresentato un’altra commedia, eludendo il colore, il magico, il fantastico, ma soprattutto senza la figura di Puck che è il deus-ex-machina di tutto l’intreccio.
Puck era rappresentato da una fiammella che si accendeva sulle mani di Oberon o di qualunque altro e chi non conosceva già la pièce faceva difficoltà a comprendere la storia.

Nel programma di sala sono elencati gli attori, ma, come spesso capita nei programmi di spettacoli di prosa, manca l’attribuzione dei ruoli. Ecco i nomi: Marco Artusi, Evarossella Biolo, Pierangelo Bordignon, Matteo Cremon, Serena De Blasio, Gianluigi (Igi) Meggiorin, Beatrice Niero; regia Carlo Presotto, Ketti Grunchi.

martedì 1 febbraio 2011

Così fan tutte


Ancona-Teatro delle Muse
COSĺ FAN TUTTE di Mozart
(domenica 23 gennaio 2011)

Nuovo allestimento Fondazione Teatro delle Muse in coproduzione
con Sferisterio Opera Festival, che la proporrà la prossima estate.

Tutto sospeso in un’atmosfera di poesia e d’eterea bellezza.

Di Giosetta Guerra

Un fluttuante telo bianco, al posto del classico sipario, cade tirato giù da Don Alfonso e la scena s’illumina d’immenso. Un’erma spiaggia sospesa tra cielo e mar, sopra un alto scoglio “che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude” e lascia pensare a “interminati spazi di là da quello”, è pervasa da un’esplosione di biancore. Da un lato una casa bianca con scala e grande terrazza e un solarium al piano superiore, dall’altro un moscone di legno bianco. “Mirando” la suggestiva scena, “sovrumani silenzi e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura” e “naufragar m'è dolce in questo mare” di luce. (Leopardi: L’Infinito).
Sulla morbida coltre sabbiosa due giovani baldanzosi, Guglielmo (amante di Fiordiligi) e Ferrando (amante di Dorabella), corrono, saltano, si denudano, si distendono, fanno ginnastica, leggono il giornale, agilmente si arrampicano sugli scogli e sulla ringhiera nera del terrazzo. Compostamente si fa avanti Don Alfonso con un ombrello rosso in mano. Gli uomini hanno il codino, abiti d’epoca chiari e un cappello a tre punte. Le tre grandi porte-finestre si spalancano sulla terrazza e ne escono le due sorelle Dorabella e Fiodiligi (asciugandosi con l’asciugamano i lunghi capelli neri), con leggeri abiti bianchi lunghi stile impero e la cameriera Despina con un grembiule grigio sopra un vestito color sabbia. I quattro amanti sprizzano freschezza e trasgressione da tutti i pori: si baciano per le scale, sulla spiaggia, simulano amplessi, si abbracciano e, quando lo fanno a coppie ravvicinate, spesso le mani di ognuno diventano troppo lunghe per toccatine furtive dell’altra amante. Dopo la partenza (finta) dei due maschietti per la guerra, le due donne si vestono a lutto (bellissimi abiti neri lunghi della stessa foggia, con corpetto rifinito in vita con grandi becchi a centine, profilato in bianco quello di Dorabella) e si coprono capo e viso con grandi veli neri. Ma poi indossano bellissimi abiti da sposa bianchi per andare a nozze coi nuovi amori. I giovani sono scalzi, il vecchio no.
Niente servitori in scena e anche il coro non è fisicamente presente. Per aumentare la quasi immaterialità di questo allestimento (tutto è morbido, la sabbia annulla i rumori, i piedi scalzi), il flusso sonoro del bravo Coro Bellini, preparato da David Crescenzi, giunge da fuori campo.
Pier Luigi Pizzi, ideatore di regia, scene, costumi, gioca di finezza nella cura dei dettagli e accentua con estremo garbo la comicità (Dorabella in nero si butta dietro le spalle il ciondolo di Ferrando per far posto a quello del nuovo amante, poi si rintana con lui e riesce in abito bianco-il lutto è finito; Fiordiligi pure si rintana col nuovo arrivato, torna fuori scarmigliata ma ancora in nero perché è andata in bianco); Pizzi rispetta la geometria musicale con la simmetria a volte speculare delle coppie nelle scene d’insieme. Regia squisita, scenografia originale e luminosissima, costumi di un’eleganza sobria e raffinata: una delicatezza sublime pervade la scena, anche nei quadretti spiritosi. Bravo Pizzi. Bravo anche Vincenzo Ramponi, autore delle luci.
Così fan tutte, l’opera mozartiana destinata ai palati più fini, presenta una nutrita tavolozza di colori, per delineare un groviglio indistinto di sentimenti contrastanti provati dai personaggi nell’arco di un sola giornata ricca di imprevisti. Il libretto scritto con accuratezza da Da Ponte punta il dito contro le donne, ma oggi ci fa sorridere, la musica di Mozart è raffinata e di assoluta bellezza, a volte impalpabile, a volte sottilmente ironica o burlesca (caratteri determinati dalle voci degli strumenti), è ricca di melodie ben strutturate, incantevoli concertati, duetti, terzetti, quartetti, quintetti, sestetti, con una linea musicale dolcissima a sostegno della lunghezza e della lentezza della narrazione.
Con garbo e discrezione, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, vanto della nostra Regione per l’alto livello raggiunto, riesce a mantenere costante quell’aura leggera e amorosa della musica mozartiana, che non sfugge all’attenzione del bravo direttore Daniel Kawka, il quale, oltre a rispettare la leggera filigrana del tessuto strumentale, dà rilievo ai differenti timbri strumentali per caratterizzare i personaggi: l’oboe, dal timbro nasale, per il vecchio e cinico Don Alfonso, i clarinetti sensuali e voluttuosi per le due donne disposte all’avventura, i violini e le viole per i sospiri e i singhiozzi (penetrante la lievissima brezza dei violini nel canto dell’addio agli amanti delle due donne), i flauti e i fagotti per le pene e gli affanni e i corni (bravissimi) per i richiami scherzosi.
Le convenzioni dell’opera buffa e quelle dell’opera seria si ritrovano nel carattere dei protagonisti: Fiordiligi e Ferrando sono figli dell’opera seria, agli altri è riservato un linguaggio musicale più vicino alla tradizione comica. Le difficili e arcinote arie solistiche, parodie del grande stile tragico, assolutamente scoperte, richiedono doti vocali e stile ineccepibili. Comunque l’opera, imbastita più sui pezzi d’insieme che sui pezzi chiusi, va considerata globalmente.
Nell’allestimento anconetano le voci sono affiatatissime e melodiose, restituiscono un’atmosfera costantemente sospesa, tuttavia le voci femminili prevalgono per qualità su quelle maschili.
Le due sorelle agiscono e cantano quasi sempre in tandem incantevoli duetti o si sostengono psicologicamente nei preziosi quartetti coi due giovani amanti o negli intriganti sestetti, ma hanno anche delle arie di rara bellezza. I quattro cantano spesso distesi.
Il soprano Carmela Remigio è una Fiordiligi fresca e sentimentale. La voce è bella, il suono rotondo, la dizione corretta, l’emissione accurata nei giochi chiaroscurali, nelle ascensioni fiorite, nel canto sfumato e di coloratura, incisiva nell’accento, agile e timbrata negli sbalzi, presenta estensione del registro vocale, melodiosa linea di canto e facilità a piegare la sua splendida voce di soprano alle leggiadrie del canto mozartiano.
Nell’aria del primo atto “Come scoglio” affronta molto bene gli affondi morbidi, gli squilli, la varietà delle dinamiche, anche se la voce non ha il peso e la duttilità di quella di Margaret Price, che sto ascoltando ora alla Barcaccia nella commemorazione della sua scomparsa.
Nel duetto con Ferrando dell’atto secondo “Fra gli amplessi”, lei è luminosa e pulita, lui canta molto bene con fantastici piegamenti della voce ma con un suono piuttosto schiacciato.
Nell’aria del secondo atto “Ei parte”, accompagnato dalla voce calda del corno, esprime i tormenti della sua situazione con un intenso canto a mezza voce, acuti luminosi, lunghi trilli con messa di voce, suoni armoniosi, emissione fluida. Brava.
Il mezzosoprano georgiano Katevan Kemoklidze, molto musicale nella parte della spigliata e volubile Dorabella, sfoggia un consistente corpo vocale con giusti appoggi nella zona grave, bel colore, emissione sicura ed accento incisivo. Nell’allegro agitato dell’aria del 1° atto “Smanie implacabili” la voce è vibrante e presenta sonorità ricche. Nell’aria del 2° atto “È amore un ladroncello” il suono si fa morbido e sensuale, la voce piena e screziata, molto mozartiana, si arricchisce di colori e di armonici.
Il soprano napoletano Giacinta Nicotra delinea una Despina sfiziosa, come la musica stessa richiede, un personaggio multiforme e attratto dall’ “idea di quel metallo”. Ha una bella voce di soprano brillante, limpida ed acuta, fresca e scintillante, corretta messa di voce ed appropriata verve scenica.
Il tenore palermitano Paolo Fanale affronta con buona tecnica l’ardua tessitura del sentimentale Ferrando, fraseggia con delicatezza e conosce l’uso delle mezze voci, sa accentare con vigore, alleggerire e sfumare il suono in soavi filati. Affronta l’aria “Un’aura amorosa” con le dovute morbidezze e graduali espansioni acute e discese alle note basse e la cavatina “Tradito, schernito” con bella cavata e buona tenuta del suono, ma la voce appare sempre stranamente impastata e con risonanze nasali poco piacevoli.
Nel ruolo del pratico e baldanzoso Guglielmo, l’austriaco Markus Werba esibisce una voce di baritono chiaro, ma di buon peso e intonazione non sempre perfetta. Affronta l’aria “Donne mie la fate a tanti” (A. II sc. VIII) (ricorda l’aria di Leporello “Voglio fare il gentiluomo”) con dinamismo vocale e gestuale, timbro non bellissimo ma buona tecnica.
Don Alfonso è interpretato con precisione nel canto e nel gesto dal baritono inglese William Shimell, che vanta un bel colore brunito e un notevole peso vocale da perfezionare nella gestione e nello stile che è poco rifinito, da perfezionare anche la dizione.
Uno spettacolo ben fatto.

mercoledì 19 gennaio 2011









In fondo siamo tutti marionette


Teatro Novelli di Rimini

(9 gennaio 2011)


IL MALATO IMMAGINARIO di Molière

diretto e interpretato da GABRIELE LAVIA.


Coproduzione del Teatro Stabile dell'Umbria e della Compagnia Lavia Anagni.


Recensione di Giosetta Guerra


Scenografia minimalista di Alessandro Camera: solo un letto bianco da ospedale sovrastato da una luce e una scrivania bianca con abat-jour nel vasto palcoscenico di un grigiore opprimente.

La voce del protagonista rimbalza da un registratore, dove vengono fissate le terapie dei medici, ai soliloqui disperati di uomo malato, che lo è veramente, in quanto schiavo del suo immaginario…malato. Una deambulazione insicura lo porta freneticamente dal letto alla scrivania in preda a paure incontrollabili e devastanti, il passo diventa più veloce quando, spinto dai dolori intestinali, corre per andare al bagno. Va dietro le quinte, accende una luce e il fondale si illumina per mostrare attraverso un velatino una salle de bain completa di sanitari, con le pareti a scacchi bianchi e marrone, dove l’uomo passa gran parte del suo tempo ad evacuare i veleni del suo immaginario, resi tangibili dai clisteri ordinati dai medici. Vi ricordate il film con Alberto Sordi?

La scena si popola anche di altri personaggi che fanno parte dell’entourage dell’ipocondriaco Argante: la bellissima e giovane seconda moglie Belinda, opportunista e fedifraga, prodiga di falsi baci e di mielose moine, che gli dà un’illusoria felicità, ma che lo ingozza di medicine e lo domina come faceva Lady Macbeth (forse interpretata dalla stessa attrice) col suo re nel Macbeth di Lavia, la bella e frizzante figlia Angelica segretamente innamorata di Cleante (entrambi con linguaggio e gestualità attuali tra il rap e il punk), che il padre vorrebbe invece sposata ad un orrendo e stupido dottorino fresco di laurea, per poter avere consulti gratuiti, l’agitata ma assennata serva Antonietta, Beraldo il fratello di Argante, che cerca in ogni modo di convincere il fratello che la sua malattia è solo una sua psicosi, alimentata a scopo di lucro dai medici e dai farmacisti e dalla sua stessa moglie; poi c’è la schiera di medici, notai, avvocati, tutti presentati come viscidi avvoltoi.

Belinda è interpretata splendidamente da una sexy e procace Giulia Galiani in guépière o in fronzolosi abiti succinti; nel ruolo di Angelica in tutù bianco debutta la figlia di Lavia, Lucia Lavia, una scintillante ragazza dai lunghi capelli biondi inanellati, già perfettamente padrona del palcoscenico, Cleante è in bell’Andrea Macaluso, Antonietta (che si traveste anche da grande luminare della medicina russa per sviare Argante dai suoi oppressori) è la brava e dinamica Barbara Begala e il saggio Beraldo è un convincente Gianni De Lellis.

Teatralmente ineccepibile anche il corpo medico, che mi ha riportato in mente la schiera dei medici di Pinocchio, formato da Mauro Mandolini (il Professor Purgone, medico di Argante), Pietro Biondi (l'impeccabile Dottor Diarreus padre, con una crestina rossa), Michele Demaria (l’orripilante e magniloquente Dottor Tommaso Diarreus figlio, pretendente di Angelica), Vittorio Vannutelli (il farmacista Dottor Fetus) e anche Giorgio Crisafi nel ruolo del mellifluo notaio Buonafede. Mostruosamente caricaturali e ripugnanti.

La satira che notoriamente Molière riservava ai medici del tempo qui prende corpo in esseri grotteschi, vestiti di nero, con prominenti epe rotonde, spalle rialzate sul retro a mo’ di gobba, lunghe ed esili gambe che terminano dentro ridicole scarpe col tacco, con gestualità ampollosa e linguaggio infarcito di latinismi.

Argante invece indossa una lunga vestaglia di velluto marrone sopra il pigiama ed una papalina nera, sia perché deve sempre stare in casa visto che è malato, sia per la comodità di tirasi giù i pantaloni per il clistere e per l’evacuazione (cose che Lavia fa veramente in scena).

Non manca il canto in questo carosello di personaggi: Pulcinella canta dalla platea accompagnandosi con la chitarra, Cleante, nelle antiche vesti del finto supplente del maestro di musica di Angelica (ci viene in mente Il Barbiere di Siviglia di Rossini) e la stessa Angelica sono due rocchettari che cantano muovendosi a scatti.

I costumi sono di Andrea Viotti.

La verità viene fuori alla fine, quando Argante, fingendosi morto su suggerimento del fratello e della cameriera (gli mettono accanto anche quattro candelieri come a Scarpia in Tosca di Puccini), scopre i veri sentimenti di coloro che lo circondano. Non ci ricorda Gianni Schicchi di Puccini? E allora crollano tutti i tabù, tutte le finzioni, crollano anche le quinte e lasciano scoperto un popolo di marionette ferme ed immobili come le statue.

Una regia così incisiva, così dettagliata, una lettura così satiricamente amara non poteva che portare la firma del grande Gabriele Lavia, la cui arte travalica le menti comuni, di lui come di Shakespeare non si può perdere alcun passaggio.

Anche come interprete di Argante è talmente vero che non riesci più a distinguere dove finisce il personaggio e dove comincia l’uomo, l’osmosi è così profonda che, quando Argante/Gabriele piange la sua permanente solitudine e dal palcoscenico, guardandosi intorno, chiede “C’è nessuno che mi mette a letto?”, io ho sentito due volte l’impulso di correre verso di lui e di rispondergli “Ci sono iiioooooo”.

Il ritmo della recitazione, l’aderenza dell’accento agli stati d’animo, la proprietà del gesto e della parola, la naturalezza d’espressione, la padronanza assoluta del palcoscenico, guidati da una minuziosa conoscenza del testo e della drammaturgia in genere (e chi più ne ha più ne metta) sono qualità tipiche del grande attore; se ci aggiungiamo la sua abilità come regista, dovremo presto nominarlo ufficialmente “Re del palcoscenico”.

Uno spettacolo da vedere e da rivedere.

giovedì 13 gennaio 2011


Teatro La Fenice di Senigallia – Stagione di prosa

A R T

ovvero tre uomini sull’orlo di una crisi di nervi

per un quadro di arte moderna.

(recita del 7 gennaio 2011)

Di Giosetta Guerra

Ti è mai capitato di parlare con persone che, invece di rispondere ad una tua domanda, te ne fanno un’altra, che non condividono mai le tue scelte e contraddicono ogni tua affermazione, che si agganciano all’ultima tua parola per aprire un altro discorso, che estrapolano una tua frase per trattare un altro argomento, che tirano fuori i loro problemi nel bel mezzo di una conversazione o ripensano ad una tua affermazione per contestarti o per far dell’ironia e addirittura andare in collera o in depressione fino ad arrivare a mettere in dubbio la veridicità della vostra amicizia?

A me sì. Si innesca una spirale all’infinito che non dà alcun risultato, ma ci porta semmai sull’orlo di una crisi di nervi. I risultati sono disastrosi e debilitanti nella realtà, ma a teatro tutto ciò diventa esilarante, specialmente se il testo ha la fine scrittura di una drammaturga come Yasmina Reza, attrice, e scrittrice francese, nata a Parigi l’1 maggio 1959 e gli interpreti sono attori del calibro di Alessandro Haber, Gigio Alberti e Alessio Boni, estimatore delle opere della Reza, di cui ha precedentemente portato in scena Il dio della carneficina.

Il titolo della commedia che abbiamo visto al Teatro La Fenice di Senigallia il 7 gennaio 2011 nella traduzione in italiano di Alessandra Serra e con la regia di Giampiero Solari (una produzione Nuovo Teatro srl), è ART, opera del 1994, tradotta e rappresentata in oltre trenta lingue, per la quale a Yasmina Reza fu conferito il Premio Molière come miglior autore, un'opera sottile, dal ritmo incalzante e spesso esilarante, che evidenzia come un fatto del tutto banale possa scatenare contrasti e conflitti inconfessati e avvelenare anche i rapporti più consolidati.

Il plot prende spunto dall’acquisto di un quadro di arte moderna, che genera una diatriba sul significato dell’arte astratta tra tre amici di vecchia data, Serge, Marc e Yvan, perché il quadro, fra l’altro molto costoso, è una tela bianca: per Serge (Alessio Boni), un dermatologo idealista appassionato di arte contemporanea, che l’ha comprato, è un capolavoro e manda vibrazioni con quelle righe bianche impercettibili che solo un occhio esperto può cogliere, per Marc (Gigio Alberti), un ingegnere aeronautico razionale e tradizionalista, è una gran fregatura, tra questi due fuochi scoppiettanti Yvan (Alessandro Haber), un rappresentante di articoli di cartoleria che tiene molto ai suoi due amici e non vuole perderli, non sa come orientarsi, vuol fare da paciere, dando ragione ad entrambi separatamente, ma in realtà la questione sommata ai suoi problemi personali non fa che acuire la sua agitazione, che, portata in scena animosamente con esagitazione gestuale e verbale, finisce per essere l’elemento primo di comicità.

L’azione si svolge in un salotto moderno, sobriamente arredato: in fondo e lateralmente pareti fisse sfalzate, ora bianche, ora fuxia, ora rosso corallo, ora celeste cenere, per il gioco delle luci (disegnate da Marcello Iazzetti), che differenziano le atmosfere e il carattere dei tre personaggi, anteriormente pannelli mobili per dare l’illusione dei cambi di scena e per isolare in proscenio i personaggi che pensano a voce alta.

La scenografia di Gianni Carluccio risulta leggera e luminosa, anche perché i moduli sono fatti di una sorta di garza bianca. Anche gli abiti scelti da Nicoletta Ciccolini, sono classici ma di foggia moderna.

La precisa dizione e la naturalezza della recitazione, la padronanza scenica dei tre noti artisti, ben calati nei loro ruoli, le pause e i silenzi riempiti da sapienti espressioni del viso e da eloquenti atteggiamenti degli attori, mettono lo spettatore in condizione di non perdere neanche una battuta e di entrare nel gioco scenico dei nonsense, che, proprio perché affrontati con serietà e solennità quasi filosofica, generano ironia e ilarità.

Il pubblico si è divertito ed ha applaudito anche a scena aperta. Uno spettacolo da vedere.

All’uscita l’immancabile codazzo di ragazze (ma anche di “non più ragazze”) per cogliere ancora una volta lo sguardo ammaliatore di Alessio Boni.