sabato 9 maggio 2015

Fano Teatro della Fortuna Carmen prosa

Fano Teatro della Fortuna

Stagione di Prosa della Fondazione Teatro della Fortuna in collaborazione con AMAT.


CARMEN in versione TRASH


(2 maggio 2015)

di Giosetta Guerra

È imbarazzante e anche difficile recensire uno spettacolo che ha colpito negativamente, perché non si vorrebbe offendere nessuno (anche se noi lo siamo stati) e nel contempo si vorrebbe esprimere il disappunto, il disorientamento, l'incredulità provati durante la CARMEN malamente narrata e peggio ancora cantata dalla compagnia di Iaia Forte e suonata dall'Orchestra di Piazza Vittorio diretta da Mario Tronco.
Si tratta di un adattamento e riduzione della storia di Carmen di Prosper Mérimée, Henri Meilhac e Ludovic Halévy, ad opera di Enzo Moscato e Mario Martone, che hanno distorto l'inizio e il finale (e non solo), in quanto all'inizio Carmen, occhiali neri e bicchiere in mano, entra in palcoscenico annaspando perché alla fine Cosè l'ha accecata e non ammazzata e, dopo la morale di Cosè, lei continua a girare in palcoscenico e poi si presenta con gli occhiali neri annaspando come all'inizio. Sì, avete capito bene, l'inizio è la conseguenza del finale che si chiude con la scena dell'inizio in una circolarità continua, è come percorrere la circonferenza di un cerchio dove inizio e fine sono inscindibili e invisibili. L'idea registica di esaltare la stretta connessione tra effetto/causa/effetto potrebbe essere interessante, se fosse chiaro l'atto dell'accecamento finale e della sopravvivenza di Carmen, invece abbiamo dovuto leggerlo, a me è sembrato che Cosè, dando le spalle al pubblico, le avesse tagliato la gola, perciò all'inizio pensavo che lei fosse ubriaca e non cieca. 
L'immagine dei morti viventi sembra piacere al regista Mario Martone, che ha fatto di Zuniga morto uno zombi: dopo lo scontro mortale con Cosè il cadavere si rianima, gira e gesticola con un pugnale infilzato nel petto sanguinante e parla con voce metallica, ma anche quand'era in vita Zuniga era un essere spregevole, urlante e violento, in netta contrapposizione con la fragilità di Cosè, che alla fine spara anche allo zombi.
Carmen è sguaiata e per niente seducente, tutti i personaggi sono intrisi di volgarità e di squallore, gli ambienti sanno di sporco e di logoro, nonostante le pareti mobili per i cambi, un po' di colore e di vivacità sopraggiunge con la presentazione quasi circense della gente che attende lo spettacolo del torero arrampicata su una torretta di tubi metallici scintillante di luci.












Se l'obiettivo del regista era quello di denunciare lo squallore di certi ambienti ci è riuscito benissimo, se era una denuncia al fenomeno del femminicidio, come scritto nelle note di presentazione, noi non l'abbiamo capito, ma, anche se fosse, perché scomodare e stravolgere un'opera arcinota come Carmen per denunciare certi fenomeni agghiaccianti? Eppure Mario Martone non è digiuno di opera lirica e lo staff di questa Carmen è lo stesso dell'Aureliano in Palmira e di 
Matilde di Shabran allestite a Pesaro.

Mario Tronco e Leandro Piccioni hanno curato l'arrangiamento musicale, prendendo in prestito o distorcendo o trasfigurando (come dicono loro) alcuni brani della musica dell'opera di George Bizet, per alternare parti narrate con parti suonate e parti cantate.
E qui nasce il vero dramma: per le parti parlate si usa un napoletano per lo più incomprensibile, Cosè è l'unico a parlare veneto, per i brani cantati si lasciano accennare le note arie dell'opera con la voce naturale di chi non canta, quindi tutti i registri vengono abbassati alle capacità dell'attore, che accenna, sillaba, canticchia, gracchia (è difficile spiegare), Carmen canta con la voce roca del parlare, Cosè pigola con voce bassa e roca qualcosa come “La fleur que tu m'avais jetée”, 
ma la cosa più ridicola è Escamillo, il macho della storia, che canta in falsetto (Escamillo castrato è un ossimoro).












Beh, forse era una parodia e si doveva ridere, ma noi non l'abbiamo capita e siamo rimasti molto male.




Bravi gli interpreti, nonostante il taglio e la lettura dell'opera: Iaia Forte (Carmen), Roberto De Francesco (Cosè), Ernesto Mahieux (Lilà Bastià), Giovanni Ludeno (Tenente Zuniga), Anna Redi (Mercedes e coreografa), Kyung Mi Lee (Fraschina),Francesco Di Leva (’O Dancairo), Houcine Ataa (‘O Torero), Raul Scebba (‘O Rinacciato), Viviana Cangiano (Dorotea).


L’Orchestra di Piazza Vittorio formata da 11 elementi di varie etnie è una banda mista di napoletani e di immigrati diretta da Mario Tronco e composta da Emanuele Bultrini, Peppe D'Argenzio, Duilio Galioto, Kyung Mi Lee, Ernesto Lopez, Omar Lopez, Pino Pecorelli, Pap Yeri Samb, Raul Scebba, Marian Serban, Ion Stanescu.
Le scene sono di Sergio Tramonti, i costumi di Ursula Patzak, le luci di Pasquale Mari e il suono a cura di Hubert Westkemper.
Quello che secondo loro doveva essere un gioioso mescolamento di generi ha spesso creato chiasso e confusione.
Produzione del teatro stabile di Torino.









mercoledì 22 aprile 2015

Fano Teatro della Fortuna, Gala di danza

Fano Teatro della Fortuna

GALA DI DANZA DAL CLASSICO 

AL CONTEMPORANEO


Spettacolo con gli allievi della scuola di ballo dell'Accademia del Teatro alla Scala di Milano

(12 aprile 2015)

di Giosetta Guerra


In una pregevole serata dedicata alla danza gli allievi della scuola di ballo dell'Accademia del Teatro alla Scala hanno presentato al Teatro della Fortuna di Fano estratti di note coreografie con assoli, suite, pas de deux.
Il palcoscenico nudo, senza scenografia o immagini specifiche tranne l'ultimo quadro, ha concentrato la nostra attenzione sui ballerini, ma non ci ha aiutato a capire la collocazione e le scelte delle coreografie e delle musiche. So che in altri teatri questo è stato fatto.





Domenico Di Cristo 





Lo spettacolo si apre con il bell'assolo tecnico di Domenico Di Cristo per Gymnopedie (coreografia ironica e scherzosa di Roland Petit su musica di Erik Satie), cui segue la leggerezza femminile e la solida muscolatura maschile della coppia Maria Chiara Bono in tutù lungo bianco e Danilo Lo Monaco.
Estasiante per grazia, seduzione e plasticità delle movenze l'assolo dell'allieva del settimo Corso Martina Dalla Mora, alta e sinuosa, con costume bianco a pelle aderentissimo, che si esibisce anche in difficili posizioni snodate a terra, nel prezioso cammeo del coreografo Maurice Bejart costruito sull’Adagio dal Concerto per violino in mi maggiore di Johann Sebastian Bach, intitolato Luna, un pezzo di altissimo spessore interpretativo creato nel 1976 per Luciana Savignano. 

Martina Dalla Mora


 
Francesco Mascia

Si prodigano in piroettes, arabesque, jeté en l'air su musica viennese e musica romantica la sedicenne Evelyn Bovo (del 6° anno di corso) e l'allievo fanese Francesco Mascia (entrato in Accademia nel 2008 dopo aver vinto il III Concorso “Civitanova Danza per Domani”), ballando in assolo e in coppia il Passo a due da Infiorata a Genzano (coreografia di August Bournonville su musica di Edvard Helsted e Holger S. Paulli), ricco di passi virtuosistici e complessi in elevazione, per finire con Tarantella da Napoli (coreografia di August Bournonville su musica di Niels W. Gade, Edvard Helsted, Hans C. Lumbye e Holger S. Paulli), scandita dal tamburello in mano alle ballerine di contorno.
Domenico Di Cristo e Evelyn Bovo

Dopo la pausa tutti gli allievi in palcoscenico immerso in un ambiente metropolitano per Who Cares (coreografia di George Balanchine su musica di Geroge Gershwin). Il clima è quello della dinamica vita di Manhattan, ricco di allegria e comunicativa, le cinque ballerine col gonnellino a scacchi laminato sono molto agili negli slanci, i cinque maschi col gilè a righe sono altrettanto sciolti. Si esibiscono in coppia o in assolo rivelando l'accuratezza della preparazione. Grande affiatamento tra Martina Dalla Mora con costume lilla, molto elastica e brillante che percorre il palcoscenico girando su se stessa e sulle punte e Danilo Lo Monaco, bravi e leggeri. Teneri e romantici in coppia Benedetta Montefiore in tutù azzurro e Francesco Leone in una coreografia che eseguono con morbidezza nelle movenze, in assolo lei dimostra maestria nelle piroette e lui nei brisé e nelle cabriole;











Alice Bellini



Alice Bellini in rosa, abile negli slanci e nei sollevamenti en l'air fa coppia con Mario Genovese, Camilla Botticini leggiadra e vezzosa con Antonio Mannino, Carolina Sangalli, che si distingue per eleganza e portamento, con Domenico Di Cristo, Maria Chiara Bono con Gabriele Lucci, Isabella Poli con Thomas Giugovaz
Tutti giovani ben preparati nella tecnica e nell'interpretazione, attenti alla coralità negli assiemi, in linea col rigore della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, che, con i suoi oltre duecento anni di storia, rappresenta una gemma preziosa nel panorama della formazione coreutica italiana. Guidata con straordinaria competenza e capacità dal maestro Frédéric Olivieri, oggi conta più di duecento allievi.




insieme finale

Un consiglio alle compagnie e agli uffici stampa: fornite foto ai giornalisti o lasciateli fotografare. Non ho trovato altro.





sabato 18 aprile 2015

Corinaldo Teatro Goldoni Le sorelle Marinetti

Teatro Goldoni di Corinaldo (AN)
Le Sorelle Marinetti
con La Famiglia canterina

Swing e canto armonizzato per un tuffo nelle atmosfere dei mitici anni '30.

(9 aprile 2015)

di Giosetta Guerra











Marco LugliNicola Olivieri  e Andrea Allione,  in arte Scintilla,Turbina e Mercuria  (molto approssimativamente soprano, baritono e mezzosoprano, tanto per avere un'idea delle voci) sono Le Sorelle Marinetti, un trio maschile en travesti, che giovedì 9 aprile 2015 si è esibito al Teatro Goldoni di Corinaldo (AN) con lo spettacolo La Famiglia canterina.
Perfettamente calati negli abiti femminili in stile anni '30, i tre cantattori narrano e cantano i mitici anni tra le due guerre, accompagnano il canto con movenze aggraziate e leziose, come le artiste del tempo, percorrono il palcoscenico con 
ritmati passi di danza e si raccolgono davanti ad un unico microfono per le loro esibizioni canore che ricalcano lo stile sincopato del Trio Lescano, il primo gruppo vocale femminile in Italia a cantare con la tecnica del "canto armonizzato ".
Il trio, nato nel marzo 2006 come progetto "Sorelle Marinetti", preparato vocalmente dal maestro Christian Schmitz, ha operato un recupero filologico del suono degli standard musicali degli anni '30 e '40, avvicinandosi più al Trio Lescano che alle Sorelle Bandiera che enfatizzavano in senso ironico le atmosfere di quell'epoca.
Anche esteticamente sono “signorine perbene” con quegli abitini leggeri lunghi fin sotto il ginocchio, color rosa antico, i capelli lunghi raccolti ai lati, atteggiamenti eleganti, lontane dall'effetto schock delle Drag queen.
Musicalmente si definiscono “suffragette della musica”, con una spiccata nostalgia per il swing e il jazz, e cantano canzoni orecchiabili molto ritmate e dal contenuto semplice, usando il falsetto e il falsettone. Due sono le voci acute che riproducono bene il timbro femminile e sono bene impostate sì da non far trapelare il loro sesso, una è scura ed è più vicina al colore maschile; insieme le voci sono così affiatate e così intersecate, da produrre un amalgama sonoro a più voci accattivante e coinvolgente, perfettamente in linea con le sonorità e la prassi esecutiva di quell'epoca. Il repertorio del trio è ovviamente la canzonetta swingata del Trio Lescano, lo stile è il “canto armonizzato”. Bravissimi.










Il trio, che ha il swing nelle vene, ha cantato dunque vari brani più o meno noti, fra cui O capitan c'è un uomo in mezzo al mare, Il silenzio è d'oro, Vieni in riva al mare e un medley dedicato alla radio (L'uccellino della radio, Abbassa la tua radio), ha fatto i cori nelle canzoni cantate da Francesca Nerozzi (Signorine non guardate i marinai, Il pinguino innamorato, Ma l'amore no (del 1942)) e in quelle cantate da Jacopo Bruno (Ma le gambe, Girotondo dell'amore, Appuntamento con la luna), che si è lanciato anche nello scoppiettante scioglilingua di Mi ami Memi con uno stile alla Odoardo Spadaro. Sì, perché il trio è affiancato da due voci soliste: quella sopranile di Francesca Nerozzi, aggraziata e vezzosa nel canto e nella figura e quella ...diciamo...tenorile di Jacopo Bruno che ha una buona voce e tiene bene il fiato, ma non canta in maschera e sale in falsetto; insieme formano La famiglia canterina.

Per il nome si rifanno a Filippo Tommaso Marinetti, caposcuola del futurismo, anche se queste signorine per bene hanno poco in comune col rivoluzionario e trasgressivo Marinetti, che poi negli anni '30 e '40 aveva già una certa età (1876-1944).

Erano accompagnati in palcoscenico da tre bravi musicisti, Christian Schmitz al pianoforte, Alberto Ferrari al clarinetto e sax contralto e Francesco Giorgi al violino, che si sono esibiti anche in brani solo strumentali.
Il testo, scritto da Giorgio Bozzo, è stato messo in scena con l'attenta regia di Max Croci. Il maestro preparatore Christian Schmitz ha curato arrangiamenti, trascrizioni e direzione artistica.

Nel febbraio 2010 Le Sorelle Marinetti hanno cantato al Festival di Sanremo con Arisa il brano Malamorenò.
 













lunedì 30 marzo 2015

Fano Teatro della Fortuna. Prosa. Quando la moglie è in vacanza



Fano (PU) Teatro della Fortuna

QUANDO LA MOGLIE 

È IN VACANZA            

commedia musicale di George Axelrod, traduzione e adattamento di Edoardo Erba

(17 e 18 marzo 2015)

Le tentazioni non mancano e neanche i sensi di colpa


Di Giosetta Guerra


Quando la moglie è in vacanza è una commedia musicale sulle fantasie erotiche dell’uomo medio, ingabbiato dentro le maglie del perbenismo di una certa “middle class”, a cui si presenta inaspettatamente l'occasione di rendere concrete certe fantasie. 
Riccardo, un editore di mezza età regolarmente sposato, tranquillo come un vulcano spento, vive la sua banale quotidianità con la linearità e la piattezza dell'abitudine, ma succede qualcosa che riaccende il vulcano: la moglie è andata in vacanza e 
LUI È SOOOLO!!! 
Finalmente si può rilassare. 
Nel grande soggiorno studio tappezzato di libri, con una grande finestra balcone su Roma, Riccardo si sente libero di fare quel che vuole senza programmi né costrizioni: una partita in TV, un po' di cronaca, una canzone cantata con la base, una spolveratina ai suoi ricordi (o fantasie?) che si materializzano in una sfilata delle sue presunte conquiste e il vulcano comincia a riscaldarsi, mentre il suo alter ego proiettato su una parete laterale fa la voce della coscienza. 

La moglie lo stressa al telefono e un forte rumore lo fa sobbalzare: dal piano superiore una pianta di limone è caduta sul suo balcone e dopo un po' si presenta la proprietaria,

 una bella bionda coscia lunga con gli shorts, sciolta nelle parole e negli atteggiamenti, che crea vari qui pro quo nella mente di Riccardo, pericolosamente in bilico tra l'esplosione del vulcano e la voce della coscienza.
Massimo Ghini, che ha di natura un volto teatrale, per la mobilità espressiva degli occhi e della bocca, l'aria un po' spaesata (mi viene in mente la canzone su Genova di Paolo Conte ”con quella faccia un po' così, quell'espressione un po' così, … che ben sicuri mai non siamo e circospetti ci muoviamo, un po' randagi ci sentiamo...), incarna a meraviglia i cambiamenti d'umore di Riccardo, la lotta tra il desiderio e il dovere, gli scontri con la sua coscienza che lo stressa coi sensi di colpa, l'estasi voluttuosa davanti alla bellezza femminile. È una satira ai dogmi del perbenismo bigotto e standardizzato che non tiene conto del bene personale ma di quello degli altri, che santifica la verità e la sincerità a tutti i costi e che non permette nessuna espansione reale alle nostre fantasie.
Attore completo e versatile, Ghini ha una grande padronanza scenica, vive la situazione non la recita, riesce a trasmettere l'insicurezza di chi si trova in situazioni incresciose combattuto tra il volere e il dovere, il ritmo è serrato e leggero, la naturalezza del gesto e della parola danno una dimensione reale alla vicenda, è un bell'uomo, in più canta e canta bene, sul fiato, con bel timbro scuro, giusta intonazione e voce impostata, in grado di modulare e ammorbidire i suoni; un artista perfetto per un revival della commedia musicale portata in scena a suo tempo dal grande Johnny Dorelli. Bravissimo! 

Lo affianca Elena Santarelli, una bellissima ragazza, altissima e ben fatta, con un abbigliamento ridotto (prima con gli shorts poi con un abitino nero corto) che mette in evidenza le sue grazie, per il piacere e il turbamento dell'indeciso Riccardo, che si agita, accende una sigaretta, beve un sorso di ruhm, duetta con lei al pianoforte. 
Lei è svampita, cinica, sciolta e disinibita, ma garbata, ingenua e rispettosa, recita e si muove benissimo.
Le musiche e le canzoni sono di Renato Zero.
In scena con i protagonisti altri bravissimi attori, in grado di dare credibilità al loro ruolo: Edoardo Sala è il prof Brusaioli, figura tipica dello strizzacervelli, sicuro e determinato soprattutto per il suo tornaconto, Anna Vinci è la moglie Silvia serena, moderna e mondana al punto giusto, Luca Scapparone è Tommy Maccaferry, un affascinante scrittore sicuro di sé e narcisista, eccessivo e gesticolante che si sente sempre sotto le luci della ribalta, Bianca Giannasso è una segretaria compunta e puntuta ma col fuoco nascosto, Giorgia Cerruti è un fior di ragazzona francese con striminziti hot pants, Katia Nannavecchia con abito blu a schiena scoperta e petto in fuori è una provocante Liliana.
Tutte ben caratterizzate e ben carrozzate avanti e retro queste amanti presunte, immaginate, agognate, immaginarie o vere, reali, tangibili del protagonista...chissà?
Le scene belle e luminose sono di Aldo Buti, il disegno luci di Adriano Pisi, i costumi appropriati di Ornella Campale.

Fantastica e arguta l'impostazione registica di 
Alessandro d’Alatri
che fa convivere, seppur distinti, immaginario e realtà: fa svolgere l'azione on stage con attori e scene colorate e proietta in bianco e nero sul velatino o sulle pareti laterali le insicurezze, le smanie, le confessioni, le fantasie, le paure, le gelosie, i ricordi dei personaggi (come si fa nelle soap opera). C'è anche una passeggiata in moto di loro due per Roma che ci ricorda “Vacanze romane”, che Ghini ha interpretato tempo fa. Talvolta le fantasie si materializzano e l'immaginario si concretizza nelle persone che agiscono in scena, è difficile spiegare, bisogna vedere, perché l'alternarsi e il concatenarsi di reale e di immaginario non seguono sempre gli stessi schemi.
Lo spettacolo, divertente, fatto molto bene e assolutamente da vedere, è una produzione La Pirandelliana.

Massimo Ghini e Giosetta Guerra











venerdì 27 marzo 2015

S. Lorenzo in C. Prosa Eugenio Allegri

San Lorenzo in Campo (PU) Teatro Tiberini










Una lezione spettacolo sulla nascita del teatro

(17 marzo 2015)

di Giosetta Guerra

Un altro monologo al teatro Tiberini per chiudere la breve stagione teatrale organizzata dall’AMAT col sostegno dell'Amministrazione comunale.
In palcoscenico il versatile Eugenio Allegri, attore torinese dalle mille sfaccettature che ha lavorato con artisti di chiara fama, come Dario Fo, Stefano Bollani, Alessandro Baricco e tanti altri. E proprio di Dario Fo si sentiva l'impronta recitativa, il Dario Fo del gramelot e del “Mistero Buffo”, di cui alla fine Allegri ha recitato alcuni passi, ma il carisma e la forza teatrale di Dario Fo sono di ben altra levatura.
La Commedia dell’Arte è al centro dello spettacolo, nel senso che Allegri ci propina una lunga lezione sulla nascita e sullo sviluppo del teatro comico, che nasce dal popolo e dalla piazza, sul contrasto tra Carnevale e Quaresima (ha detto che per carnevale l'attore si mette un naso grosso e per quaresima una maschera bianca, boh!). In omaggio alla maschera veneziana indossa la maschera del vecchio Pantalone e parla in dialetto veneziano, interpretando da solo un dialogo tra padre e figlio, indossa varie maschere e per ognuna cambia voce, registro, recitazione, parla in versi, per endecasillabi, e il pubblico coinvolto risponde.
Riprende la storia del teatro dal 1500 al 1700, quindi menziona Ruzzante, l'Aminta del Tasso, Cyrano di Rostand, poi si veste e saltella da Arlecchino.
In pratica intercala la spiegazione, appesantita da fastidiosi “come dire”, con gradevoli esempi interpretativi, riconoscibili da chi sa la storia del teatro; Allegri, mobilissimo e instancabile, è bravo nella caratterizzazione del personaggio, sia esso diabolico o angelico, comico o drammatico, ma in realtà non si capisce dove voglia andare a parare, perché l'argomento è talmente vasto che non basta pizzicare in qua e in là per esaurirlo o renderlo chiaro.

Si ha l'impressione che il suo obiettivo sia quello di far ridere la gente, fidando sullo stimolo immediato. E la gente ride. Quindi? Obiettivo raggiunto.