giovedì 13 gennaio 2011


Teatro La Fenice di Senigallia – Stagione di prosa

A R T

ovvero tre uomini sull’orlo di una crisi di nervi

per un quadro di arte moderna.

(recita del 7 gennaio 2011)

Di Giosetta Guerra

Ti è mai capitato di parlare con persone che, invece di rispondere ad una tua domanda, te ne fanno un’altra, che non condividono mai le tue scelte e contraddicono ogni tua affermazione, che si agganciano all’ultima tua parola per aprire un altro discorso, che estrapolano una tua frase per trattare un altro argomento, che tirano fuori i loro problemi nel bel mezzo di una conversazione o ripensano ad una tua affermazione per contestarti o per far dell’ironia e addirittura andare in collera o in depressione fino ad arrivare a mettere in dubbio la veridicità della vostra amicizia?

A me sì. Si innesca una spirale all’infinito che non dà alcun risultato, ma ci porta semmai sull’orlo di una crisi di nervi. I risultati sono disastrosi e debilitanti nella realtà, ma a teatro tutto ciò diventa esilarante, specialmente se il testo ha la fine scrittura di una drammaturga come Yasmina Reza, attrice, e scrittrice francese, nata a Parigi l’1 maggio 1959 e gli interpreti sono attori del calibro di Alessandro Haber, Gigio Alberti e Alessio Boni, estimatore delle opere della Reza, di cui ha precedentemente portato in scena Il dio della carneficina.

Il titolo della commedia che abbiamo visto al Teatro La Fenice di Senigallia il 7 gennaio 2011 nella traduzione in italiano di Alessandra Serra e con la regia di Giampiero Solari (una produzione Nuovo Teatro srl), è ART, opera del 1994, tradotta e rappresentata in oltre trenta lingue, per la quale a Yasmina Reza fu conferito il Premio Molière come miglior autore, un'opera sottile, dal ritmo incalzante e spesso esilarante, che evidenzia come un fatto del tutto banale possa scatenare contrasti e conflitti inconfessati e avvelenare anche i rapporti più consolidati.

Il plot prende spunto dall’acquisto di un quadro di arte moderna, che genera una diatriba sul significato dell’arte astratta tra tre amici di vecchia data, Serge, Marc e Yvan, perché il quadro, fra l’altro molto costoso, è una tela bianca: per Serge (Alessio Boni), un dermatologo idealista appassionato di arte contemporanea, che l’ha comprato, è un capolavoro e manda vibrazioni con quelle righe bianche impercettibili che solo un occhio esperto può cogliere, per Marc (Gigio Alberti), un ingegnere aeronautico razionale e tradizionalista, è una gran fregatura, tra questi due fuochi scoppiettanti Yvan (Alessandro Haber), un rappresentante di articoli di cartoleria che tiene molto ai suoi due amici e non vuole perderli, non sa come orientarsi, vuol fare da paciere, dando ragione ad entrambi separatamente, ma in realtà la questione sommata ai suoi problemi personali non fa che acuire la sua agitazione, che, portata in scena animosamente con esagitazione gestuale e verbale, finisce per essere l’elemento primo di comicità.

L’azione si svolge in un salotto moderno, sobriamente arredato: in fondo e lateralmente pareti fisse sfalzate, ora bianche, ora fuxia, ora rosso corallo, ora celeste cenere, per il gioco delle luci (disegnate da Marcello Iazzetti), che differenziano le atmosfere e il carattere dei tre personaggi, anteriormente pannelli mobili per dare l’illusione dei cambi di scena e per isolare in proscenio i personaggi che pensano a voce alta.

La scenografia di Gianni Carluccio risulta leggera e luminosa, anche perché i moduli sono fatti di una sorta di garza bianca. Anche gli abiti scelti da Nicoletta Ciccolini, sono classici ma di foggia moderna.

La precisa dizione e la naturalezza della recitazione, la padronanza scenica dei tre noti artisti, ben calati nei loro ruoli, le pause e i silenzi riempiti da sapienti espressioni del viso e da eloquenti atteggiamenti degli attori, mettono lo spettatore in condizione di non perdere neanche una battuta e di entrare nel gioco scenico dei nonsense, che, proprio perché affrontati con serietà e solennità quasi filosofica, generano ironia e ilarità.

Il pubblico si è divertito ed ha applaudito anche a scena aperta. Uno spettacolo da vedere.

All’uscita l’immancabile codazzo di ragazze (ma anche di “non più ragazze”) per cogliere ancora una volta lo sguardo ammaliatore di Alessio Boni.

martedì 21 dicembre 2010

Fidelio di Beethoven - Palacio de Bellas Artes, Messico

Francisco Araiza (Florestan) - Elena Nebera (Leonore)
Foto: INBA

Ramón Jacques


Città del Messico. Fidelio di Beethoven. Il Palacio de Bellas Artes, la scena lirica più importante del Messico, ha riaperto le sue porte dopo due anni di chiusura per restauri con il Fidelio di Beethoven, che mancava da questo teatro dal 1983. Con questa riapertura si spera in una più ampia attività che inizierà con Rusalka nei primi mesi del 2011 Per la parte visiva il regista Mauricio García Lozano ha sviluppato i diversi temi della vicenda come la differenza di opinioni e di pensiero, la repressione, l'abuso di potere, il dolore, la libertà con un numeroso gruppo di attori in perpetuo movimento sulla scena, dove si sono trasformati, successivamente, in prigionieri. Tutto ciò, in certo qual modo polemico, con uso di ironie, sarcasmi e con momenti di spietatezza Anche se talvolta, in particolare in relazione alle violenze e alle repressioni dei militari, erano caricate in modo esagerato. La scenografia, ideata da Jorge Ballina, era ambientata in un'imprecisata modernità, trasportando lo spettatore fino nelle profondità di un'oscura e angosciante prigione sotterranea, per mezzo di una scena che in modo meccanico una sorta di bunker, dal disegno geometrico ed equilibrato. I costumi militari e civili di Jerildy Bosch contribuivano a dare un aspetto umano agli attori e ai cantanti, e la illuminazione di Jesús Hernández, particolarmente nell'ouverture e nel finale riusciva a creare stimolanti immagini per il pubblico.

Per quanto riguarda il cast vocale, il soprano russo Elena Nebera, Leonora, ha adattato il suo sonoro e bel timbro scuro alle esigenze del personaggio, con una chiarezza, sicurezza e una bella linea di canto. Il ruolo è stato anche affidato alla voce di Monica Guillen Chavez, soprano messicana che ha mostrato una voce sfumata, espressiva e calda nell’accento e nella proiezione. Entrambi i cantanti hanno eseguito correttamente la loro parte, senza esagerare il carattere Come Florestan, il leggendario tenore messicano Francisco Araiza, eminente cantante nato in questo teatro, ha dispiegato la sua grande esperienza per estrarre l'anima del personaggio e cantare la sua difficile aria, con passione. Nel suo canto si poteva percepire l’inconfondibile timbro mozartiano che ha ancora lucentezza e freschezza.

Maria Alejandres (Marzelline)- Carsten Wittmoser (Rocco)


Da parte sua, il basso spagnolo Rubén Amoretti ha dato vita a un Pizarro despota e autoritario, con un'autorevolezza artistica e una vocalità dal timbro vigoroso e robusto. Corretto è stato il tenore Emilio Pons, un Jaquino musicale e Maria Alejandres come Marzelline, un soprano dal timbro brillante e suave, chiarezza nell'emissione e buon disimpegno artistico. A sua volta il basso Guillermo Ruiz (Don Fernando) ha sostenuto una prova non più che discreta per la difficoltà ad udire la sua voce. Il basso-baritono tedesco Carsten Wittmoser è stato un convincente interprete che ha dato nobiltà e umanità al personaggio di Rocco, con un canto e un'interpretazione efficaci. In seguito ad un duro lavoro effettuato sulla partitura si può affermare che l’Orchestra del Teatro Bellas Artes ha suonato meglò che in altre occasioni L'esuberante orchestrazione è stata messa in risalto con equilibrio da Niksa Bareza: come pure la scelta dei tempi, lenta all'inizio, e con qualche sfasatura, ha suonato molto musicale e gradevole durante il resto della recita. Il coro ha dato un buon apporto alla rappresentazione e il suo livello generale è aumentato dall’arrivo del nuovo direttore catalano Xavier Ribes.





venerdì 10 dicembre 2010

Lo Schiaccianoci



SENIGALLIA – Teatro La Fenice - LO SCHIACCIANOCI

(Presentato da Luigi Pignotti)

Di Giosetta Guerra

Per l’annuale appuntamento col balletto, il Teatro La Fenice di Senigallia ha ospitato sabato e domenica 4 e 5 dicembre 2010 il Croatian National Ballet Theatre-Split, che con la direzione di Almira Osmanovich ha messo in scena una delle più belle fiabe di Natale, Lo Schiaccianoci con la musica registrata di Piotr Ilich Chaikovskij.

La storia è nota: il mago Drosselmeyer durante una festa pre-natalizia a casa del borgomastro di Norimberga, il benestante Sthalbaum, dona a Clara, figlia del borgomastro, uno schiaccianoci di legno a forma di soldatino. Clara si addormenta stringendolo tra le braccia e nel sogno il soldatino si trasforma in un coraggioso principe, che sconfigge le paure di Clara, materializzate nell’oscura orda dei topi, e accompagna la bambina in un mondo di fate, di giochi e di dolciumi. Il romantico viaggio di Clara si conclude al suo risveglio e lo Schiaccianoci torna ad essere un giocattolo.

Numerosi i bambini, anche piccolissimi, in palcoscenico: alcuni come ospiti del ballo iniziale, altri nei simpatici costumi dei topi. Tutti si muovono in modo appropriato, anche se non eseguono passi di danza. Gli ospiti della festa fanno movenze di danza, ma non ballano sulle punte, non hanno nemmeno le scarpette, e neanche il mago, pur avendo la sinuosità e la postura del ballerino; ballano invece sulle punte Clara e le ballerine che si muovono nel sogno.

Per essere la figlia di un benestante Clara indossa un abito bianco semi lungo alquanto modesto, le signore che partecipano alla festa hanno costumi più colorati ma piuttosto semplici.

Il secondo atto è più scintillante del primo, sia per i bellissimi i costumi delle danzatrici, sia per l’atmosfera onirica prodotta anche dalle luci di Zoran Mihanovic, sia per la musica delle note danze, presentate come una successione di numeri chiusi.

Incisiva la realizzazione del sogno popolato di topi e di soldati. Per la danza dei fiocchi di neve ballerine in tutù bianco semi lungo disegnano suggestive coreografie di fila e figure d’insieme in un quadro d’intenso biancore, volteggiando con leggerezza sulle punte con sinuosi ports de bras e grand jetés en l’air; nella danza della Fata Confetto assistiamo al pas des deux della fata con un magnifico tutù rosato corto e rigido e del principe, lei con sicurezza e flessibilità si prodiga in una serie di piroettes, arabesques, assemblés, developpés, lui si lancia in brisés volés e fouettés; la danza dei fiori, sottolineata del suono morbido e caldo del clarino, è caratterizzata dal delicato cromatismo dei costumi, dei magnifici tutù corti e fluttuanti composti di leggere foglie pastello e dalla grazia delle ballerine costantemente sulle punte; vivaci nei colori i costumi della danza dei cosacchi e della danza araba, eseguite con estrema abilità.

Le coreografie di Bozicz Lisak sono riprese dalla versione originale di Marius Ivanovič Petipa.

Le scenografie, ideate da Dinka Jeričević, sono in entrambi gli atti abbastanza semplici.

I costumi sono opera di Barbara Bourek.

Molti bambini tra gli spettatori, provenienti anche da Fano, dove sono attive due scuole di danza.

venerdì 12 novembre 2010

Maria Stuarda - Teatro Comunale di Modena



Teatro Comunale “Luciano Pavarotti” di Modena

Tragedia lirica in tre atti su libretto di Giuseppe Bardari, dalla tragedia omonima di Friedrich Schiller. Musica di Gaetano Donizetti

Maria Stuarda con una Mariella Devia sopraffina

al massimo dello splendore vocale

(6 novembre 2010, prima)

Di Giosetta Guerra

Al suo apparire applausi scroscianti, come succede per i grandi attori del teatro classico, dal pubblico che gremiva il teatro fino al loggione. Non ho memoria di aver mai assistito ad una simile accoglienza nel teatro d’opera, ma Mariella Devia è un’icona del belcanto, una cantante di riferimento per la gestione del mezzo vocale, per gli esercizi di alto virtuosismo, per il controllo eccezionale del fiato, per la melodiosità infinita del canto, per la pulizia incontaminata del suono, per la sublimità dei sovracuti, per l’aderenza al personaggio sul versante interpretativo. Mariella Devia è una star di prima grandezza che, pur nel massimo del suo splendore vocale, non si atteggia a diva.La sua Maria Stuarda è stata superba: imponente e furente nel pezzo di bravura che è l’invettiva contro Elisabetta “Figlia impura di Bolena”, ha piazzato un sovracuto da brivido sulla parola “oscena”; delicata e dolcissima nel ricordar Arrigo, morto per lei, (“Quando di luce rosea”), ha tenuto un melodioso canto sospeso sulle parole “ombra adorata” con fiati lunghissimi su fili di seta lucidissimi ed è stata artefice di un ossimoro forse mai realizzato, la morbidezza degli acuti taglienti; ieratica e sublime nell’augurar felicità ad Elisabetta, sua sorella e sua aguzzina, (“D’un cor che muore reca il perdono…Dille che lieta resti sul trono”), ha fatto svettare la voce sopra la massa corale e allo scatto acuto su “implorerò” ha fatto seguire un florilegio di filati terminanti in una strepitosa scala discendente. Una tenuta vocale ed una gestione del fiato fuori dal comune ed un’intensità drammatica da manuale. Bravissima. Il pubblico ha risposto con un boato interminabile ed un entusiasmo incontenibile.

Un’Elisabetta credibile, sprezzante e talvolta dubbiosa, è stata delineata da Nidia Palacios, che al suo ingresso “Sì, vuol di Francia il Rege” ha evidenziato una voce abbastanza melodiosa, poco fluida nelle agilità, ma in grado di cantare in maschera e di eseguire acuti e trilli. Il ruolo è difficile perché esteso, svetta nell’acuto e scende nel grave, ma il mezzosoprano argentino lo ha interpretato con dignità e competenza sia vocale che scenica. Il giovane tenore turco Bülent Bezdüz, che ha sostituito l’indisposto Adriano Graziani nel ruolo di Roberto conte di Leicester, ha avuto un ingresso vocalmente incerto, ma poi ha acquistato sicurezza ed ha cantato sul fiato usando con generosità una voce di timbro chiaro e pulito, un po’ rigida ma estesa, è stato un conte focoso e si è prodigato in puntature acute e suoni tenuti fino agli acuti lancinanti dell’invettiva finale contro Cecil e contro tutti in difesa di Maria. Buone le voci del basso Ugo Guagliardo nel ruolo di Talbot e del baritono Gezim Myshketa nella parte di Cecil: peso e ampiezza erano gestiti con morbidezza; Caterina Di Tonno, come Anna Kennedy, ha messo in luce una delicata vocina di soprano.


Il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati, è stato capace di sonorità strepitose e di un amalgama maestoso. L’Orchestra Regionale dell’Emilia-Romagna è stata diretta in modo garbato da Antonino Fogliari. L’allestimento dell’Opéra Royal de Wallonie di Liegi in Coproduzione con Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, aveva le scene di Italo Grassi (grate ferrigne a lato e sospese in tralice, pavimento in pendenza, un muro sulla destra, fondale apribile su panorami diversi, anche su una suggestiva nevicata) e le luci di Fabio Rossi che hanno sottolineato i sentimenti coi colori e con un gioco di ombre riflesse. Bellissimi i costumi d’epoca in velluto ideati da Francesco Esposito, che ha curato anche la regia (quadri statici nei concertati, movimenti lenti delle masse, incedere regale delle due regine, tappeto oro per Elisabetta, tappeto rosso per Maria, che va incontro al martirio dirigendosi verso il fondo con le braccia aperte, quasi ad abbracciare il mondo). Una regia garbata, ma il finale ci ha lasciato senza emozioni. Ricordo invece ancora la scena finale carica di pathos di una Maria Stuarda curata da Gabriele Lavia a Bergamo nel 1988.
Lo spettacolo è stato comunque positivo e la presenza della Devia lo ha reso prezioso. Io sono uscita soddisfatta, anche se col collo torto per la posizione poco comoda del posto assegnatomi.


mercoledì 3 novembre 2010

I Vespri Siciliani - Teatro Regio di Parma

Festival Verdi 2010

Teatro Regio di Parma. I Vespri Siciliani.

domenica 24 ottobre 2010 – ultima recita

di Giosetta Guerra

Il super cast scritturato dal Teatro Regio di Parma per I Vespri Siciliani di Giuseppe Verdi ha attirato gente da tutto il mondo. Il teatro, completamente esaurito, domenica pomeriggio era affollato di Orientali, Tedeschi, Inglesi, oltre che di Italiani.

Purtroppo le nostre aspettative sono state inizialmente deluse dalla sostituzione del tenore, Fabio Armiliato stava male e lo ha sostituito Kim Myung Ho nel ruolo protagonista di Arrigo, ma la presenza di altri tre maghi dell’opera, come Daniela Dessì, Giacomo Prestia e Leo Nucci ha calmato la nostra agitazione e inoltre il tenore orientale se l’è cavata dignitosamente. Certo ci è mancata la bella figura di Fabio, le sue espansioni brucianti e la sua passionalità nelle scene d’amore che con Daniela sono così veritiere, tuttavia sentir Giacomo Prestia cantare l’aria di Procida del secondo atto “O tu Palermo” a 20 centimetri dalla mia faccia e guardarlo direttamente negli occhi è stato molto coinvolgente.

Sì, perché Pier Luigi Pizzi ha dilatato l’azione tra gli spettatori: tutti i personaggi si muovevano e cantavano non solo in palcoscenico ma anche tra il pubblico, entravano ed uscivano anche dalle porte di sicurezza e i coristi cantavano spesso schierati in fondo o ai lati della platea, o da un palco o fuori campo, creando una speciale osmosi tra audience ed artisti.

Per l’aspetto visivo Pizzi si è adeguato alle ristrettezze economiche del momento, optando per una scenografia minimalista fatta di simboli che, anche se non descrivevano le specifiche e ricche ambientazioni, davano lo spunto per immaginare ambienti approssimativi.

Atto primo: accoglienza a sipario aperto, palcoscenico in pendenza, non c’è la piazza di Palermo con i suoi edifici e la caserma, ma ci sono solo tre barche (Palermo è città di mare) contro un fondale bianco (perché non azzurro?); atto terzo: un divano celeste visto di spalle, un grande specchio piegato in avanti a rifletter la scena stile Svoboda (mitica Traviata a Macerata) per la scena del ballo; atto quarto: un’alta inferriata per il carcere con i frati incappucciati bianchi e neri ritti tra le sbarre; atto quinto: altare classico bianco per il matrimonio e pioggia finale di volantini tricolori sulla platea del Regio (Viva l’Italia!).

I militari francesi indossavano divise blu e sventolavano la loro bandiera, i siciliani avevano divise nere, la duchessa Elena era rigorosamente in nero e velata tranne alla cerimonia nuziale per la quale indossava un abito bianco, tutti della stessa foggia. Di bianco vestite le danzatrici della Tarantella, di nero i danzatori, tra cui spiccava il rosso di Ninetta (in bianco per le altre scene). Scena di stupro generale per il rapimento delle ballerine siciliane da parte dei soldati francesi (atto II).

Il ballo mascherato di dame e gentiluomini di entrambe le nazionalità (atto terzo, ballo delle quattro stagioni, che in realtà non sono state definite) si rifletteva nel grande specchio, si aggiravano anche degli incappucciati con mantelli cangianti di vari colori di tonalità scure. Le luci disegnate da Vincenzo Raponi davano le giuste atmosfere alle scene e agli ambienti. Le coreografie portavano le firma di Roberto Maria Pizzuto.

Tornando al versante vocale ribadisco la straordinaria da performance del basso Giacomo Prestia, che ha una cassa armonica unica, nel ruolo del patriota Procida (abito nero, capelli e barba bianchi): la voce è splendida e la figura non è da meno; al timbro conturbante si uniscono ampiezza, estensione, peso, ricchezza di armonici, naturalezza d’emissione dai gravi poderosi agli acuti pieni attraverso ampie arcate, un modo di porgere una voce cavernosa con grande morbidezza ed espressività. Magnifico.

Grande prova anche quella del baritono Leo Nucci (Guido di Manforte, padre segreto di Arrigo) per l’autorevolezza della figura e per un mezzo vocale ancor nel pieno dell’efficienza e dell’efficacia, sostenuto da una consolidata tecnica vocale e da una indiscussa maestria nel porgere: la voce è estesa, ferma e intatta in ogni registro (anzi direi che non l’ho mai sentita così perfetta nei passaggi di registro e nell’intonazione), i suoni sono pieni e rotondi, i fiati lunghi e sostenuti, il peso e il volume consistenti, l’interpretazione intensa. Insomma Nucci migliora col tempo e anche fisicamente.

Ci saremmo aspettati più passione e maggior impeto da Daniela Dessì per il ruolo di Elena che richiede una vocalità tirata all’estremo. Il soprano, invece, ha sfruttato la melodiosità della sua voce per un canto a fior di labbro, una linea sospirosa con bei filati anche rinforzati, una delicatezza d’accento con impennate acute e slanci brucianti che emergono nei concertati e ha fatto emergere la voce in tutto il suo splendore nel travolgente finale.


Kim Myung Ho
(Arrigo figlio ribelle di Manforte e innamorato di Elena) sapeva la parte (e non è poco per un ruolo estremo di un’opera poco rappresentata), ha esternato una voce che arriva ovunque, anche se il timbro piuttosto chiaro non è drammatico, ha cantato bene e con espressività, anche se la figura non è fascinosa.

Nelle parti di contorno hanno cantato Roberto Jachini Virgili (Tebaldo) un tenore incisivo di voce chiara, il basso chiaro ed esteso Alessandro Battiato (Roberto), il basso scuro Andrea Mastroni (Conte di Vaudemont), il tenore Raoul d’Eramo (Danieli), il basso Dario Russo (Sire di Bethune), il contralto Adriana Di Paola (Ninetta), il tenore Camillo Facchino (Manfredo).

Le pagine corali sono risultate molto coinvolgenti, grazie anche alla nota bravura del Coro del Regio preparato da Martino Faggiani.

L’Orchestra del Regio, diretta da Massimo Zanetti, ha esibito sonorità alte e dense nella nota Sinfonia d’apertura, ricca di poderosi crescendo e sensibili diminuendo, le grandi arcate della sezione archi, il frizzo dei violini, la potenza degli ottoni e delle percussioni, il guizzo dell’ottavino hanno contribuito ad annunciare il clima teso e ricco di contrasti di questo grand-opèra verdiano. Con maggior leggerezza è stata realizzata l’introduzione al II atto, una patina d’inquietudine ha pervaso il Preludio del IV e l’attenzione nell’eseguire il dettato verdiano ha reso tangibile l’immensa coralità dell’opera.

Il pubblico ha risposto con calorosi applausi.

venerdì 15 ottobre 2010

Gustav Leonhardt - Pergolesi Spontini Festival X edizione

Pergolesi Spontini Festival X edizione
Monte San Vito (AN) Teatro La Fortuna
(venerdì 17 settembre 2010)

Classe e maestria di Leonhardt al cembalo
di Giosetta Guerra


Il concerto del clavicembalista olandese Gustav Leonhardt al Teatro La Fortuna di Monte San Vito (AN) venerdì 17 settembre alle ore 21 ha dato l’avvio alla X edizione del Pergolesi Spontini Festival. Il solo pensiero che un grande artista come Leonhardt potesse essere presente in carne ed ossa in un piccolo teatro delle Marche ci ha meravigliato, vederlo a due metri di distanza e ascoltarlo dal vivo ci ha dato l’emozione di toccare l’incredibile. Ebbene sì, la sera del 17 settembre 2010 nel raccoglimento classico di un grande evento e nell’intimità riservata di un salotto privato abbiamo ascoltato uno dei più importanti clavicembalisti al mondo, non più giovane, ma sempre ricco di quel carisma che emanano i grandi personaggi. Leonhardt, signorile e riservato, ha fatto uscire il fluido delle sue dita per riversarlo sulla tastiera di due clavicembali finemente decorati, uno di tipo italiano con una tastiera per la prima parte e l’altro di tipo tedesco con due tastiere per la seconda parte. Il programma comprendeva brani di compositori tedeschi e italiani del Sei-Settecento, naturalmente; ci aspettavamo di ascoltare anche lo scintillio delle sonate di Scarlatti, ma il maestro ha optato per pagine più contenute e finemente cesellate. Ecco il programma: Prima parte: Johann Kaspar Kerll - Toccata di durezze e ligature Canzon n. 4, Bernardo Storace - Recercar de legature Corrente n. 17, Bernardo Pasquini - Recercar n. 139, Domenico Zipoli - Canzon, Alessandro Poglietti - Recercar n. 3. Seconda parte: Johann Christoph Bach – Praeludium in Do magg., Johann Sebastian Bach – Aria variata BWV 989, Quattro Piccoli preludiSuite in Mi minore “für das Lautenwerk” BWV 996. Come bis una pagina di Bach, l’amore della sua vita artistica.

sabato 14 agosto 2010

Aperitivi culturali agli Antichi Forni di Macerata

Foto: Mario Tiberini (tenore machigiano)
di Giosetta Guerra

Le persone che frequentano gli incontri agli Antichi Forni di Macerata si aspettano di sentire cose nuove o curiosità sulle opere che andranno ad ascoltare. Il 31 luglio Carla Moreni ha presentato al folto pubblico l’opera di Giuseppe Verdi “La Forza del destino”, raccontandone la trama (che si può leggere ovunque) e mettendo in evidenza il carattere dei personaggi e alcune particolarità musicali, certamente noti alla maggior parte degli astanti. Forse poteva essere più accattivante parlare di ciò che accadeva alla Scala nel 1869, fuori e dentro il teatro, prima e dopo il debutto della terza edizione dell’opera in questione, degli interpreti, visto che il protagonista era marchigiano, dello stato d’animo di Verdi e dei compositori che attendevano il loro turno per l’uso del teatro, visto che uno di loro era marchigiano. Forse Carla Moreni non sa che esiste un libro di una marchigiana dove tutto questo è ben descritto, ma Pier Luigi Pizzi sì.
Insomma queste Marche le vogliamo valorizzare o vogliamo farne un contenitore per ospiti graditi e non paganti?

Ecco un estratto dal mio libro sul tenore marchigiano, favorito di Verdi, “Mario Tiberini”.
Provate a vedere se appaga la vostra curiosità, come ha appagato la mia.

Durante la cosiddetta “settimana grassa” di carnevale1869, alla Scala di Milano ogni sera viene allestita un’opera con il teatro illuminato a giorno.

Domenica Don Carlos
Lunedì Mosè
Martedì Gli Ugonotti
Mercoledì Don Carlos
Giovedì Mosè
Venerdì Don Carlos
Sabato Gli Ugonotti

Le opere si protraggono per tutta la settimana di quaresima, (Tiberini canta solo ne Gli Ugonotti, nelle altre due canta Mongini), procurando un notevole ritardo sull’allestimento della nuova opera, La Forza del destino di Verdi. Gli abbonamenti per la realizzazione di tale opera erano comunque iniziati alla fine dell’anno precedente. Finalmente mercoledì 27 gennaio 1869 cominciano le prove de La Forza, sotto la direzione dello stesso Verdi e con un cast d’eccezione.
Ma il Maestro è preoccupato, perché, a causa dei troppi impegni dei cantanti, le prove sono poche. Il 5 febbraio (domenica) 1869 Verdi scrive ad Escudier da Milano:
“Caro Léon,
Sono qui da otto giorni e voleva scrivervi sempre in ogni giorno, ma nei primi giorni di prova vi è sempre molto da fare, e non ho mai potuto farlo. Non saprei dirvi quando andrà in scena La Forza del Destino, perché si fanno prove brevi, dovendo gli artisti cantare in questa settimana tutte le sere o D. Carlos o gli Ugonotti. Capite bene, tutte le sere! C’è da crepare cantar sempre opere di quella mole e provare il mattino”.
(G. Marchesi – Gli anni della Forza del destino, in Verdi, Bollettino dell’Istituto di Studi Verdiani, vol. II, n. 6, Parma, Istituto di Studi Verdiani, 1966).

Il 10 febbraio l’opera non è ancora andata in orchestra e gli altri compositori, che attendono il loro turno per presentare la loro opera alla Scala, sono in fibrillazione a causa di tali ritardi. La Commissione del Teatro alla Scala, infatti, aveva già inserito come opera d’obbligo nel cartellone della stagione un’opera nuova del compositore marchigiano Filippo Marchetti (1831-1902), che musicò Ruy Blas nel 1869, ma il prolungarsi dei lavori per l’allestimento de La Forza del destino, la confina alla fine della stagione, l’opera andrà in scena alla Scala il 5 aprile dello stesso anno con Tiberini nel ruolo protagonista.

“Montuoro e Marchetti si sono messi l’anima in pace, giacché volle il destino che in causa della “Forza del destino” essi sieno forzati ad aspettare che le loro opere sieno date per ultime. Il “Pungolo” per tranquillizzare Marchetti, dice che Tiberini ha prolungato il suo contratto, ma sino ad ora questo non è che un pio desiderio del pubblico, che in Tiberini vede e riconosce un vero appoggio della stagione ed una balla dell’Impresa della Scala, la quale si è addormentata e se la “Forza del destino” ritarda di comparire, dovrà smettere le rappresentazioni, perché Tiberini andrà via e allora non saranno più in tempo di riconfermarlo!” (Il Trovatore – 4 febb. 1869 – LA RIVISTA DELLA SETTIMANA - Firmato: IL NOVELLIERE).

Mario Tiberini è ormai diventato un punto fermo per molti compositori e per tutti gli spettatori. La sua partecipazione a questa opera verdiana rende ancor più frenetica l’attesa. E finalmente il 27 febbraio 1869 alla Scala di Milano avviene il debutto de La Forza del destino presentata nella definitiva edizione riformata.
(Interpreti: Mario Tiberini tenore (Don Alvaro), Ida Benza Nagy giovane mezzosoprano magiaro (Preziosilla - debutto), Luigi Colonnese baritono (Don Carlo), Marcello Junca basso (Padre Guardiano), Giacomo Rota basso (Fra Melitone), Teresa Stolz soprano (Leonora), Giuseppe Vecchi basso (il Marchese di Calatrava), Ester Neri mezzosoprano (Curra), Luigi Alessandrini basso (un alcade), Antonio Tasso tenore (Mastro Trabucco), Vincenzo Paraboschi basso (un chirurgo militare). Scene di Carlo Ferrario, pittore dei costumi Pessina. Maestro del Coro Zirillo (bravissimo). Dir. Orch. Angelo Mariani. Clarinettista Bassi. Flautista Pizzi. Regista e coordinatore: Giuseppe Verdi. 13 repliche.

Tutti i timori vengono di colpo fugati e tutte le ansie trovano appagamento nell’enorme successo ottenuto da quest’opera nuova, che fa incassare dieci mila lire.

“Tentar di ridire le emozioni vivissime che abbiam provato jersera alla Scala è cosa impossibile. Non fu una prima rappresentazione - fu una festa dell’arte - una di quelle feste che lasciano incancellabile la loro memoria in quanti vi presero parte. Tutto il pubblico e l’orchestra in piedi, a batter le mani freneticamente, applausi con l’agitar dei cappelli, con lo sventolare in platea dei fazzoletti, e nei palchi col grido Viva Verdi.” (Il Pungolo dalla Gazzetta Musicale di Milano, n. 9; 3 marzo 1869, pgg. 66 e 67.

La sera della prima e nelle serate successive con la Stolz e Tiberini si toccano le punte più alte dell’entusiasmo e lo splendido allestimento dell’Impresa Bonola e Brunello contribuisce visibilmente alla buona riuscita dello spettacolo, che unisce la precisione tedesca al fuoco e al colorito italiano.

“E’ vero che il solito Parravicini non può fare a meno di notare che, unitamente alla Benza, essi tendono a crescere rispetto al basso diapason,……ma è anche vero che lo stesso critico riconosce che la Stolz meritò grandi applausi e che Tiberini fu sublime come attore e come cantante.” (Giorgio Gualerzi: op. cit. p. 902) “Luigi Colonnese, la Benza, Rota, Tiberini gareggiarono a chi meglio.” (La Lombardia dalla Gazzetta Musicale di Milano, n. 9; 3 marzo 1869, p. 66).
La Stolz, Tiberini e Rota risultano essere gli eroi della serata. Unanime è il consenso della critica per il tenore Mario Tiberini.

“Tiberini si rivelò per così grande artista, che io dovetti chinare il capo e rinnegare le mie ingiuste prevenzioni”, scrive il critico de Il Gazzettino Rosa (28 febbraio 1869) e su Il Pungolo si legge che “la deliziosa romanza con cui si apre il terzo atto è stata cantata dal Tiberini con quell’accento di cui egli solo possiede il segreto, e con quella correttezza artistica, che lunge dallo scemare, aggiunge espressività all’accento” (Il Pungolo, dalla Gazzetta Musicale di Milano, n. 9; 3 marzo 1869, p. 68), infine La Lombardia esprime “speciale ammirazione pel tenore Tiberini , che in nessun’opera mai ci parve più grande, sia dal lato del canto che dell’azione drammatica.”
Egli ottiene forti applausi nell’atto terzo per la romanza e il duettino col Colonnese e nell’ultimo atto per il duetto tenore – baritono e il terzetto basso – tenore – soprano col quale si chiude l’opera. L’esecuzione della romanza del terzo atto “da parte dell’esimio Tiberini fu all’altezza della bellissima composizione; poscia piacque il duetto di Carlo e Alvaro (ferito).” (Il Secolo, 28 febbraio 1869).

“Il duettino col baritono parve un giojello di limpida e serena melodia………Nell’atto quarto Havvi un bellissimo duetto per baritono e tenore (Colonnese e Tiberini )… ed un nuovo terzetto per soprano, tenore, e basso, che piacerà maggiormente dopo parecchie udizioni. Verdi venne gloriosamente chiamato all’onore del proscenio più di venti volte, ed il grand’uomo ne sembrava profondamente grato e soddisfatto……Tiberini fu sublime come attore e come cantante.” (Il Secolo dalla Gazzetta Musicale di Milano, Anno XXIV, n. 9; 3 marzo 1869, pgg. 68 e 69).

“Dopo la comica scena della minestra (atto IV), c’è il duetto tra baritono e tenore, quindi la grande aria della donna e finalmente il terzetto finale – tre pezzi in cui l’odio, l’amore, la rassegnazione cristiana trovano la loro più alta espressione – e in cui il Tiberini e la Stolz sono veramente sublimi per ispirazione d’accento e d’azione, assai bene secondati dal Colonnese nel duetto, dal Junca nel terzetto”. (Il Pungolo, dalla Gazzetta Musicale di Milano, p. 68).

“Terzo atto, fanatismo la romanza di Tiberini, due chiamate Verdi: duettino Tiberini e Colonnese, acclamatissimo, due chiamate Verdi……… Atto quarto,………fanatismo il duetto fra Tiberini e Colonnese, due chiamate Verdi. Chiamato il pittore per la scena dei dirupi…Terzetto finale fanatismo. Calata la tela, quattro chiamate Stolz, Junca, Tiberini col maestro ed un’ultima volta il maestro solo. Somma, 24 chiamate per Verdi. Esecuzione stupenda, come non si udì forse mai alla Scala. Pubblico infanatichito. Verdi commosso tanta ovazione” . (Cosmorama, p. 69).