lunedì 18 gennaio 2016

Barcellona-Spagna, Gran Teatro del Liceu





LUCIA DI 

LAMMERMOOR 

di GAETANO DONIZETTI

Opera in tre atti, libretto di Salvatore Cammarano, tratto dal romanzo
The Bride of Lammermoor di Walter Scott

(primo cast 11 dicembre 2015, secondo cast 12 dicembre 2015)

Un’originale scenografia moderna per un dramma d’amore e di follia.

Brillano le voci tenorili.


di Giosetta Guerra



Lucia è prigioniera e vittima del potere familiare e può liberarsene solo morendo. Per questo il regista Damiano Michieletto ha ideato una torre di cristallo di quattro piani con montanti in alluminio e finestre in parte rotte, attraversata in diagonale da una forte luce bianca, con un groviglio di scale interne che salgono fino in cima, pareti interne a specchio e trasparenti dall'esterno. È una struttura imponente ma non pesante che ha una sua precarietà: è pendente e fragile, quindi insicura, come l'equilibrio di Lucia. È bella ed elegante, ma fredda e distaccata, come i sentimenti che dominano quella famiglia.
Tutto si svolge dentro e ai piedi della torre, che s'illumina, si colora, si spegne, lampeggia, accoglie gli sfoghi degli amanti che si sporgono pericolosamente dalle finestre, 

raddoppia negli specchi la figura traballante di Lucia che scende le scale dopo il misfatto con l'abito non sporco di sangue, perché lo sposino viene ucciso con la pistola (si sente uno sparo che fa sobbalzare e scendono coriandoli dorati), ospita le masse coi costumi fortemente colorati disposte su tutti i piani creando un impatto visivo vivace e suggestivo. Ma la cosa più spettacolare è il suicidio di Lucia, che si getta dal quarto piano dopo aver camminato su un trampolino che sporgeva nel vuoto. Se non avessi saputo prima che si trattava di una controfigura di mestiere, mi sarei sentita male. 
Purtroppo una stupidaggine Michieletto l'ha fatta: ha messo un secchio pieno d'acqua che sprigiona luce rossa al posto della fonte del parco del castello. Vedere Lucia fantasticare sopra il secchio faceva un po' ridere. 
Un'altra cosa discutibile: alla fine due operai scavano una fossa poi bevono, dal buio compare un corteo nero con una bara bianca, che viene messa a terra. Ma non c'erano già le tombe degli avi?
Nota ricorrente: un fantasma donna vestita di bianco con rosa rossa dallo stelo pungente si aggira muta e distaccata, una presenza inquietante che infilza la rosa per terra, lancia i petali addosso alla sposa e li sparge su Edgardo morente.
Funzionale la disposizione delle masse
La scenografia è stata realizzata da Paolo Fantin.
I coristi, alias le guardie del castello in perlustrazione, entrano in abiti militari ed elmetto coi cani e con le torce tra la nebbia, Lucia e l'ancella indossano bei vestiti lunghi di broccato colorato e gli uomini lunghi pastrani, gl'invitati alle nozze creano sfavillanti quadretti cromatici con i loro fantastici abiti da cerimonia. La costumista Carla Teti ha gusto e fantasia.
Bellissime e ben fatte le luci di Martin Gebhardt, che ha usato tinte sia forti che sfumate.
Ho ascoltato entrambi i cast.
Nel primo cast ha brillato Juan Diego Florez nel ruolo di Edgardo, il tenore presenta una linea di canto molto pulita e modula la voce a fini interpretativi ("Sulla tomba che rinserra"), nell'invettiva con acuto stratosferico contro la traditrice 
 ("Hai tradito") è il vero eroe romantico capace di grandi slanci, ma mantiene sempre intatte le caratteristiche dell'autentico principe del belcanto in grado di snocciolare fioriture e puntature acute oltre ogni limite. Perfetto in ogni dinamica, in ogni registro e in ogni espressione ("Tombe degli avi miei") Florez ha chiuso l'opera con un'aria di grandissimo effetto uditivo ed emotivo "Tu che a Dio spiegasti l'ali", col canto tutto sul registro acuto, ottenendo un grande unanime consenso. Credo sia l'unica opera intitolata ad una donna che finisce con l'aria del tenore. 

Nel secondo cast c'era Ismael Jordi, un bravo tenore dalla voce corposa e maschia come la sua fisicità, la proiezione del suono è sicura e gli acuti sono solidi. L'accento eroico arricchisce l'alternarsi di morbidezze e irruenze vocali (“Sulla tomba che rinserra”), nel duetto con Lucia il tenore è sensuale e appassionato, tiene una linea morbida nel canto a mezza voce e ha un modo accattivante di porgere. Grande nell'invettiva contro Lucia (“Hai tradito”), Jordi presenta voce magnifica e recitazione di grande presa. Bravo interprete e bravo attore, ha buona dizione, canta bene ed è anche bello.
Lucia nel primo cast era Elena Mosuc un soprano che usa bene una voce di medio spessore e ondulante nelle note acutissime, agile nella coloratura anche se il canto sgorga in modo poco fluido (“Quando rapita in estasi”), morbida negli attacchi e nelle mezze voci (duetto con Edgardo “Verranno a te sull'aure” ), impercettibile in zona medio grave nel duetto col fratello. Brava nella scena della follia, cantata con più voce, precisi i picchiettati, i filati, gli acuti e la lucidità delle note nella cadenza con il flauto.

María José Moreno (Lucia nel secondo cast) ha voce flebile in basso che si rimpolpa nelle progressioni acute con bellissimi filati rinforzati e acuti sonori (“Regnava nel silenzio ” con la voce calda del clarino), i centri hanno poco spessore (“Quando rapita in estasi ”), ma una linea di canto dolcissima, una voce ferma e una giusta emissione (“Verranno a te sull'aure ”) la rendono gradevole interprete. La voce è piccola nel canto spianato e narrativo, ma s'illumina negli acuti che sono solidi, limpidi e sostenuti. Nella scena della follia si crea un'atmosfera di grande emozione, soprattutto per la facilità del soprano ad esplorare la zona acuta ed eseguire i picchiettati.
Nel ruolo di Enrico Marco Caria (primo cast) usa bene una buona voce di baritono, ampia e corposa, appoggia bene, sostiene i suoni e tiene gli acuti (“Cruda, funesta smania”), Giorgio Caoduro (secondo cast) esordisce in modo irruento, andando sopra le righe anche nell'intonazione (“Cruda, funesta smania”), canta a squarciagola col fiato la cavatina, crescendo e tenendo i fiati troppo lunghi per strappare l'applauso, ha la giusta voce del cattivo e così l'atteggiamento, ma stona l'acuto nel duetto con Lucia; quando canta in modo morbido va bene, altrimenti va fuori.
Come Raimondo Simón Orfila (primo cast) porge bene, sa ammorbidire ed espandere una bella voce di basso, ampia e non sempre ferma.
Marko Mimica (secondo cast) è un giovanotto biondo con un bel timbro di basso e colore maestoso, la voce è calda e di valore nella zona media e nel passaggio, ampia e sempre morbida, usata in maschera con suoni corposi e rotondi e con una magnifica apertura del suono verso la tessitura acuta. Il cantante deve acquisire maggior confidenza con il palcoscenico.
Per Arturo una voce tenorile chiara ben proiettata, con suoni ben sostenuti, quella del tenore leggero acuto Albert Casals e per Normano Jorge Rodríguez Norton.
Il mezzosoprano Sandra Ferrández (Alisa) ha voce corretta e di poco spessore, canta bene ma talvolta è coperta dall'orchestra.
Il fantasma è una figurante che cammina a passi lenti e misurati, quella del primo cast è sicuramente una ballerina visto come posizionava il piede (con la punta spinta verso l'esterno), quella del secondo cast no e in più aveva le scarpe lunghe per il suo piede.
L'Orquestra Simfònica del Gran Teatre del Liceu, diretta da Marco Armiliato è garbata con qualche esuberanza, densa e trasparente nella scena della follia, tocco melodioso dell'arpa nella presentazione della ridicola fontana.
Quasi costante la presenza del Coro del Gran Teatre del Liceu, preparato da Conxita Garcia, compatto e immobile o a gruppi, l'amalgama sonoro è morbido, ha tante voci maschili che restituisco la pienezza del suono.

Produzione Opernhaus Zürich.



foto di Antoni Bofill

venerdì 8 gennaio 2016

Fossombrone Concerto di Natale 2015

Fossombrone (PU), Chiesa di San Filippo

Concerto di Natale
I tempi e le note. Arie, romanze e canzoni.
(dom. 20 dic. 2015)

di Giosetta Guerra














Nella splendida cornice barocca della Chiesa di San Filippo a Fossombrone, eretta fra il 1608 e il 1613 e poi arricchita di un'esuberante decorazione a stucco, si è tenuto un concerto di Natale di prestigio, organizzato dal soprano Luisa Macnez di Pesaro.  
Quattro voci e un pianoforte ci hanno portato attraverso i tempi e le note di famosi compositori dal 1700 ad oggi con arie, romanze e canzoni.










Il tenore Enrico Giovagnoli ha dimostrato la sua poliedricità spaziando dall’opera (La donna è mobile da Rigoletto di Verdi, O Mimì, tu più non torni duetto col baritono da Bohème di Puccini), all’operetta (duetti col soprano: Tace il labbro da La Vedova allegra di Léhar, duetto del viaggio da Il re di Chez Maxim di Costa) alle canzoni classiche napoletane (Parlami d’amore Mariù di Bixio, Dicintencello vuje di Falvo). La voce di buona fibra e di bel colore è corposa e brunita nella zona medio grave e s'illumina e sfavilla nella tessitura acuta, si destreggia agevolmente ed elegantemente in tutti i registri grazie ad una tecnica sicura e un modo di porgere accattivante.

Il soprano era Francesca Carli, che, con voce aggraziata, timbro limpido e grande sensibilità, ha inoltre cantato Cantique de Noëdi Adams e C’era una volta il west di Morricone ed ha duettato anche col baritono nel noto brano mozartiano Là ci darem la mano da Don Giovanni.

Daniele Girometti è un baritono di lusso: voce importante, dal suono denso e rotondo, accento incisivo, fraseggio eloquente, è un baritono verdiano con il dramma nella voce; impressionante l'interpretazione di Cortigiani vil razza dannata da Rigoletto.

Il basso Fausto Martone si è cimentato in Rossini (Le femmine d'Italia da L'Italiana in Algeri e La Calunnia da Il Barbiere) con notevole spessore vocale.

Il M° Claudio Colapinto li ha accompagnati al pianoforte con tocco sicuro e perfetta conoscenza del linguaggio musicale, ovviamente.

Il concerto si è concluso con carols e canti natalizi.
Il pubblico che affollava la bella chiesa ha risposto con lunghi applausi, diretti agli artisti all'organizzatrice.










martedì 5 gennaio 2016

Fano, Teatro della Fortuna. Concerto di Capodanno 2016

Fano, Teatro della Fortuna

Concerto di Capodanno 2016


Un programma giocoso foriero d'allegria 
(1 gennaio 2016, ore 17)

Di Giosetta Guerra 

Duplice concerto il primo dell’anno per il baritono Nicola Alaimo e l’Orchestra Sinfonica Rossini.

Capita raramente, forse mai, di esibirsi nella stessa giornata in due teatri diversi. È invece avvenuto per il baritono Nicola Alaimo e l’Orchestra Sinfonica Rossini, che il primo giorno dell’anno hanno tenuto lo stesso concerto in due sedi diverse: al Teatro della Fortuna di Fano alle 17 e al Teatro Rossini di Pesaro alle 21.
Ci vuole coraggio, ma anche capacità e resistenza.

Il concerto era molto piacevole e leggero per gli ascoltatori, vista la giocosità dei brani in programma, ma non certo per l’orchestra e per il cantante, chiamati a destreggiarsi tra le mirabolanti fioriture rossiniane, lo scintillante pullular delle “troppe note” mozartiane e la descrittività protoromantica di Donizetti.
Da un palco di second'ordine ho osservato, oltre che ascoltato, ogni intervento strumentale, preciso, aderente al dettato del compositore e alla lettura del direttore, dalle fresche volatine dei violini alle arcate dense dei violoncelli, dalla voce evocativa del corno a quella sorniona del fagotto, dalla sensualità del clarino all'eleganza del flauto, dal frizzo dell'ottavino al suono trionfante della tromba. Il tutto orchestrale era un alternarsi di morbidezza e di sfavillio, di suoni levigati ed esplosioni in crescendo, in un affiatamento mirabile.


L'orchestra Sinfonica G. Rossini ha interpretato più che eseguito i brani in repertorio (l'Ouverture de Le nozze di Figaro di Mozart, le Sinfonie de La Gazzetta e de Il Barbiere di Siviglia di Rossini e del Don Pasquale e de La Fille du régiment di Donizetti, restituendo un suono pulito e consapevole nel rispetto
 delle dinamiche delle partiture. 
Sul podio un giovane fantastico direttore,
Nicola Valentini, si è rivelato esperto conoscitore del linguaggio musicale e carismatico comunicatore delle sue intenzioni: coinvolto col corpo e con la mente, ha diretto con gesto sicuro ed eloquente, a volte energico a volte sommesso, chiaro e preciso negli attacchi, ha tenuto in mano con maestria un'orchestra fresca e vivace.


La parte vocale di questo concerto giocoso è stata appannaggio ...Udite, udite, o musicofili... di Nicola Alaimo, un baritono dalla voce infinita per ampiezza, volume, estensione e sostegno del fiato, poderosa e tonante nelle frasi prorompenti, morbida nei cantabili, agilissima nel canto sillabato e di coloratura. E i brani scelti, Non più andrai farfallone amoroso da Le Nozze di Figaro di Mozart, Co' 'sta grazia e 'sta portata da La Gazzetta di Rossini, Bella siccome un angelo da Don Pasquale di Donizetti, Udite, udite, o rustici da L'elisir d'amore di Donizetti, La calunnia e Largo al factotum da Il Barbiere di Siviglia di Rossini, hanno dato spazio alle qualità vocali e sceniche del baritono, che, anche in concerto, fa scena.


Ovazioni per tutti gli artisti.


martedì 22 dicembre 2015

BG, Teatro Donizetti, ANNA BOLENA

Bergamo, Teatro Donizetti 
(direttore artistico Francesco Micheli)

ANNA BOLENA 
tragedia lirica in due atti, libretto di Felice Romani, musica di Gaetano Donizetti
prima rappresentazione 26 dicembre 1830 al Teatro Carcano di Milano.

(recita del 27 novembre 2015)
Analisi di Giosetta Guerra

Allestimento dark per un'opera d'intrighi

Al Teatro Donizetti di Bergamo è andata in scena l'edizione critica di Anna Bolena curata da Paolo Fabbri, senza tagli, con i recitativi e le tonalità originali.
I Virtuosi Italiani, diretti da Corrado Rovaris, creano belle atmosfere nell'Ouverture con il suono frizzante e leggero degli archi e ingigantiscono le sonorità nei corposi crescendo col tutto orchestrale. Si muovono bene in questa partitura impegnativa, tenendo un ritmo incalzante e senza pause, allentando la tensione nelle pagine delicate e melodiche e sfavillando nei canti d'insieme e nei crescendo di stile rossiniano.
Il regista Alessandro Talevi riproduce il clima cupo e opprimente dei sentimenti dei personaggi nella corte di Enrico VIII, punta quindi sull'azione e sull'attorialità degli interpreti, più che sulla definizione degli ambienti che non esistono e si uniformano nel nero quasi assoluto, saltuariamente spezzato dal bianco e dal rosso degli abiti di Anna, 
fa un uso teatrale del coro che dispone in modo circolare o in gruppi simmetrici o in piedi schierato o in parte seduto, i movimenti sono morbidi e lenti e predomina la staticità, acuita da una pista girevole. Troppo rumore negli spostamenti delle masse. 
Tema ricorrente è la maternità, all'inizio una puerpera seminuda con succinta camicia bianca è distesa su un letto che vien fatto girare da una pedana girevole, a fianco c'è una culla che alla fine doveva accogliere Anna svenuta, ma invece si è rotta.
Le scene realizzate da Madeleine Boyd sono nere e scarne, senza distinzione tra giorno e notte e tra interno ed esterno, i costumi sono in prevalenza neri, le luci disegnate da Matthew Haskins giungono sempre da fuori scena e illuminano solo i visi. 
La vetrage illuminata dietro nel 2° atto dà sollievo alla vista oppressa dal buio.
Molto impegnativo il ruolo di Anna, addirittura mostruoso nel finale, dove il soprano da solo canta per quasi mezz'ora.
 
Carmela Remigio è brava cantante ed interprete diligente e precisa, ma più che prenderti visceralmente ti sorprende per il suo coraggio a debuttare questo ruolo; la voce è limpida, il canto è melodioso (cavatina “Come innocente e giovane”), si nota un po' di fatica nell'eseguire i salti di registro e la linea di canto è poco fluida nei passi belcantistici (“Legger potessi in me!”).
Determinata ed incisiva nella maledizione nel duetto al fulmicotone con l'amante del suo uomo (2° atto), si scioglie in un dolcissimo canto, sostenuto da una musica impercettibile, nel terzetto con Percy ed Enrico indignato che viene a conoscenza delle precedenti nozze di Anna con Percy.
La lunghissima scena finale del delirio, con aria, cavatina e cabaletta ripetuta con variazioni e trilli di forza (“Coppia iniqua”), mette a dura prova una voce che ha cantato per 4 ore, ma la Remigio regge bene, ha una perizia sorprendente di gestire bene la voce fino alla fine.
Alex Esposito (Enrico VIII) è una forza della natura sia vocalmente che attorialmente, dotato di un bellissimo timbro di basso, autorevolezza ed ampiezza vocali, volume impressionante, morbidezza e flessibilità nei passi melismatici e nel canto di coloratura (Rossini docet), straordinario dominio del fiato, salda proiezione del suono, scolpisce un re sanguigno e spietato e un personaggio temibile, nell'invettiva contro la consorte si contorce come un demone, l'accento scandito e il canto insinuante incutono terrore.
Nello strabiliante duetto con GiovannaTremate voi?...Sì, tremo” c'è una sorta di amplesso fra questi due mostri vocali, il re e la sua nuova amante Giovanna Seymour interpretata da Sofia Solovij
un mezzosoprano dal bel corpo vocale, pieno, ricco di armonici e suoni penetranti, che fa uso della messa di voce (“Ella di me, sollecita”), il timbro vibrante e l'accento incisivo arricchiscono un sensibile modo di porgere, le espansioni acute sono importanti, le note gravi gonfiate (“Oh! Qual parlar fu il suo!”), la cantante esegue bene i passi d'agilità, fraseggia con consapevolezza sia musicale che teatrale e risulta toccante nella scena della confessione.
La parte di Lord Riccardo Percy, resa ancor più impervia dall'apertura dei tagli e il ripristino delle vertiginose tonalità originali, non è una passeggiata per il tenore Maxim Mironov (viso e voce d'angelo), che comunque se la cava, la voce è chiara con suoni pieni e sostenuti anche in zona grave (“E che temer degg'io?”) e sensibili mezze voci, 
nel lungo duetto con Anna “S'ei t'aborre, io t'amo ancora” esegue bene il difficile acuto, ma i sovracuti non sono lanciati. Arduo è per lui salir a certe sfere di Floreziana o Blakiana memoria (“Ah così nei dì ridenti”), comunque il tenore si destreggia bene in un ruolo acutissimo e di intenso belcantismo. Delicatissimo è il canto nell'aria “Vivi tu, te ne scongiuro”, nella difficilissima cabaletta “Nel veder la tua costanza” acuti e sovracuti sono ben eseguiti ma non sfavillano.
Il basso bergamasco Gabriele Sagona nel ruolo di Lord Rochefort fratello di Anna evidenzia voce corposa di bel timbro con bellissime sonorità.
Manuela Custer (Smeton musico di corte) ha bella voce di contralto, nella romanza “deh! Non voler costringere”, richiesta dalla regina, canta con movenze di danza e l'accompagnamento dell'arpa; possiede buona tecnica e il canto è più agevole in zona acuta.



Alessandro Viola (Hervey) è un bel ragazzo e un apprezzabile tenore acuto.

Il Coro Donizetti, ora misto ora diviso, è quasi sempre presente anche in veste di narratore o commentatore dei fatti; diretto da Fabio Tartari, proietta morbide sonorità e dimostra buona preparazione, belle le voci maschili.




mercoledì 2 dicembre 2015

Jesi Teatro Pergolesi, Don Pasquale

48^ STAGIONE LIRICA DI TRADIZIONE

JESI, TEATRO G.B. PERGOLESI

DON PASQUALE
Dramma buffo in tre atti
libretto di Giovanni Ruffini e Gaetano Donizetti
musica di Gaetano Donizetti
Prima rappresentazione: 3 gennaio 1843, Parigi, Théâtre Italien

(recita di domenica 15 novembre 2015, ore 16)

Un grande Paolo Bordogna 

nelle vestaglie di Don Pasquale

È del regista il fin ...la comicità...

Ma Don Pasquale non è un'opera comica, bensì un insieme di poesia, patetismo, ironia, sarcasmo, opportunismo e una punta di cattiveria che provoca dolore.

Servizio di Giosetta Guerra 


Un minuto di silenzio per solidarietà con i fratelli parigini vittime dell'attentato del 13 novembre, poi la Marsigliese registrata.
La cifra stilistica della scenografia è il denaro e l'obiettivo del regista è la risata.
Il sipario a metà palcoscenico è la porta con ingranaggio di una cassaforte che a un certo punto si apre su un'enorme caveau pieno di lingotti d'oro, banconote e monete d'oro. Una grande foto dice chi ne è il proprietario, Pasquale da Corneto. C'è forte contrasto tra la pesantezza metallica della cassaforte e la leggerezza floreale del giardinetto, perché c'è forte contrasto tra i due mondi, quello del vecchio taccagno e quello dei giovani innamorati.
Molto colore e pochi arredi finché non ci mette le mani la neo sposa Sofronia, che compra un sontuoso salotto bianco.
Norina vien calata dall'alto aggrappata ad una corona di fiori, Ernesto scende da una scala laterale, tutti gli altri entrano ed escono da varie porte.
Freschi, floreali, bamboleggianti col sottogonna, coloratissimi (magnifico l'abito fuxia col boa per la signora biondissima che va a teatro), gli abiti di Norina, che però è vestita di nero quando recita la parte di Sofronia,
casual quelli di Ernesto col classico pullover a V profilato, tutti in stile anni '60; completo e bombetta azzurri e grande fiore rosa all'occhiello, capelli bianchi, occhiali per il dottor Malatesta, un po' mago un po' affabulatore, con ventaglio o acchiappafarfalle. Don Pasquale indossa vestaglie da casa di lusso, ha anche una spilla col simbolo del dollaro, ma è sempre scarmigliato e agitato, solo lo schiaffo arresta l'azione per dar spazio all'incredulità e al dolore, che esplode in una frase insolita per quel periodo: “divorzio, divorzio!”, parola nuova per la Roma papalina dove l'opera è ambientata, ma non per la libera Parigi dove l’opera fu data nel 1843 al Théâtre des Italiens e dove si conosceva già la prassi del divorzio. Divisa da camerieri per i componenti del coro.
La regia è fantasiosa, sovrabbondante e con qualche imprecisione di base.
Originale l'idea della cassaforte che oltre al denaro tiene serrata anche la vita del suo padrone, eloquente il voltafaccia della servitù che approfitta dello smarrimento di Pasquale schiaffeggiato per saccheggiare il caveau (con le tasche piene di soldi anche il curvo maggiordomo si raddrizza), gradevole il mondo floreale dei due giovani innamorati che si muovono con leggiadria, romantico il piccione viaggiatore che porta a Norina un messaggio di Ernesto, centrata la figura del vecchio avaro con smanie giovanili e pretese da padrone (ma Bordogna è anche regista di se stesso), ci può anche stare un notaro mezzo accecato e barcollante, ma un po' troppo pompati sul versante comico Malatesta e il maggiordomo, che spesso con le loro gags, peraltro datate, disturbano l'intimità dei duetti d'amore e il clima estatico dei momenti di tristezza, di gusto discutibile la foto di Berlusconi sulla copertina di Vogue che ha in mano Norina mentre scende dall'alto (riferimenti alle smanie senili di un ricco?). 
Inoltre perché i servitori sono tutti sciancati? Forse costano di meno? Il regista ha perso due momenti importanti per dar rilievo al dettato musicale: l'aria “Povero Ernesto” è stata privata dell'atmosfera nostalgica e dolente e disturbata dalle faccende del servitore, la pagina molto dinamica, di gusto rossiniano con crescendo, “Che interminabile andirivieni”, che descrive il trambusto e la confusione esistenti in quella casa, è stata cantata in assoluta immobilità, dopo l'accaparramento dei soldi sparsi. 
Scene e costumi di Lorenzo Cutùli, regia di Andrea Cigni, light designer Fiammetta Baldiserri.
Sul piano vocale domina la figura di Don Pasquale, pur non avendo una grande aria, grazie alla versatilità di Paolo Bordogna; il basso, noto per la sua arte interpretativa e creativa, conferisce credibilità al personaggio con gesti spontanei e variegate espressioni del volto, con la solidità di un mezzo vocale pieno e imponente in tutti i registri, sicuro negli appoggi, flessibile e agilissimo nel canto sillabato fitto e serrato (quartetto “Io son tradito”, riferito anche alla servitù che qui lo saccheggia dei suoi averi).
Gli fa da buona spalla il baritono Pablo Garcia Ruiz, fantasioso interprete di un lezioso dottor Malatesta. Il baritono porge bene una voce dal bel timbro scuro, ampia, rotonda e pastosa (“Bella siccome un angelo”), ed è abilissimo nel canto sillabato.
Maria Mudryak è una Norina vezzosa e provocante che mostra le gambe, il soprano si fa apprezzare per la tenuta scenica e l’arte interpretativa, possiede un mezzo vocale di certo volume e possente negli acuti che a volte sono gridati, trilla e gorgheggia con facilità, anche se il timbro è piuttosto pungente, il suono è secco e robusto.
Il giovane tenore Pietro Adaini in abiti moderni nel ruolo di Ernesto è dotato di vocalità chiara, decisa ed estesa, arriva facilmente alla tessitura acuta, ma i suoni non sono in maschera e a volte si inaspriscono e si stringono negli acuti che pertanto non s'illuminano.
Il notaio è il caratterista Claudio Grasso.
Le voci scure sono morbide, le voci acute sono puntute.
Il Coro lirico marchigiano “V. Bellini”, preparato da Carlo Morganti, era misero di numero, quindi anche la resa sonora era ridotta.
Il direttore Giuseppe La Malfa con l'Orchestra Filarmonica Marchigiana tiene tempi dilatati nell'Ouverture, il suono orchestrale è delicato e vivacizzato dai trilli dell'ottavino. A volte però il volume aumenta e copre le voci, come spesso succede in questo teatro.
Alla fine spicca una grande insegna luminosa di ROMA, città in cui è ambientata l'opera.

La stessa produzione con lo stesso cast era stata allestita al Teatro Donizetti di Bergamo lo scorso ottobre.

foto Binci