martedì 16 giugno 2015

FAUST

opera in cinque atti tratta dall’omonimo poema di Wolfgang Goethe, libretto di Jules Barbier e Michel Carré, musica di Charles Gounod

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino in coproduzione con Israeli Opera – Tel Aviv e Opéra de Lausanne
(recita del 5 giugno 2015)

Cupo e visionario l'allestimento di Stefano Poda, che sceglie di scavare nel groviglio dei temi esistenziali e proietta azioni e personaggi entro luoghi simbolici.

recensione di Giosetta Guerra 

Faust è un'opera dai forti contrasti: angeli e demoni, sacro e profano, sovrannaturale e realtà, amore ed erotismo, castità e tentazione, virtù e trasgressione, perdizione e redenzione, idillio e sesso sfrenato, con pennellate di grottesco; è lunga, intricata, problematica, perciò un allestimento tradizionale, col rispetto di ambienti, colori, atmosfere, caratteri, azioni, renderebbe più facile la sua comprensione. Ma per chi conosce l'opera è stimolante cercare allestimenti particolari, dove l'occhio oltre che guardare deve anche scrutare. L'allestimento di Stefano Poda, che ha curato scene, regia, luci, costumi, coreografie al Teatro Regio di Torino non è sempre chiaro perché è visionario e sintetico, ma è originale, artistico, elegante e studiato in ogni dettaglio. Purtroppo da lontano molti particolari sono sfuggiti alla vista, rendendo difficile la comprensione di certe scelte, che ho capito poi guardando le foto.
Un enorme anello ferrigno domina la scena per tutta l'opera, girando in orizzontale, in verticale e in tralice, spostandosi in alto, in basso e sul fondo, segna i confini degli ambienti dove compaiono gli elementi essenziali: 
un mucchio di libri per lo studio di Faust, sagome bianche stilizzate di alberi per il giardino, proiezione graduale di una croce di luce bianca su fondo nero per la chiesa, 

pioli in ferro per entrare e uscire dal cerchio posato a terra per nascosti approcci erotici, 
lunghi fili che s'intersecano per mimare la prigione con Margherita, 

gambe nere femminili emergenti dall'anello nero, che alzandosi mostra un ammasso di 
persone nude che si danno alle danze nel Baccanale, mentre sgorbi neri saltellanti simili a ragni (bravissimi saltimbanchi) danno l'idea del peccato, reso ancor più accattivante dai colori attorno. In terra sono scritte frasi in tedesco, forse tratte dall'opera di Goethe. Il colore dominante della scena è il grigio, rischiarato da un attento disegno luci provenienti da varie direzioni.
I costumi alcuni dalle linee moderne, altri di un'eleganza spinta, particolari quelli delle coriste con grandi cappelli, sulle tonalità del rosso e del nero, bianco e rosso per Margherite, bianco per gli angeli, alleggeriscono la cupezza degli ambienti. Faust e Mefistofele sono spesso a dorso nudo. Originale la disposizione delle masse, atte a creare effetti scenici e quadri suggestivi basati anche sui contrasti cromatici. 
Le danze, che avrebbero alleggerito la tensione e avrebbero completato la bellezza delle musiche, sono sostituite da movenze sceniche di vario tipo, idea originale e pregevole quella delle braccia concatenate dei coristi che simulano l'onda, ma meno trascinanti della danze. La regia è molto attenta agli effetti d'insieme, alle azioni dei personaggi, a mettere in evidenza il personaggio stesso, ma segue una sua visione o aggiunge particolari talvolta poco comprensibili, come i palloncini neri che Mefistofele fa scoppiare nella sua aria con la risata satanica o gli ombrelli neri con cui poco dopo arriva la folla tutta nera sotto una luce sinistra. Dalle foto vedo che le donne coi palloncini neri sono incinte e lo scoppio dei palloncini potrebbe simulare l'aborto di Margherita. Sbaglio? 

 
Il regista sceglie una linea cupa, togliendo le danze e prediligendo tinte prive di colore, che trasmettono l'inquietudine, ma l'alleggerisce con la composizione artistica di colorati tableaux vivants.

La musica di Gounod è molto accattivante, il contrasto delle situazioni è delineato dalla varietà degli stili musicali, che l'Orchestra del Teatro Regio di Torino esegue con pulizia del suono, ritmo sostenuto dopo un inizio in sordina, sonorità trascinanti, sotto la guida del direttore Gianandrea Noseda, attento e appassionato interprete della scrittura e delle intenzioni musicali di Gounod. La musica è un tessuto ricamato sotto la parola, la densità del suono sostiene le voci, l'accompagnamento è a volte tumultuoso, a volte dolcissimo, a volte palpitante. Il fragore orchestrale presenta Mefistofele, una musica vellutata e sfuggente ci introduce nel giardino, il tempo di marcia accompagna i soldati di Valentin e donne rosse gesticolanti, la voce dell'organo si fa sentire nella scena della chiesa.

Sul piano vocale il migliore è Ildar Abdrazakov, un bel Méphistophélès giocoso e stimolante, dalla voce possente, ampia e di bel colore, sonorità accattivanti e belle arcate, canta con vigore la “Chanson du veau d'or” in piedi sopra la massa corale (la scena mi ricorda Ramey nel Maometto di Pizzi), esegue con correttezza di stile la serenata “Vous qui faites l'enormie” (ma ho sempre nelle orecchie la risatazza più variegata di Ramey), possente quando invoca gli spiriti del male contro Margherita, poderoso nella notte del peccato. Comunque, fermo restando che Ramey è il punto di riferimento per tutte le figure diaboliche dell'opera, Abdrazakov ha una magnifica voce di basso ben gestita in tutti i registri.

Doctor Faust ha la voce robusta di baritenore di Charles Castronovo, che risulta un po' pesante nella cavatina “Salut! Demeure chaste et pure”, perché la canta con timbro baritonale e coi suoni chiusi, sbianca l'acuto su “presence” tenuto a lungo ma in modo poco fermo, quando emette voce tenorile lo fa in falsetto o a mezza voce. Per me non è adatto a questo ruolo.
Per Valentin Vasilij Ladjuk esibisce voce baritonale estesa e piena in tutti i registri, canto sostenuto ma poco raffinato nella cavatina “Avant de quitter ces lieux”, esteso e incisivo nel duello con Mefistofele.

Irina Lungu nel ruolo di Marguerite inizialmente esibisce voce flebile, canta bene l'air des bijoux “Ah! Je ris de me voir”, ma la voce è piccola e l'effetto è povero (forse è posizionata troppo indietro, perché quando avanza il volume aumenta); in corso d'opera la voce acquisisce più corpo, gli acuti sono lancinanti, l'interpretazione è accorata e nel canto c'è tanta dolcezza.
Ketevan Kemoklidze è un mezzosoprano consistente dal bel colore vibrante che interpreta Siebel con canto irruento.
Samantha Korbey, Marthe in tailleur, è piuttosto ingolata, nella scena del giardino cammina sull'orlo del grande cerchio e amoreggia vogliosa con Mefistofele, mentre gli altri due formano una coppia piuttosto ritrosa, ma anche Faust e Mefisto camminano spesso sui bordi del grande anello.
Wagner è Paolo Maria Orecchia.

Il coro maschile in rosso presenta una magnifica qualità vocale ed una splendida compattezza del suono, gradevolissima la resa vocale e sonora delle coriste, sempre elegantissime con particolari tailleurs lunghi, rossi o neri o bianchi e grandi cappelli neri o bianchi, amalgama sonoro pieno e pastoso negli insiemi. Di alto livello la prestazione del Coro del Teatro Regio di Torino, accuratamente preparato dal M° Claudio Fenoglio.




 Foto di Eduardo Piva/Ramella





venerdì 22 maggio 2015

Jesi, Mostra di Roberto Recanatesi


Jesi, Mostra di Roberto Recanatesi, il fotografo degli artisti

Benvenuta “BELLEZZA”

di Giosetta Guerra
La Chiesa di San Niccolò a Jesi, sita in Corso Matteotti, ospiterà la mostra fotografica di Roberto Recanatesi dal 23 maggio al 2 giugno 2015.

Si inaugurerà domani sabato 23 maggio alle ore 17 la mostra di Roberto Recanatesi, il fotografo degli artisti e rimarrà aperta tutti i giorni fino al 2 giugno con orario 17-20 nei giorni lavorativi e 10-13, 16-20 nei prefestivi e festivi. 

Il 29 maggio alle ore 15,30 interverrà Vittorio Sgarbi, estimatore del fotografo. 
L’autore sarà sempre presente.
Le opere (una quarantina, formato in prevalenza 40x50 e 40x60 ed alcune anche 20x30, in bianco-nero ed a colori) sono in prevalenza il frutto di assemblaggi di negativi scannerizzati e provenienti da più scatti.
L’argomento della mostra è la Bellezza, anche e soprattutto in chiave surreale, nell’ambito del progetto, molto sentito dall’autore, relativo al ritratto umano in connubio con la natura, spesso in chiave onirica e visionaria. 


Come ricercatore e collezionista fin dall’età di 14 anni di materiale fotografico e documentario sugli artisti dell’opera lirica, teatro, cinema, danza, Roberto Recanatesi è in possesso di una collezione di circa 30.000 immagini; come artista schivo e creativo, ha al suo attivo decine di mostre, agli Antichi Forni di Macerata, alla Palazzina Azzurra di San Benedetto del Tronto, alla Rocca Paolina di Perugia, alla Sala dei Mercatori e alla Libreria Rinascita di Ascoli Piceno, alla Galleria Giovenzana di Milano, al Palazzo del Turismo di Riccione, all’Expo-Ex di Senigallia, alla Rassegna Salvi di Sassoferrato.
Già noto per le varie puntate di “Marche visionarie” presenti da almeno cinque o sei anni presso le maggiori sedi espositive marchigiane (Mole Vanvitelliana, Arco Amoroso e Rettorato di Ancona, Palazzo dei Convegni di Jesi, Palazzo dei Capitani di Ascoli Piceno, Sala Laurana e Palazzo Gradari di Pesaro, ecc.) ha la stima di noti critici del settore (Ginesi, Cuppini, Papetti, Scarabicchi, Giancarlo Galeazzi) e un largo consenso di pubblico.
Per notizie biografiche e per visionare almeno parte della produzione dell’autore si veda il sito www.robertorecanatesi.com e molto altro tramite google.









sabato 9 maggio 2015

Fano Teatro della Fortuna Carmen prosa

Fano Teatro della Fortuna

Stagione di Prosa della Fondazione Teatro della Fortuna in collaborazione con AMAT.


CARMEN in versione TRASH


(2 maggio 2015)

di Giosetta Guerra

È imbarazzante e anche difficile recensire uno spettacolo che ha colpito negativamente, perché non si vorrebbe offendere nessuno (anche se noi lo siamo stati) e nel contempo si vorrebbe esprimere il disappunto, il disorientamento, l'incredulità provati durante la CARMEN malamente narrata e peggio ancora cantata dalla compagnia di Iaia Forte e suonata dall'Orchestra di Piazza Vittorio diretta da Mario Tronco.
Si tratta di un adattamento e riduzione della storia di Carmen di Prosper Mérimée, Henri Meilhac e Ludovic Halévy, ad opera di Enzo Moscato e Mario Martone, che hanno distorto l'inizio e il finale (e non solo), in quanto all'inizio Carmen, occhiali neri e bicchiere in mano, entra in palcoscenico annaspando perché alla fine Cosè l'ha accecata e non ammazzata e, dopo la morale di Cosè, lei continua a girare in palcoscenico e poi si presenta con gli occhiali neri annaspando come all'inizio. Sì, avete capito bene, l'inizio è la conseguenza del finale che si chiude con la scena dell'inizio in una circolarità continua, è come percorrere la circonferenza di un cerchio dove inizio e fine sono inscindibili e invisibili. L'idea registica di esaltare la stretta connessione tra effetto/causa/effetto potrebbe essere interessante, se fosse chiaro l'atto dell'accecamento finale e della sopravvivenza di Carmen, invece abbiamo dovuto leggerlo, a me è sembrato che Cosè, dando le spalle al pubblico, le avesse tagliato la gola, perciò all'inizio pensavo che lei fosse ubriaca e non cieca. 
L'immagine dei morti viventi sembra piacere al regista Mario Martone, che ha fatto di Zuniga morto uno zombi: dopo lo scontro mortale con Cosè il cadavere si rianima, gira e gesticola con un pugnale infilzato nel petto sanguinante e parla con voce metallica, ma anche quand'era in vita Zuniga era un essere spregevole, urlante e violento, in netta contrapposizione con la fragilità di Cosè, che alla fine spara anche allo zombi.
Carmen è sguaiata e per niente seducente, tutti i personaggi sono intrisi di volgarità e di squallore, gli ambienti sanno di sporco e di logoro, nonostante le pareti mobili per i cambi, un po' di colore e di vivacità sopraggiunge con la presentazione quasi circense della gente che attende lo spettacolo del torero arrampicata su una torretta di tubi metallici scintillante di luci.












Se l'obiettivo del regista era quello di denunciare lo squallore di certi ambienti ci è riuscito benissimo, se era una denuncia al fenomeno del femminicidio, come scritto nelle note di presentazione, noi non l'abbiamo capito, ma, anche se fosse, perché scomodare e stravolgere un'opera arcinota come Carmen per denunciare certi fenomeni agghiaccianti? Eppure Mario Martone non è digiuno di opera lirica e lo staff di questa Carmen è lo stesso dell'Aureliano in Palmira e di 
Matilde di Shabran allestite a Pesaro.

Mario Tronco e Leandro Piccioni hanno curato l'arrangiamento musicale, prendendo in prestito o distorcendo o trasfigurando (come dicono loro) alcuni brani della musica dell'opera di George Bizet, per alternare parti narrate con parti suonate e parti cantate.
E qui nasce il vero dramma: per le parti parlate si usa un napoletano per lo più incomprensibile, Cosè è l'unico a parlare veneto, per i brani cantati si lasciano accennare le note arie dell'opera con la voce naturale di chi non canta, quindi tutti i registri vengono abbassati alle capacità dell'attore, che accenna, sillaba, canticchia, gracchia (è difficile spiegare), Carmen canta con la voce roca del parlare, Cosè pigola con voce bassa e roca qualcosa come “La fleur que tu m'avais jetée”, 
ma la cosa più ridicola è Escamillo, il macho della storia, che canta in falsetto (Escamillo castrato è un ossimoro).












Beh, forse era una parodia e si doveva ridere, ma noi non l'abbiamo capita e siamo rimasti molto male.




Bravi gli interpreti, nonostante il taglio e la lettura dell'opera: Iaia Forte (Carmen), Roberto De Francesco (Cosè), Ernesto Mahieux (Lilà Bastià), Giovanni Ludeno (Tenente Zuniga), Anna Redi (Mercedes e coreografa), Kyung Mi Lee (Fraschina),Francesco Di Leva (’O Dancairo), Houcine Ataa (‘O Torero), Raul Scebba (‘O Rinacciato), Viviana Cangiano (Dorotea).


L’Orchestra di Piazza Vittorio formata da 11 elementi di varie etnie è una banda mista di napoletani e di immigrati diretta da Mario Tronco e composta da Emanuele Bultrini, Peppe D'Argenzio, Duilio Galioto, Kyung Mi Lee, Ernesto Lopez, Omar Lopez, Pino Pecorelli, Pap Yeri Samb, Raul Scebba, Marian Serban, Ion Stanescu.
Le scene sono di Sergio Tramonti, i costumi di Ursula Patzak, le luci di Pasquale Mari e il suono a cura di Hubert Westkemper.
Quello che secondo loro doveva essere un gioioso mescolamento di generi ha spesso creato chiasso e confusione.
Produzione del teatro stabile di Torino.









mercoledì 22 aprile 2015

Fano Teatro della Fortuna, Gala di danza

Fano Teatro della Fortuna

GALA DI DANZA DAL CLASSICO 

AL CONTEMPORANEO


Spettacolo con gli allievi della scuola di ballo dell'Accademia del Teatro alla Scala di Milano

(12 aprile 2015)

di Giosetta Guerra


In una pregevole serata dedicata alla danza gli allievi della scuola di ballo dell'Accademia del Teatro alla Scala hanno presentato al Teatro della Fortuna di Fano estratti di note coreografie con assoli, suite, pas de deux.
Il palcoscenico nudo, senza scenografia o immagini specifiche tranne l'ultimo quadro, ha concentrato la nostra attenzione sui ballerini, ma non ci ha aiutato a capire la collocazione e le scelte delle coreografie e delle musiche. So che in altri teatri questo è stato fatto.





Domenico Di Cristo 





Lo spettacolo si apre con il bell'assolo tecnico di Domenico Di Cristo per Gymnopedie (coreografia ironica e scherzosa di Roland Petit su musica di Erik Satie), cui segue la leggerezza femminile e la solida muscolatura maschile della coppia Maria Chiara Bono in tutù lungo bianco e Danilo Lo Monaco.
Estasiante per grazia, seduzione e plasticità delle movenze l'assolo dell'allieva del settimo Corso Martina Dalla Mora, alta e sinuosa, con costume bianco a pelle aderentissimo, che si esibisce anche in difficili posizioni snodate a terra, nel prezioso cammeo del coreografo Maurice Bejart costruito sull’Adagio dal Concerto per violino in mi maggiore di Johann Sebastian Bach, intitolato Luna, un pezzo di altissimo spessore interpretativo creato nel 1976 per Luciana Savignano. 

Martina Dalla Mora


 
Francesco Mascia

Si prodigano in piroettes, arabesque, jeté en l'air su musica viennese e musica romantica la sedicenne Evelyn Bovo (del 6° anno di corso) e l'allievo fanese Francesco Mascia (entrato in Accademia nel 2008 dopo aver vinto il III Concorso “Civitanova Danza per Domani”), ballando in assolo e in coppia il Passo a due da Infiorata a Genzano (coreografia di August Bournonville su musica di Edvard Helsted e Holger S. Paulli), ricco di passi virtuosistici e complessi in elevazione, per finire con Tarantella da Napoli (coreografia di August Bournonville su musica di Niels W. Gade, Edvard Helsted, Hans C. Lumbye e Holger S. Paulli), scandita dal tamburello in mano alle ballerine di contorno.
Domenico Di Cristo e Evelyn Bovo

Dopo la pausa tutti gli allievi in palcoscenico immerso in un ambiente metropolitano per Who Cares (coreografia di George Balanchine su musica di Geroge Gershwin). Il clima è quello della dinamica vita di Manhattan, ricco di allegria e comunicativa, le cinque ballerine col gonnellino a scacchi laminato sono molto agili negli slanci, i cinque maschi col gilè a righe sono altrettanto sciolti. Si esibiscono in coppia o in assolo rivelando l'accuratezza della preparazione. Grande affiatamento tra Martina Dalla Mora con costume lilla, molto elastica e brillante che percorre il palcoscenico girando su se stessa e sulle punte e Danilo Lo Monaco, bravi e leggeri. Teneri e romantici in coppia Benedetta Montefiore in tutù azzurro e Francesco Leone in una coreografia che eseguono con morbidezza nelle movenze, in assolo lei dimostra maestria nelle piroette e lui nei brisé e nelle cabriole;











Alice Bellini



Alice Bellini in rosa, abile negli slanci e nei sollevamenti en l'air fa coppia con Mario Genovese, Camilla Botticini leggiadra e vezzosa con Antonio Mannino, Carolina Sangalli, che si distingue per eleganza e portamento, con Domenico Di Cristo, Maria Chiara Bono con Gabriele Lucci, Isabella Poli con Thomas Giugovaz. 
Tutti giovani ben preparati nella tecnica e nell'interpretazione, attenti alla coralità negli assiemi, in linea col rigore della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala, che, con i suoi oltre duecento anni di storia, rappresenta una gemma preziosa nel panorama della formazione coreutica italiana. Guidata con straordinaria competenza e capacità dal maestro Frédéric Olivieri, oggi conta più di duecento allievi.




insieme finale

Un consiglio alle compagnie e agli uffici stampa: fornite foto ai giornalisti o lasciateli fotografare. Non ho trovato altro.