mercoledì 1 febbraio 2012


Ancona
Teatro delle Muse
Le Nozze di Figaro
di Mozart

(29 gen. 2012)

Allestimento super splendido per un cast di bravi giovani

Di Giosetta Guerra

La magia di Così fan tutte e la vitalità del Don Giovanni tornano nell’allestimento super splendido di Le Nozze di Figaro alle Muse di Ancona, uno spettacolo fresco e vivace, con tutte le smanie della gioventù, che trapelano, in maniera velata, anche nei personaggi più maturi.
La regia che studia nei dettagli la psicologia dei personaggi per delinearne fisicità, gestualità e abbigliamento (avete notato i grandi bottoni luccicanti della tonaca di Don Basilio?), i colori morbidi dei costumi (magnifici quelli maschili di foggia settecentesca), le scene di legno e specchi, lineari ed essenziali, con un unico elemento caratterizzante per ogni ambiente, ma di forte impatto visivo, sono opera di Pier Luigi Pizzi, che punta l’accento su una garbata e stuzzicante espressione dell’eros e sulla dinamicità dei giovani protagonisti. Le splendide luci di Vincenzo Raponi creano atmosfere accattivanti e sospese.
A proposito dell’abbigliamento, i maschi hanno il codino e indossano pantaloni al ginocchio, redingote lunghe o corte, stivali o scarpe d’epoca, le femmine mostrano i loro veri capelli e indossano abiti pastello con grembiule marrone, la contessa camicia da notte bianca con sontuosa vestaglia damascata rossa e beige, poi un sontuoso abito della stessa stoffa del mantello.
Tutti si muovono bene in palcoscenico e sono molto naturali, coinvolgendo lo spettatore nel gioco delle parti.
Vocalmente gli artisti sono ben preparati e realizzano la tinta mozartiana insieme all’Orchestra Filarmonica Marchigiana diretta da Guillaume Tourniaire, un’orchestra garbata e discreta nella funzione di semplice commento strumentale, che si colora di delizie nelle pagine musicali più scoperte.
Salta in primo piano, non solo perché è protagonista ma perché è veramente bravo, il Figaro di Riccardo Novaro, basso versatile e sicuro nell’uso di una bellissima voce, ampia, corposa, sonora e ben timbrata, e nell’abilità ad eseguire con precisione le varie dinamiche vocali, esibendo dizione chiarissima, buone espansioni in ogni registro. Eccellente in “Non più andrai” dove fa anche delle variazioni. Bravo anche nel canto sillabato (“Tutto è disposto”).
Carmela Remigio, la Contessa, porge bene una voce bella, estesa e luminosa, tiene a lungo i suoni che talvolta peccano in fermezza, l’accento è incisivo e la proiezione decisa, dolcissima in “Dove sono i bei momenti”, dove sfoggia un bel canto a mezza voce, lunghi filati sospesi e pienezza del suono nelle frasi più veementi.
Alessandro Luongo (un bel Conte di Almaviva che si presenta con completo nero e bellissima redingote bianca lunga) canta bene nonostante una voce fibrosa e di medio spessore.
Adriana Kučerová, Susanna con abitino beige e grembiule marrone, esibisce una melodiosa linea di canto con buoni gravi e acuti robusti.
Elena Belfiore (Cherubino in nero e beige) ha voce modesta nei gravi ma ben modulata nelle progressioni acute, è approssimativa nella
scansione delle parole (“Non so più cosa dico”).
Giacinta Nicotra (Marcellina in abito giallo, cappellino con veletta e guanti neri) ha voce sonora, agile nei i trilli e negli acuti, va bene nei recitativi, ma è un po’ traballante ed insicura nella sua aria.
Luca Dall’Amico (Don Bartolo in nero) è un buon basso con voce ampia ed estesa e poco controllo della tessitura acuta.
Luca Canonici (nel duplice ruolo di Don Basilio in abito nero, lungo pastrano d’un bel viola carico e parrucca bianca, e di Don Curzio balbuziente) è un professionista dai buoni mezzi vocali e dall’accento ben scandito.
Maria Abbate, Barbarina, esibisce una vocalità melodiosa proiettata con delicatezza e proprietà di fraseggio (“L’ho perduta”) .
William Corrò, un Antonio un po’ caratteriale, ha una buona grana vocale.
Yuliya Poleshchuk, Tatia Jibladze sono due donne in beige e grembiule viola in rappresentanza del Coro Lirico Marchigiano “Vincenzo Bellini”, che diretto da Simone Baiocchi canta fuori scena.
Col nuovo allestimento prodotto dalla Fondazione Teatro delle Muse si chiude il ciclo della trilogia mozartiana, curata da Pier Luigi Pizzi.

lunedì 23 gennaio 2012


San Lorenzo in Campo (PU) Teatro Tiberini

(1 dicembre 2011)




GLI INNAMORATI di Goldoni


Servizio di Giosetta Guerra

Ritmo ed eleganza per una produzione Synergie Teatrali del Teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno

con Isa Barzizza alla ribalta

Il Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo (PU), che da vent’anni ospita gli artisti più prestigiosi della lirica col Premio Mario Tiberini, ogni tanto ha in cartellone anche noti attori della prosa.
Con la commedia goldoniana Gli Innamorati abbiamo avuto la possibilità di vedere da vicino la nota attrice Isa Barzizza, una delle “bellissime” del teatro leggero e musicale del dopoguerra che lavorò con attori e registi di fama internazionale, come Ruggeri, Macario, Totò, De Filippo, Garinei e Giovannini, Monicelli, Proietti ecc ecc.
Nel ruolo della zia Fabrizia la Barzizza, vestita di rosso, ha sfoderato tutta la sua classe con una presenza da prima donna raffinata e non debordante, con una recitazione fluida e composta, con un timbro vocale giovane ed accattivante. Al suo fianco un cast di giovani attori ben preparati e padroni dell’arte scenica, a cominciare da Selvaggia Quattrini, degna figlia di Paola Quattrini, nel ruolo di Eugenia, nobile ragazza milanese decaduta, sincera e di buon cuore, ma puntigliosa e gelosissima del suo innamorato Fulgenzio, ragazzo impulsivo della ricca borghesia, impersonato da Stefano Artissunch che è anche il regista della pièce. I due bravi attori esprimono con varietà d’accento e d’espressione gli umori altalenanti dei due giovani innamorati sempre sul piede di guerra per orgoglio e gelosia, dando vita a esilaranti battibecchi, che hanno come argomento fisso la di lui cognata Clorinda, interpretata brillantemente da Laura Graziosi la quale si cala con camaleontica versatilità anche in altri ruoli come quello del servitore e, sulla linea di Arlecchino servitore di due padroni, porta la maschera, saltella ed ha la gestualità caricata della commedia dell’arte. Elemento moderatore della situazione è la saggia vedova Flaminia, sorella maggiore di Eugenia, figura ibrida impersonata con studiato equilibrio dal bravo attore Stefano De Bernardin in abiti femminili rigorosamente neri e castigati. Di Eugenia è innamorato anche il ricco conte romano Roberto, interpretato da Stefano Tosoni, che con padronanza scenica e attoriale ricopre anche altri ruoli. Il ritmo della recitazione è serrato, la ripetitività dei gesti rende tutto estremamente caricaturale, tutti sono agitati. Il linguaggio goldoniano è forbito e, come in Shakespeare, non si può perdere neanche una parola.
La trama è molto semplice (gli innamorati con le loro inutili inquietudini da una parte, personaggi caricaturali con alcuni tic o manie dall’altra, al centro la saggezza di Flaminia e lo sprint della zia Fabrizia), ma ricca di situazioni comiche tipiche della commedia dell’arte e, come nelle opere rossiniane, ad un certo punto scoppia il temporale.
Il regista Stefano Artissunch è molto attento ai dettagli, cura l’espressività del gesto, il ritmo della parola, gli ingressi e le uscite dei personaggi a passo di danza su musiche d’epoca.
E le musiche scelte, insieme ai bellissimi costumi settecenteschi, alla raffinatissima scenografia semovente e al preciso disegno luci, danno un tocco di prestigio a questo spettacolo che riesce a mescolare nella macchina teatrale il serio e il faceto con effetti di sicura comicità e con un risultato di esilarante piacevolezza.
Musica colta quindi, di compositori del 700 come Bach (Preludio per violino), Vivaldi (concerto in do magg), Mozart (movimenti di Sonate: Andante, Rondò, Allegretto), Haendel (Trionfo del tempo e del disinganno) e di compositori contemporanei come Philip Glass con Metamorphosis 2.

domenica 22 gennaio 2012


Fano Teatro della Fortuna
(10-11 gennaio 2012)


Napoletango

Teatro del nonsense
o teatro di movimento?



Servizio di Giosetta Guerra

Ci vuole una bella fantasia per confezionare uno spettacolo apparentemente incomprensibile ma ricco di temi che scopri dopo un’attenta riflessione.
Il titolo è fuorviante, non è un’esibizione di tango, a parte un bel tango all’inizio della seconda parte, ma uno spettacolo in movimento a tempo di tango, una sorta di musical, con una ventina di esilaranti attori alla ricerca spasmodica di un’identità, personale, etnica, lavorativa, boh, vattelapesca, visto che il linguaggio usato, un napoletano stretto con qualche parola in italiano, è incomprensibile.
Domina la napolitanità quella più “caciarona”, più rumorosa, più confusionaria; le persone fanno di tutto: arrivano, partono, mangiano, bevono, dormono, si vestono, si spogliano, si mostrano nudi dietro un telo trasparente fluttuante che simula la doccia, camminano, ballano, gesticolano in modo isterico, mimano, tremano, urlano, non trovano proprio pace se non quando ogni tanto si fermano per formare dei quadri d’insieme con la tecnica del fermo immagine.
Il tutto avviene a tempo di tango, con musiche di Piazzolla e canzoni d’un tempo, come La cumparsita, Adios muchacos, La Paloma, Core ’grato, scelte da Harmonia Team, Davide Mastrogiovanni.
Il regista Giancarlo Sepe punta sull’effetto visivo delle scene d’insieme, curando la sincronia dei movimenti, l’intemperanza dei caratteri, l’esasperazione e la ripetitività della gestualità e della recitazione fino all’esasperazione, mettendo in scena nudità e seminudità che non disturbano, usando la platea per le entrate e le uscite degli attori e per farli interagire col pubblico (alla fine attori e attrici scelgono il partner tra la gente e ballano).
Le luci di Umile Vainieri sono eccezionali: ora coloratissime, ora bianche puntate sul pubblico o a fasci che tagliano una fitta nebbia, sono da avant spettacolo nel secondo atto che si apre col titolo luminoso tipo grande insegna da cabaret e specchi sul fondale che raddoppiano la scena.
I costumi bellissimi di Carlo De Marino, autore anche delle scene, realizzano un cromatismo vario e scintillante in tema con la follia di apparenti nonsense.
Vista l’incomprensibilità del linguaggio e del testo stesso, la prima parte poteva essere più breve, non è la lunghezza o la ripetitività delle azioni o il numero dei temi trattati a far emergere la validità e la resistenza fisica degli attori, che sono bravi per il ritmo, per la dinamicità, ma anche per ricordare un testo che non ha nulla di lineare.
Uno spettacolo difficile sia per gli attori sottoposti ad un ritmo frenetico, sia per il pubblico costretto a decifrare l’impenetrabile linguaggio della parola e dell’azione, comunque ben fatto e alla fine divertente.

giovedì 5 gennaio 2012

J. S. SCHRÖTER 6 Piano Sonatas, op. 1 •

Luigi Gerosa (pn)

DYNAMIC 602


Fino al 2009 la discografia dedicava soltanto due produzioni a Johann Samuel Schröter, un autore del secondo settecento che entrò in contatto con Mozart il quale lo stimò molto.

Vent’anni fa Paul Angerer, solista alla direzione del “Concilium Musicum” di Vienna, incise per la Koch un cd dedicato a 4 dei 6 concerti per piano e orchestra op. 3 di Schröter, (proprio quelli che Mozart eseguì scrivendo per essi anche le cadenze).

Solo nel 2006 si è aggiunto un altro disco della Sony Classical a cura del grande Murray Perahia accompagnato dalla English Chamber Orchestra: in programma, oltre a Mozart, sempre uno dei concerti op 3.

Nel 2009 la Dynamic arricchisce il panorama con un nuovo cd dedicato, invece, all’opera solistica di Schröter: le 6 sonate op 1 per pianoforte.

Protagonista è il pianista Luigi Gerosa, un musicista alla continua ricerca di letteratura musicale rara o inedita, il quale, con questa incisione in prima mondiale, non solo ci fa conoscere queste pregevoli composizioni ma concentra in un solo disco l’opera omnia per pianoforte di questo autore: le altre opere di Schröter, infatti, sono dedicate, oltre al già citato genere piano/orchestra, alla musica da camera, che vede il pianoforte sempre presente ma non solista.

Queste sei sonate, per precisa indicazione di Schröter, sono dedicate sia al pianoforte (in realtà fortepiano settecentesco), sia al clavicembalo; va detto che all’epoca in cui furono scritte, i due strumenti convivevano: la transizione definitiva dal cembalo al pianoforte avviene in tempi successivi. Tuttavia, viste le precise indicazioni dell'autore in merito alle dinamiche: forte, piano, crescendo, diminuendo etc. che non sono realizzabili al cembalo e ascoltando gli Allegri iniziali, le pagine di andamento lento e di carattere espressivo, come l’Adagio della Sonata n. 1, il Capriccio e l’Andante della Sonata n. 6, si evince che le sonate sono certamente pensate per il piano. Non a caso Schröter era noto ai suoi contemporanei per la raffinatezza del suo pianismo, sempre volto alla ricerca delle sfumature.

Alcune di queste Sonate ci riportano alle coeve sonate mozartiane, in particolare l’Allegro Moderato della Sonata n. 1, il Menuetto della Sonata n. 3, l’Allegro della Sonata n. 6.

Nell'ultima sonata in tre movimenti (la sesta, in Re maggiore) il carattere pianistico è molto più marcato. Il terzo ed ultimo, detto "Capricio", brano conclusivo del cd, è pensato come una lunga cadenza virtuosistica e molto "pianistica", con introduzione andante e cantabile. La particolarità è che all'interno del brano è prevista un'ulteriore cadenza affidata all'esecutore, una "cadenza nella cadenza" scritta quindi dallo stesso Gerosa che non lascia percepire alcuna discontinuità.

In linea col pianismo di Schröter l’esecuzione di Gerosa su un moderno Steinway si basa non su un pianismo vigoroso ma sull’eleganza e la delicatezza del tocco.

Il gusto e la precisione esecutiva del pianista ben si sposano con la gradevolezza della musica.

La solida tecnica pianistica, l’agilità e il lancio delle dita, l’espressività del tocco, la finezza del gusto permettono al pianista di spaziare dai suoni fluidi e galleggianti ai suoni più densi, dai trilli leggiadri e scintillanti agli affondi più consistenti, dai ritmi trascinanti ai toni sommessi e confidenziali, dalla rapidità delle scale e dei suoni staccati e cadenzati alla delicatezza degli andamenti lenti e alla morbidezza dei suoni legati.

Si raccomanda l’ascolto di questo disco che ci consente di incontrare un musicista che alcuni musicologi accostano alla figura di Chopin, protagonista indiscusso del primo ottocento: entrambi pianisti acclamati, entrambi dediti alla composizione di opere solo pianistiche, entrambi còlti coetanei da una fine prematura.

giovedì 15 dicembre 2011



Fano Teatro della Fortuna

Nabucco di Giuseppe Verdi

(10 dicembre 2011)

Di Giosetta Guerra


Nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia il Teatro della Fortuna di Fano apre la stagione operistica con Nabucco di Giuseppe Verdi, un’opera corale che più di ogni altra riassume lo spirito risorgimentale.

L’Orchestra Sinfonica Rossini, diretta da Roberto Parmeggiani, apre con l’Inno di Mameli, poi si addentra nella lunga ouverture tenendo inizialmente tempi piuttosto lenti. Si apre il sipario su una scala bianca che occupa totalmente e amplia otticamente lo spazio del palcoscenico, dilatato verso la platea con una passerella attorno alla fossa mistica. Colpisce subito il biancore assoluto creato dalle masse corali con tuniche bianche, bianco su bianco, reso ancor più vivido dal contrasto col fondale arancione illuminato dal basso. Per tutta l’opera il Coro, distribuito sulla scala, sul proscenio, sulla passerella, in piedi, inginocchiato, raggruppato, fermo o in movimento, in piena luce o in penombra, con i bianchi sparati o ammorbiditi dal gioco delle luci, disegna figure flessuose dando vita a quadri di grande morbidezza. Lo stile di Massimo Gasparon, autore di scene, costumi (sempre magnifici) e luci, emerge in tutta la sua armonia ed eleganza, senza ricorrere a scene complicate e costose. Solo piccoli moduli vengono inseriti ogni tanto sulla scala per creare podi su cui posizionare artisti o elementi simbolici, come un menorah, candelabro ebreo a sette braccia, l'idolo di Belo e un trono dorato;

per la nota pagina corale “Va pensiero” il regista fa sedere i coristi tutti bianchi sulla passerella attorno all’orchestra buia, quasi a stringerla nella cupa morsa della tristezza.

Il colore degli abiti è coprotagonista: bianco per il popolo ebreo, blu per gli assiri, giallo, azzurro, bordò, oro per i ruoli principali.

Bellissimi e luminosi i costumi “plissé” delle due donne protagoniste.

Non ci sono le danze.

Dal punto di vista vocale la partitura è particolarmente insidiosa, ogni interprete deve raggiungere il limite massimo delle sue capacità sia naturali che tecniche.

Nell’edizione fanese domina la figura di Zaccaria (in tunica bianca), interpretato dal basso Michele Pertusi, un artista completo, dalla presenza scenica autorevole ma non invadente, dalle qualità vocali di preziosa lega, fatta di bel colore caldo, suono ampio e maestoso, qualità gestite con un’alta tecnica d’emissione (canto sul fiato, uso della messa di voce e del canto sfumato, appoggio e tenuta del suono), che gli permette una padronanza assoluta dei vari registri, una linea di canto morbida ed omogenea, un fraseggio accurato, un modo di porgere incisivo nell’accento e accattivante nella comunicativa con perfetta resa della parola scenica e valorizzazione dei dettagli.

Ismaele (in tunica bianca e piedi scalzi) è Luca Canonici che giunge dalla platea correndo; il tenore, padrone del canto sfumato e del canto appassionato, porge con bell’accento una voce limpida e di bel timbro, alternando fraseggi dolci a momenti vigorosi e acuti luminosi.

Il baritono Giovanni Meoni canta sul fiato e modula bene una voce dal bel timbro piuttosto chiaro, estesa e pulita, ben proiettata con lunghi fiati, bel legato, accento incisivo, emissione fluida, attacchi sul fiato, suoni ben tenuti, ma manca d’imperio nel tratteggiare il carattere di Nabucco.

Il soprano Paoletta Marrocu è coraggiosa ad affrontare la terrificante scrittura musicale violenta e lanciata riservata ad Abigaille, primo autentico soprano drammatico di agilità, che richiede notevole spessore e ricchezza vocale, tenuta nel registro grave, duttilità, estensione e sostegno del fiato per eseguire sia il canto di forza sia quello di coloratura, qualità che la Marrocu possiede in parte. La sua voce è bella, la grana è densa e vibrante nei centri, ma gli acuti sono taglienti e sparati, il soprano esegue gli sbalzi d’ottava e gli affondi ma si sente il passaggio al grave che è di petto, la linea di canto è poco omogenea perché, a mio avviso, il ruolo è troppo pesante per lei. Brava nella scena della morte.

Agata Bienkowska Fenena ha un bel modo di porgere, ma i mezzi vocali non sono eccelsi e così la dizione.

La liricità di questo grande affresco corale trova la sua ottimizzazione nel Coro del Teatro della Fortuna Mezio Agostini preparato da Lorenzo Bizzarri, la cui sonorità riempie il teatro, l’amalgama è pieno e compatto nelle pagine più vigorose e ripiega su dinamiche morbide e sfumate nelle pagine di maggior raccoglimento.

Roberto Parmeggiani, sul podio dell’ Orchestra Sinfonica Rossini, coglie l’efficacia drammatica di questa musica vibrante di spiriti risorgimentali e la sviluppa con movimenti e sonorità a volte incalzanti, a volte morbidi e discreti.

Bel successo.

giovedì 8 dicembre 2011


Cremona-Teatro Ponchielli

Roméo et Juliette di Gounod

(18 nov. 2011)

Dieci e lode alla Juliette di Serena Gamberoni.

Di Giosetta Guerra

A una giovane donna dalla pelle diafana, occhi azzurri, lunghi capelli neri e dalla voce d’angelo certamente chiedereste: “Ma tu sei Giulietta?” E lei vi risponderebbe: “Oui, je suis Juliette”.

Al Teatro Ponchielli di Cremona Juliette, figlia di Capuleti, è Serena Gamberoni, sempre vestita di bianco. L’artista unisce “le physique du rôle” a un mezzo vocale limpido, luminoso, fresco, esteso, duttile nei trilli, scintillante negli acuti, il suono è melodiosissimo nelle mezze voci e nel canto a fior di labbra, fulminante negli slanci acutissimi (“Amour, rianime mon courage”); nella nota arietta “Je veux vivre” la voce si apre e si amplia nelle strepitose progressioni acute, poi si alleggerisce fino al sussurro; dopo aver baciato Romeo il canto s’arricchisce di sfumature. Il soprano porge bene, conosce l’arte del canto sul fiato e la tecnica dell’emissione morbida e vive l’amore e il dramma con intenso trasporto emotivo.

Un suggestivo il fil di voce emesso in posizione supina la rende sublime nella scena della morte accompagnata da una musica straziante.

Roméo, figlio di Montecchi, è Jean-François Borras

che, naturellement, ha una buona pronuncia francese. Il tenore ha voce chiara, estesa, con vibrato, una voce resistente che si spiega luminosa in zona acuta dove raggiunge alte tessiture (“Je veux la revoir”), anche se si sente il passaggio di registro, padroneggia il canto spiegato di forza con squillo eroico e voce tesa, sa ammorbidire e tenere lunghi suoni, ma a volte la voce non regge il canto a fior di labbra; deve perfezionare la linea di canto e l’emissione.

Park Taiwan (Capulet, padre di Giulietta)

ha voce cupa di basso, estesa, poco ferma e poco gradevole, senza gravi e senza spessore.

Mihail Dogotari (Mercutio amico di Romeo ) è un bravo baritono con voce timbrata e sonora e Saverio Fiore (Tybalt nipote di Capuleti) è un tenore deciso con voce di bel timbro. Il basso Abramo Rosalen (Frère Laurent) ha voce ampia e timbrata con buoni gravi. Il mezzosoprano en travesti Silvia Regazzo (Stéphano, paggio di Romeo) gestisce bene una voce estesa e di bel timbro. Carlo Di Cristoforo (le Duc de Vérone) è un basso dal bel colore vocale.

Il mezzosoprano Nadiya Petrenko è Gertrude, balia di Giulietta, il baritono Francesco Masinu è Paris, il baritono Romano Dalzovo è Gregorio, servitore dei Capuleti, il tenore Marco Voleri è Benvolio, amico di Romeo.

L’allestimento del regista-scenografo Andrea Cigni è atemporale perché una storia d’amore non ha età, infatti noi l’abbiamo sentita molto vicina anche grazie agli atteggiamenti e alle effusioni degli artisti molto più consoni alla fisicità dei nostri tempi, ma anche grazie ai costumi contemporanei di Massimo Poli. La scena fissa è costituita di uno spazio che si modifica col gioco delle luci prevalentemente blu (light designer Fiammetta Baldisserri), i rari arredi sono simbolici, come il letto insanguinato sospeso in aria all’inizio, calato a terra nelle scene d’amore e di morte, circondato di candele quando diventa il letto funebre di Juliette.

Pagine liriche di infinita dolcezza, romantiche e melodiose, trovano la loro espressione nella brava Orchestra Lirica I Pomeriggi Musicali diretta da Michael Balke, che conferisce densità e drammaticità al tessuto sonoro nelle scene più forti.

I Capuleti vestiti di bianco e i Montecchi di nero sono impersonati dal fantastico Coro del Circuito Lirico Lombardo, inizialmente disposto su una balconata e poi portato in scena alla West Side Story per la lotta tra le due fazioni; i coristi, preparati da Antonio Greco cantano con espressività e hanno un bel modo di porgere e di amalgamare il suono.

Il pubblico ha risposto con calorosi applausi.

lunedì 5 dicembre 2011

RIGOLETTO DI VERDI

Jesi Teatro Pergolesi

Rigoletto di Verdi

Le roi s’amuse… e i giovani artisti emozionano

(27 nov. 2011)

Di Giosetta Guerra

La scenografia, ideata da Massimo Gasparon per l’Arena Sferisterio di Macerata, posta sul palcoscenico del Teatro Pergolesi di Jesi, annulla la profondità degli

ambienti, ma crea maggior intimità. Il modulo architettonico girevole con affreschi del Tiepolo sulla prima faccia, un grande portale in pietra bianca sulla seconda e una facciata lignea con scala sulla terza, delinea i luoghi della vicenda, che il regista Gasparon fa svolgere durante il carnevale di Venezia, riportandone fantasmagoria e magnificenza nello scintillante cromatismo dei bellissimi costumi da lui ideati e nell’armoniosa distribuzione delle masse.

Il cast, formato da giovani all’altezza dei ruoli, era sostenuto da un’orchestra sempre presente ma mai invadente. Strappi orchestrali deflagranti col ghigno degli archi sottolineano la vestizione a vista di Rigoletto, presentato con la maschera e il costume di Pulcinella, un ritmo di danza accompagna l’ingresso di un popolo festante e l’organizzazione dello scherzo del rapimento, poi l’orchestra tuona sulla maledizione di Monterone ed esprime col languore degli archi le paure di Rigoletto, mantiene la tensione emotiva con suono discreto e tempi morbidi nel duetto di Gilda col padre, disegna un ricamo nella supplica di Rigoletto a Marullo sottolineata dal pianto dei violini, incalza nella promessa della vendetta; il flusso sonoro è percorso da brividi nella discussione tra Sparafucile e sua sorella, per esplodere fortissimo e inquietante sotto il grido disperato di Gilda che ha sentito tutto e tornare teso e sinistro in finale. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana era diretta dal bravo maestro Giampaolo Maria Bisanti.

La rivelazione della serata è stata per me il giovane baritono Simone Piazzola. Dotato di bella cavata di voce, imponente ma non pesante, di grande volume ed estensione e ricca di colori, il baritono ha cantato in maschera con suoni alti, rotondi e ben proiettati, facendo uso della messa di voce con fiati sospesi e tenuti, ha eseguito bene sia il canto a fior di labbra che quello irruento a voce piena, mantenendo una linea di canto morbidissima specialmente nei duetti con Gilda.

Scenicamente credibile per il gesto e l’interpretazione intensa, lo era un po’ meno per l’aspetto troppo giovane.

Ci ha convinto in corso d’opera anche la Gilda della giovanissima Irina Dubroskaya, che, dopo un inizio un po’ in sordina e con dizione poco chiara, ha fatto sfoggio di una vocalità limpida, agile, primaverile, di trilli tenuti, di acuti trasparenti e luminosi, di emissione fluida e di canto in maschera, l’aria Caro nome” è stata cantata benissimo, col cuore, con modulazioni sensibilissime e con le dinamiche vocali richieste e nel duetto “Tutte le feste al tempio”, oltre al bel legato e alla buona tecnica di canto, è emersa la varietà dei cristalli della sua voce.


Nel ruolo del Duca di Mantova Shalva Mukeria ha elargito con generosità una voce chiara, estesa e solida, dallo squillo sicuro (“Questa o quella”); il suono, piuttosto rigido perché nasaleggiante nella zona media, si ammorbidisce nel canto a mezza voce e diventa luminoso quando passa al registro acuto, il tenore porge con vigore e potenza una voce dagli acuti taglienti e sovracuti svettanti sopra un’orchestra pompante nel rapimento di Gilda (“Ella mi fu rapita”, “Possente amor mi chiama”), l’accento è incisivo e la dizione chiara; la padronanza scenica e la facilità d’emissione conferiscono credibilità e comunicativa al personaggio.

Il basso Eugeniy Stanimirov Iossifov, nel ruolo di Sparafucile, ha esibito bella voce scura, morbida, con gravi consistenti e tenuti a lungo; Pasquale Amato come Monterone ha un mezzo vocale scuro ampio e sonoro; Saverio Pugliese (Matteo Borsa) è un tenore chiaro.

Veronica Senserini (Giovanna) ha usato bene una voce dai suoni scuri, rotondi e tenuti; il mezzosoprano Alessandra Palomba (Maddalena) ha cantato con voce offuscata senza spessore né volume; debolino è risultato il soprano Miriam Artiaco nel ruolo della Contessa di Ceprano.

Gli altri: i baritoni Mirko Quarello (Marullo) e Marian Reste (Il Conte di Ceprano) e il soprano Bianca Tognocchi (un paggio della Duchessa).

Bravo scenicamente e vocalmente il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, ben preparato e diretto da David Crescenzi.

Curiosità

Il Duca di Mantova fu un ruolo caro anche al tenore marchigiano Mario Tiberini che lo debuttò nelle Antille nel 1855 e lo interpretò in America tra il 1855 e il 1857, lo cantò poi a Barcellona (1859) con Angiolina Ortolani che sposò nello stesso anno, a Napoli (1861-62), a Firenze (1862), a Madrid (1868-69). “Il tenore, accattivante nei pezzi di grazia e di sentimento, nei pezzi di forza ha trovato il modo di farsi applaudire senza far spreco inutile di voce”.