lunedì 21 febbraio 2011

Tosca di Puccini - Teatro alla Scala, Milano.

Foto: Brescia Amisano, Teatro alla Scala

Massimo Viazzo

E’ stata la Tosca di Jonas Kaufmann! Il tenore tedesco, dopo una forma influenzale che l’aveva tenuto lontano dalle prime due recite previste, ha debuttato finalmente al Teatro alla Scala nel ruolo di Mario Cavaradossi. E si è trattato di un vero trionfo. Kaufmann oltre a saper stare sul palcoscenico come pochi, sa fraseggiare con musicalità, e soprattutto sa cantare “piano”, dote sempre più rara nel panorama tenorile odierno. Un “E lucevan le stelle” così sfumato, così intimo, ma così ricco di colori, quasi una creazione estemporanea, resta la gemma della serata, una rarità! Ed il successivo attacco di “O dolci mani mansuete e pure” così affettuoso somigliava più ad una carezza… Bravissimo! Meno bene il resto del cast con una Oksana Dyka (Tosca) vocalmente ben impegnata e sostanzialmente precisa, ma carente di accento drammatico e Zeliko Lucic uno Scarpia di carisma non debordante. Ma la delusione maggiore proveniva dalla “buca” orchestrale. Qui, Omer Meir Wellber evidenziava difficoltà a seguire i cantanti (sentire, per esempio,“Recondita armonia” nel primo atto con il direttore israeliano e il tenore bavarese che non si intendevano sul tempo migliore da seguire) e a trovare la giusta tensione narrativa in uno spettacolo, già visto al Met e a Monaco di Baviera, in cui il regista Luc Bondy esaspera qualche situazione – lo sfregio al ritratto dell’Attavanti compiuto nel primo atto da una Tosca “rusticana” sembra eccessivo – in un impianto scenico forse un po’ troppo asciutto e, tutto sommato, anonimo.





S. Lorenzo in Campo (PU) - Teatro Tiberini

Una compagnia di “saltimbanchi” per il SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
(14 gen. 2011)

Di Giosetta Guerra

Le opere teatrali di Shakespeare sono tra le più rappresentate sia integralmente sia rimaneggiate e riadattate e forse le più difficili da mettere in scena sono proprio le commedie.
Il suo teatro si caratterizza per gli intrighi e per il linguaggio, i dialoghi sono così articolati che non si può perdere neanche una battuta. Si può capire, quindi, quanto sia difficile mantenere la tinta shakespeariana quando si affronta un riadattamento. Tanto più se si tratta di una commedia dalla trama così intricata e con ambienti e costumi così differenziati come Sogno di una notte di mezza estate (scritta alla fine del 1500).
Tre mondi si alternano in questo sogno: quello degli elfi e delle fate, quello degli umani e quello dei sovrani. Gli elfi sono mitici personaggi dei boschi guidati dal re Oberon, le fate sono bellissime fanciulle capeggiate dalla regina Titania; gli umani sono rappresentati da un gruppetto di operai-attori, comici improvvisati, capeggiati da Nick Bottom, che devono mettere in scena, a scopo di lucro, uno spettacolo per le nozze dei nobili Teseo ed Ippolita, che sono appunto i sovrani. In questo contesto si muovono due coppie di innamorati (Ermia-Lisandro ed Elena-Demetrio). Su tutti si libra Puck, un folletto dai molteplici aspetti, che, spremendo il succo magico del fiore vermiglio di Cupido sugli occhi delle persone addormentate, determina gli innamoramenti delle coppie e gioca anche uno scherzo a Bottom che lo fa svegliare con la testa d’asino.
Scene, costumi e luci devono contribuire a restituire la visione onirica di questo intreccio serrato, dove talvolta il sogno è più vero della realtà.

Ebbene tutti questi dettagli sono stati sorvolati dalla Compagnia teatrale La Piccionaia – I Carrara, che hanno fatto una sintesi della commedia shakespeariana Sogno di una notte di mezza estate, puntando sulla storia e non sulla caratterizzazione dei personaggi e degli ambienti.
In una scenografia minimalista i giovani attori, molto bravi nella gestualità, nella gestione del palcoscenico, nelle acrobazie quasi da saltimbanco, hanno prediletto l’aspetto giocoso della commedia, sono stati divertenti e convincenti, ma in pratica hanno rappresentato un’altra commedia, eludendo il colore, il magico, il fantastico, ma soprattutto senza la figura di Puck che è il deus-ex-machina di tutto l’intreccio.
Puck era rappresentato da una fiammella che si accendeva sulle mani di Oberon o di qualunque altro e chi non conosceva già la pièce faceva difficoltà a comprendere la storia.

Nel programma di sala sono elencati gli attori, ma, come spesso capita nei programmi di spettacoli di prosa, manca l’attribuzione dei ruoli. Ecco i nomi: Marco Artusi, Evarossella Biolo, Pierangelo Bordignon, Matteo Cremon, Serena De Blasio, Gianluigi (Igi) Meggiorin, Beatrice Niero; regia Carlo Presotto, Ketti Grunchi.

martedì 1 febbraio 2011

Così fan tutte


Ancona-Teatro delle Muse
COSĺ FAN TUTTE di Mozart
(domenica 23 gennaio 2011)

Nuovo allestimento Fondazione Teatro delle Muse in coproduzione
con Sferisterio Opera Festival, che la proporrà la prossima estate.

Tutto sospeso in un’atmosfera di poesia e d’eterea bellezza.

Di Giosetta Guerra

Un fluttuante telo bianco, al posto del classico sipario, cade tirato giù da Don Alfonso e la scena s’illumina d’immenso. Un’erma spiaggia sospesa tra cielo e mar, sopra un alto scoglio “che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude” e lascia pensare a “interminati spazi di là da quello”, è pervasa da un’esplosione di biancore. Da un lato una casa bianca con scala e grande terrazza e un solarium al piano superiore, dall’altro un moscone di legno bianco. “Mirando” la suggestiva scena, “sovrumani silenzi e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura” e “naufragar m'è dolce in questo mare” di luce. (Leopardi: L’Infinito).
Sulla morbida coltre sabbiosa due giovani baldanzosi, Guglielmo (amante di Fiordiligi) e Ferrando (amante di Dorabella), corrono, saltano, si denudano, si distendono, fanno ginnastica, leggono il giornale, agilmente si arrampicano sugli scogli e sulla ringhiera nera del terrazzo. Compostamente si fa avanti Don Alfonso con un ombrello rosso in mano. Gli uomini hanno il codino, abiti d’epoca chiari e un cappello a tre punte. Le tre grandi porte-finestre si spalancano sulla terrazza e ne escono le due sorelle Dorabella e Fiodiligi (asciugandosi con l’asciugamano i lunghi capelli neri), con leggeri abiti bianchi lunghi stile impero e la cameriera Despina con un grembiule grigio sopra un vestito color sabbia. I quattro amanti sprizzano freschezza e trasgressione da tutti i pori: si baciano per le scale, sulla spiaggia, simulano amplessi, si abbracciano e, quando lo fanno a coppie ravvicinate, spesso le mani di ognuno diventano troppo lunghe per toccatine furtive dell’altra amante. Dopo la partenza (finta) dei due maschietti per la guerra, le due donne si vestono a lutto (bellissimi abiti neri lunghi della stessa foggia, con corpetto rifinito in vita con grandi becchi a centine, profilato in bianco quello di Dorabella) e si coprono capo e viso con grandi veli neri. Ma poi indossano bellissimi abiti da sposa bianchi per andare a nozze coi nuovi amori. I giovani sono scalzi, il vecchio no.
Niente servitori in scena e anche il coro non è fisicamente presente. Per aumentare la quasi immaterialità di questo allestimento (tutto è morbido, la sabbia annulla i rumori, i piedi scalzi), il flusso sonoro del bravo Coro Bellini, preparato da David Crescenzi, giunge da fuori campo.
Pier Luigi Pizzi, ideatore di regia, scene, costumi, gioca di finezza nella cura dei dettagli e accentua con estremo garbo la comicità (Dorabella in nero si butta dietro le spalle il ciondolo di Ferrando per far posto a quello del nuovo amante, poi si rintana con lui e riesce in abito bianco-il lutto è finito; Fiordiligi pure si rintana col nuovo arrivato, torna fuori scarmigliata ma ancora in nero perché è andata in bianco); Pizzi rispetta la geometria musicale con la simmetria a volte speculare delle coppie nelle scene d’insieme. Regia squisita, scenografia originale e luminosissima, costumi di un’eleganza sobria e raffinata: una delicatezza sublime pervade la scena, anche nei quadretti spiritosi. Bravo Pizzi. Bravo anche Vincenzo Ramponi, autore delle luci.
Così fan tutte, l’opera mozartiana destinata ai palati più fini, presenta una nutrita tavolozza di colori, per delineare un groviglio indistinto di sentimenti contrastanti provati dai personaggi nell’arco di un sola giornata ricca di imprevisti. Il libretto scritto con accuratezza da Da Ponte punta il dito contro le donne, ma oggi ci fa sorridere, la musica di Mozart è raffinata e di assoluta bellezza, a volte impalpabile, a volte sottilmente ironica o burlesca (caratteri determinati dalle voci degli strumenti), è ricca di melodie ben strutturate, incantevoli concertati, duetti, terzetti, quartetti, quintetti, sestetti, con una linea musicale dolcissima a sostegno della lunghezza e della lentezza della narrazione.
Con garbo e discrezione, l’Orchestra Filarmonica Marchigiana, vanto della nostra Regione per l’alto livello raggiunto, riesce a mantenere costante quell’aura leggera e amorosa della musica mozartiana, che non sfugge all’attenzione del bravo direttore Daniel Kawka, il quale, oltre a rispettare la leggera filigrana del tessuto strumentale, dà rilievo ai differenti timbri strumentali per caratterizzare i personaggi: l’oboe, dal timbro nasale, per il vecchio e cinico Don Alfonso, i clarinetti sensuali e voluttuosi per le due donne disposte all’avventura, i violini e le viole per i sospiri e i singhiozzi (penetrante la lievissima brezza dei violini nel canto dell’addio agli amanti delle due donne), i flauti e i fagotti per le pene e gli affanni e i corni (bravissimi) per i richiami scherzosi.
Le convenzioni dell’opera buffa e quelle dell’opera seria si ritrovano nel carattere dei protagonisti: Fiordiligi e Ferrando sono figli dell’opera seria, agli altri è riservato un linguaggio musicale più vicino alla tradizione comica. Le difficili e arcinote arie solistiche, parodie del grande stile tragico, assolutamente scoperte, richiedono doti vocali e stile ineccepibili. Comunque l’opera, imbastita più sui pezzi d’insieme che sui pezzi chiusi, va considerata globalmente.
Nell’allestimento anconetano le voci sono affiatatissime e melodiose, restituiscono un’atmosfera costantemente sospesa, tuttavia le voci femminili prevalgono per qualità su quelle maschili.
Le due sorelle agiscono e cantano quasi sempre in tandem incantevoli duetti o si sostengono psicologicamente nei preziosi quartetti coi due giovani amanti o negli intriganti sestetti, ma hanno anche delle arie di rara bellezza. I quattro cantano spesso distesi.
Il soprano Carmela Remigio è una Fiordiligi fresca e sentimentale. La voce è bella, il suono rotondo, la dizione corretta, l’emissione accurata nei giochi chiaroscurali, nelle ascensioni fiorite, nel canto sfumato e di coloratura, incisiva nell’accento, agile e timbrata negli sbalzi, presenta estensione del registro vocale, melodiosa linea di canto e facilità a piegare la sua splendida voce di soprano alle leggiadrie del canto mozartiano.
Nell’aria del primo atto “Come scoglio” affronta molto bene gli affondi morbidi, gli squilli, la varietà delle dinamiche, anche se la voce non ha il peso e la duttilità di quella di Margaret Price, che sto ascoltando ora alla Barcaccia nella commemorazione della sua scomparsa.
Nel duetto con Ferrando dell’atto secondo “Fra gli amplessi”, lei è luminosa e pulita, lui canta molto bene con fantastici piegamenti della voce ma con un suono piuttosto schiacciato.
Nell’aria del secondo atto “Ei parte”, accompagnato dalla voce calda del corno, esprime i tormenti della sua situazione con un intenso canto a mezza voce, acuti luminosi, lunghi trilli con messa di voce, suoni armoniosi, emissione fluida. Brava.
Il mezzosoprano georgiano Katevan Kemoklidze, molto musicale nella parte della spigliata e volubile Dorabella, sfoggia un consistente corpo vocale con giusti appoggi nella zona grave, bel colore, emissione sicura ed accento incisivo. Nell’allegro agitato dell’aria del 1° atto “Smanie implacabili” la voce è vibrante e presenta sonorità ricche. Nell’aria del 2° atto “È amore un ladroncello” il suono si fa morbido e sensuale, la voce piena e screziata, molto mozartiana, si arricchisce di colori e di armonici.
Il soprano napoletano Giacinta Nicotra delinea una Despina sfiziosa, come la musica stessa richiede, un personaggio multiforme e attratto dall’ “idea di quel metallo”. Ha una bella voce di soprano brillante, limpida ed acuta, fresca e scintillante, corretta messa di voce ed appropriata verve scenica.
Il tenore palermitano Paolo Fanale affronta con buona tecnica l’ardua tessitura del sentimentale Ferrando, fraseggia con delicatezza e conosce l’uso delle mezze voci, sa accentare con vigore, alleggerire e sfumare il suono in soavi filati. Affronta l’aria “Un’aura amorosa” con le dovute morbidezze e graduali espansioni acute e discese alle note basse e la cavatina “Tradito, schernito” con bella cavata e buona tenuta del suono, ma la voce appare sempre stranamente impastata e con risonanze nasali poco piacevoli.
Nel ruolo del pratico e baldanzoso Guglielmo, l’austriaco Markus Werba esibisce una voce di baritono chiaro, ma di buon peso e intonazione non sempre perfetta. Affronta l’aria “Donne mie la fate a tanti” (A. II sc. VIII) (ricorda l’aria di Leporello “Voglio fare il gentiluomo”) con dinamismo vocale e gestuale, timbro non bellissimo ma buona tecnica.
Don Alfonso è interpretato con precisione nel canto e nel gesto dal baritono inglese William Shimell, che vanta un bel colore brunito e un notevole peso vocale da perfezionare nella gestione e nello stile che è poco rifinito, da perfezionare anche la dizione.
Uno spettacolo ben fatto.

mercoledì 19 gennaio 2011









In fondo siamo tutti marionette


Teatro Novelli di Rimini

(9 gennaio 2011)


IL MALATO IMMAGINARIO di Molière

diretto e interpretato da GABRIELE LAVIA.


Coproduzione del Teatro Stabile dell'Umbria e della Compagnia Lavia Anagni.


Recensione di Giosetta Guerra


Scenografia minimalista di Alessandro Camera: solo un letto bianco da ospedale sovrastato da una luce e una scrivania bianca con abat-jour nel vasto palcoscenico di un grigiore opprimente.

La voce del protagonista rimbalza da un registratore, dove vengono fissate le terapie dei medici, ai soliloqui disperati di uomo malato, che lo è veramente, in quanto schiavo del suo immaginario…malato. Una deambulazione insicura lo porta freneticamente dal letto alla scrivania in preda a paure incontrollabili e devastanti, il passo diventa più veloce quando, spinto dai dolori intestinali, corre per andare al bagno. Va dietro le quinte, accende una luce e il fondale si illumina per mostrare attraverso un velatino una salle de bain completa di sanitari, con le pareti a scacchi bianchi e marrone, dove l’uomo passa gran parte del suo tempo ad evacuare i veleni del suo immaginario, resi tangibili dai clisteri ordinati dai medici. Vi ricordate il film con Alberto Sordi?

La scena si popola anche di altri personaggi che fanno parte dell’entourage dell’ipocondriaco Argante: la bellissima e giovane seconda moglie Belinda, opportunista e fedifraga, prodiga di falsi baci e di mielose moine, che gli dà un’illusoria felicità, ma che lo ingozza di medicine e lo domina come faceva Lady Macbeth (forse interpretata dalla stessa attrice) col suo re nel Macbeth di Lavia, la bella e frizzante figlia Angelica segretamente innamorata di Cleante (entrambi con linguaggio e gestualità attuali tra il rap e il punk), che il padre vorrebbe invece sposata ad un orrendo e stupido dottorino fresco di laurea, per poter avere consulti gratuiti, l’agitata ma assennata serva Antonietta, Beraldo il fratello di Argante, che cerca in ogni modo di convincere il fratello che la sua malattia è solo una sua psicosi, alimentata a scopo di lucro dai medici e dai farmacisti e dalla sua stessa moglie; poi c’è la schiera di medici, notai, avvocati, tutti presentati come viscidi avvoltoi.

Belinda è interpretata splendidamente da una sexy e procace Giulia Galiani in guépière o in fronzolosi abiti succinti; nel ruolo di Angelica in tutù bianco debutta la figlia di Lavia, Lucia Lavia, una scintillante ragazza dai lunghi capelli biondi inanellati, già perfettamente padrona del palcoscenico, Cleante è in bell’Andrea Macaluso, Antonietta (che si traveste anche da grande luminare della medicina russa per sviare Argante dai suoi oppressori) è la brava e dinamica Barbara Begala e il saggio Beraldo è un convincente Gianni De Lellis.

Teatralmente ineccepibile anche il corpo medico, che mi ha riportato in mente la schiera dei medici di Pinocchio, formato da Mauro Mandolini (il Professor Purgone, medico di Argante), Pietro Biondi (l'impeccabile Dottor Diarreus padre, con una crestina rossa), Michele Demaria (l’orripilante e magniloquente Dottor Tommaso Diarreus figlio, pretendente di Angelica), Vittorio Vannutelli (il farmacista Dottor Fetus) e anche Giorgio Crisafi nel ruolo del mellifluo notaio Buonafede. Mostruosamente caricaturali e ripugnanti.

La satira che notoriamente Molière riservava ai medici del tempo qui prende corpo in esseri grotteschi, vestiti di nero, con prominenti epe rotonde, spalle rialzate sul retro a mo’ di gobba, lunghe ed esili gambe che terminano dentro ridicole scarpe col tacco, con gestualità ampollosa e linguaggio infarcito di latinismi.

Argante invece indossa una lunga vestaglia di velluto marrone sopra il pigiama ed una papalina nera, sia perché deve sempre stare in casa visto che è malato, sia per la comodità di tirasi giù i pantaloni per il clistere e per l’evacuazione (cose che Lavia fa veramente in scena).

Non manca il canto in questo carosello di personaggi: Pulcinella canta dalla platea accompagnandosi con la chitarra, Cleante, nelle antiche vesti del finto supplente del maestro di musica di Angelica (ci viene in mente Il Barbiere di Siviglia di Rossini) e la stessa Angelica sono due rocchettari che cantano muovendosi a scatti.

I costumi sono di Andrea Viotti.

La verità viene fuori alla fine, quando Argante, fingendosi morto su suggerimento del fratello e della cameriera (gli mettono accanto anche quattro candelieri come a Scarpia in Tosca di Puccini), scopre i veri sentimenti di coloro che lo circondano. Non ci ricorda Gianni Schicchi di Puccini? E allora crollano tutti i tabù, tutte le finzioni, crollano anche le quinte e lasciano scoperto un popolo di marionette ferme ed immobili come le statue.

Una regia così incisiva, così dettagliata, una lettura così satiricamente amara non poteva che portare la firma del grande Gabriele Lavia, la cui arte travalica le menti comuni, di lui come di Shakespeare non si può perdere alcun passaggio.

Anche come interprete di Argante è talmente vero che non riesci più a distinguere dove finisce il personaggio e dove comincia l’uomo, l’osmosi è così profonda che, quando Argante/Gabriele piange la sua permanente solitudine e dal palcoscenico, guardandosi intorno, chiede “C’è nessuno che mi mette a letto?”, io ho sentito due volte l’impulso di correre verso di lui e di rispondergli “Ci sono iiioooooo”.

Il ritmo della recitazione, l’aderenza dell’accento agli stati d’animo, la proprietà del gesto e della parola, la naturalezza d’espressione, la padronanza assoluta del palcoscenico, guidati da una minuziosa conoscenza del testo e della drammaturgia in genere (e chi più ne ha più ne metta) sono qualità tipiche del grande attore; se ci aggiungiamo la sua abilità come regista, dovremo presto nominarlo ufficialmente “Re del palcoscenico”.

Uno spettacolo da vedere e da rivedere.

giovedì 13 gennaio 2011


Teatro La Fenice di Senigallia – Stagione di prosa

A R T

ovvero tre uomini sull’orlo di una crisi di nervi

per un quadro di arte moderna.

(recita del 7 gennaio 2011)

Di Giosetta Guerra

Ti è mai capitato di parlare con persone che, invece di rispondere ad una tua domanda, te ne fanno un’altra, che non condividono mai le tue scelte e contraddicono ogni tua affermazione, che si agganciano all’ultima tua parola per aprire un altro discorso, che estrapolano una tua frase per trattare un altro argomento, che tirano fuori i loro problemi nel bel mezzo di una conversazione o ripensano ad una tua affermazione per contestarti o per far dell’ironia e addirittura andare in collera o in depressione fino ad arrivare a mettere in dubbio la veridicità della vostra amicizia?

A me sì. Si innesca una spirale all’infinito che non dà alcun risultato, ma ci porta semmai sull’orlo di una crisi di nervi. I risultati sono disastrosi e debilitanti nella realtà, ma a teatro tutto ciò diventa esilarante, specialmente se il testo ha la fine scrittura di una drammaturga come Yasmina Reza, attrice, e scrittrice francese, nata a Parigi l’1 maggio 1959 e gli interpreti sono attori del calibro di Alessandro Haber, Gigio Alberti e Alessio Boni, estimatore delle opere della Reza, di cui ha precedentemente portato in scena Il dio della carneficina.

Il titolo della commedia che abbiamo visto al Teatro La Fenice di Senigallia il 7 gennaio 2011 nella traduzione in italiano di Alessandra Serra e con la regia di Giampiero Solari (una produzione Nuovo Teatro srl), è ART, opera del 1994, tradotta e rappresentata in oltre trenta lingue, per la quale a Yasmina Reza fu conferito il Premio Molière come miglior autore, un'opera sottile, dal ritmo incalzante e spesso esilarante, che evidenzia come un fatto del tutto banale possa scatenare contrasti e conflitti inconfessati e avvelenare anche i rapporti più consolidati.

Il plot prende spunto dall’acquisto di un quadro di arte moderna, che genera una diatriba sul significato dell’arte astratta tra tre amici di vecchia data, Serge, Marc e Yvan, perché il quadro, fra l’altro molto costoso, è una tela bianca: per Serge (Alessio Boni), un dermatologo idealista appassionato di arte contemporanea, che l’ha comprato, è un capolavoro e manda vibrazioni con quelle righe bianche impercettibili che solo un occhio esperto può cogliere, per Marc (Gigio Alberti), un ingegnere aeronautico razionale e tradizionalista, è una gran fregatura, tra questi due fuochi scoppiettanti Yvan (Alessandro Haber), un rappresentante di articoli di cartoleria che tiene molto ai suoi due amici e non vuole perderli, non sa come orientarsi, vuol fare da paciere, dando ragione ad entrambi separatamente, ma in realtà la questione sommata ai suoi problemi personali non fa che acuire la sua agitazione, che, portata in scena animosamente con esagitazione gestuale e verbale, finisce per essere l’elemento primo di comicità.

L’azione si svolge in un salotto moderno, sobriamente arredato: in fondo e lateralmente pareti fisse sfalzate, ora bianche, ora fuxia, ora rosso corallo, ora celeste cenere, per il gioco delle luci (disegnate da Marcello Iazzetti), che differenziano le atmosfere e il carattere dei tre personaggi, anteriormente pannelli mobili per dare l’illusione dei cambi di scena e per isolare in proscenio i personaggi che pensano a voce alta.

La scenografia di Gianni Carluccio risulta leggera e luminosa, anche perché i moduli sono fatti di una sorta di garza bianca. Anche gli abiti scelti da Nicoletta Ciccolini, sono classici ma di foggia moderna.

La precisa dizione e la naturalezza della recitazione, la padronanza scenica dei tre noti artisti, ben calati nei loro ruoli, le pause e i silenzi riempiti da sapienti espressioni del viso e da eloquenti atteggiamenti degli attori, mettono lo spettatore in condizione di non perdere neanche una battuta e di entrare nel gioco scenico dei nonsense, che, proprio perché affrontati con serietà e solennità quasi filosofica, generano ironia e ilarità.

Il pubblico si è divertito ed ha applaudito anche a scena aperta. Uno spettacolo da vedere.

All’uscita l’immancabile codazzo di ragazze (ma anche di “non più ragazze”) per cogliere ancora una volta lo sguardo ammaliatore di Alessio Boni.

martedì 21 dicembre 2010

Fidelio di Beethoven - Palacio de Bellas Artes, Messico

Francisco Araiza (Florestan) - Elena Nebera (Leonore)
Foto: INBA

Ramón Jacques


Città del Messico. Fidelio di Beethoven. Il Palacio de Bellas Artes, la scena lirica più importante del Messico, ha riaperto le sue porte dopo due anni di chiusura per restauri con il Fidelio di Beethoven, che mancava da questo teatro dal 1983. Con questa riapertura si spera in una più ampia attività che inizierà con Rusalka nei primi mesi del 2011 Per la parte visiva il regista Mauricio García Lozano ha sviluppato i diversi temi della vicenda come la differenza di opinioni e di pensiero, la repressione, l'abuso di potere, il dolore, la libertà con un numeroso gruppo di attori in perpetuo movimento sulla scena, dove si sono trasformati, successivamente, in prigionieri. Tutto ciò, in certo qual modo polemico, con uso di ironie, sarcasmi e con momenti di spietatezza Anche se talvolta, in particolare in relazione alle violenze e alle repressioni dei militari, erano caricate in modo esagerato. La scenografia, ideata da Jorge Ballina, era ambientata in un'imprecisata modernità, trasportando lo spettatore fino nelle profondità di un'oscura e angosciante prigione sotterranea, per mezzo di una scena che in modo meccanico una sorta di bunker, dal disegno geometrico ed equilibrato. I costumi militari e civili di Jerildy Bosch contribuivano a dare un aspetto umano agli attori e ai cantanti, e la illuminazione di Jesús Hernández, particolarmente nell'ouverture e nel finale riusciva a creare stimolanti immagini per il pubblico.

Per quanto riguarda il cast vocale, il soprano russo Elena Nebera, Leonora, ha adattato il suo sonoro e bel timbro scuro alle esigenze del personaggio, con una chiarezza, sicurezza e una bella linea di canto. Il ruolo è stato anche affidato alla voce di Monica Guillen Chavez, soprano messicana che ha mostrato una voce sfumata, espressiva e calda nell’accento e nella proiezione. Entrambi i cantanti hanno eseguito correttamente la loro parte, senza esagerare il carattere Come Florestan, il leggendario tenore messicano Francisco Araiza, eminente cantante nato in questo teatro, ha dispiegato la sua grande esperienza per estrarre l'anima del personaggio e cantare la sua difficile aria, con passione. Nel suo canto si poteva percepire l’inconfondibile timbro mozartiano che ha ancora lucentezza e freschezza.

Maria Alejandres (Marzelline)- Carsten Wittmoser (Rocco)


Da parte sua, il basso spagnolo Rubén Amoretti ha dato vita a un Pizarro despota e autoritario, con un'autorevolezza artistica e una vocalità dal timbro vigoroso e robusto. Corretto è stato il tenore Emilio Pons, un Jaquino musicale e Maria Alejandres come Marzelline, un soprano dal timbro brillante e suave, chiarezza nell'emissione e buon disimpegno artistico. A sua volta il basso Guillermo Ruiz (Don Fernando) ha sostenuto una prova non più che discreta per la difficoltà ad udire la sua voce. Il basso-baritono tedesco Carsten Wittmoser è stato un convincente interprete che ha dato nobiltà e umanità al personaggio di Rocco, con un canto e un'interpretazione efficaci. In seguito ad un duro lavoro effettuato sulla partitura si può affermare che l’Orchestra del Teatro Bellas Artes ha suonato meglò che in altre occasioni L'esuberante orchestrazione è stata messa in risalto con equilibrio da Niksa Bareza: come pure la scelta dei tempi, lenta all'inizio, e con qualche sfasatura, ha suonato molto musicale e gradevole durante il resto della recita. Il coro ha dato un buon apporto alla rappresentazione e il suo livello generale è aumentato dall’arrivo del nuovo direttore catalano Xavier Ribes.





venerdì 10 dicembre 2010

Lo Schiaccianoci



SENIGALLIA – Teatro La Fenice - LO SCHIACCIANOCI

(Presentato da Luigi Pignotti)

Di Giosetta Guerra

Per l’annuale appuntamento col balletto, il Teatro La Fenice di Senigallia ha ospitato sabato e domenica 4 e 5 dicembre 2010 il Croatian National Ballet Theatre-Split, che con la direzione di Almira Osmanovich ha messo in scena una delle più belle fiabe di Natale, Lo Schiaccianoci con la musica registrata di Piotr Ilich Chaikovskij.

La storia è nota: il mago Drosselmeyer durante una festa pre-natalizia a casa del borgomastro di Norimberga, il benestante Sthalbaum, dona a Clara, figlia del borgomastro, uno schiaccianoci di legno a forma di soldatino. Clara si addormenta stringendolo tra le braccia e nel sogno il soldatino si trasforma in un coraggioso principe, che sconfigge le paure di Clara, materializzate nell’oscura orda dei topi, e accompagna la bambina in un mondo di fate, di giochi e di dolciumi. Il romantico viaggio di Clara si conclude al suo risveglio e lo Schiaccianoci torna ad essere un giocattolo.

Numerosi i bambini, anche piccolissimi, in palcoscenico: alcuni come ospiti del ballo iniziale, altri nei simpatici costumi dei topi. Tutti si muovono in modo appropriato, anche se non eseguono passi di danza. Gli ospiti della festa fanno movenze di danza, ma non ballano sulle punte, non hanno nemmeno le scarpette, e neanche il mago, pur avendo la sinuosità e la postura del ballerino; ballano invece sulle punte Clara e le ballerine che si muovono nel sogno.

Per essere la figlia di un benestante Clara indossa un abito bianco semi lungo alquanto modesto, le signore che partecipano alla festa hanno costumi più colorati ma piuttosto semplici.

Il secondo atto è più scintillante del primo, sia per i bellissimi i costumi delle danzatrici, sia per l’atmosfera onirica prodotta anche dalle luci di Zoran Mihanovic, sia per la musica delle note danze, presentate come una successione di numeri chiusi.

Incisiva la realizzazione del sogno popolato di topi e di soldati. Per la danza dei fiocchi di neve ballerine in tutù bianco semi lungo disegnano suggestive coreografie di fila e figure d’insieme in un quadro d’intenso biancore, volteggiando con leggerezza sulle punte con sinuosi ports de bras e grand jetés en l’air; nella danza della Fata Confetto assistiamo al pas des deux della fata con un magnifico tutù rosato corto e rigido e del principe, lei con sicurezza e flessibilità si prodiga in una serie di piroettes, arabesques, assemblés, developpés, lui si lancia in brisés volés e fouettés; la danza dei fiori, sottolineata del suono morbido e caldo del clarino, è caratterizzata dal delicato cromatismo dei costumi, dei magnifici tutù corti e fluttuanti composti di leggere foglie pastello e dalla grazia delle ballerine costantemente sulle punte; vivaci nei colori i costumi della danza dei cosacchi e della danza araba, eseguite con estrema abilità.

Le coreografie di Bozicz Lisak sono riprese dalla versione originale di Marius Ivanovič Petipa.

Le scenografie, ideate da Dinka Jeričević, sono in entrambi gli atti abbastanza semplici.

I costumi sono opera di Barbara Bourek.

Molti bambini tra gli spettatori, provenienti anche da Fano, dove sono attive due scuole di danza.