lunedì 2 novembre 2015

PS Teatro Rossini GALA TIBERINI

Pesaro, Teatro Rossini

GALA TIBERINI

(18 ottobre 2015)
a cura di Stefano Gottin

Domenica 18 ottobre 2015 l’Associazione Musicale Mario Tiberini, con la collaborazione dell’Orchestra Sinfonica “G. Rossini”, ha portato al Teatro Rossini di Pesaro un gala della lirica intitolato al grande tenore laurentino dell’Ottocento, replicando la sessione estiva svoltasi nella storica cornice del Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo, dove col “Tiberini d’oro” furono premiati il tenore Gregory Kunde e il soprano Fiorenza Cedolins e col “Tiberini d’argento” il mezzosoprano Chiara Amarù.
Non paga del brillantissimo esito della manifestazione estiva, la prof. Giosetta Guerra - che del premio, giunto alla sua XXIV edizione, è da sempre l’indiscussa “vestale” - ha giocato come si suol dire al rialzo, individuando altri due prestigiosi nomi cui conferire il Premio Tiberini d'oro in un’inconsueta sessione autunnale, ossia il soprano coreano Sumi Jo e nientemeno che il tenore Vittorio Grigolo.




Sumi Jo è un soprano lirico-leggero che, quantunque per gli standard medi del pubblico italiano non possa dirsi famoso benché viva a Roma, si è esibita in teatri al top, quali il Teatro alla Scala, la Wiener Staatsoper e il Metropolitan di New York, e ha collaborato con direttori d’orchestra e con cantanti di enorme prestigio (Herbert von Karajan, Georg Solti, Plácido Domingo, Alfredo Kraus, Leo Nucci ecc. ecc.). Inoltre, nel 2015 Sumi Jo ha interpretato il ruolo di se stessa nel film Youth - La giovinezza, diretto dal premio Oscar Paolo Sorrentino.

Diverso è il discorso per il 38enne Vittorio Grigolo, assurto a fama planetaria con un progressivo ma vertiginoso crescendo, come attesta il suo curriculum che annovera taluni elementi fatalistici, tipici dei “predestinati”. All'età di nove anni, accompagnando la madre dall'oculista, Grigolo sente cantare in una stanza adiacente l'Ave Maria ed inizia a cantarla a sua volta, col risultato che il padre dell'oculista ne rimane molto colpito e lo spinge per un'audizione presso il coro della Cappella Sistina, che prima lo sceglie e poi lo promuove a voce solista. A tredici anni Grigolo canta nella parte del pastorello nella Tosca al Teatro dell'Opera di Roma condividendo il palco con Luciano Pavarotti, per poi inaugurare nel 2000, all'età di ventitré anni, l'anno verdiano al Teatro alla Scala. Di qui una serie di fortunatissimi debutti nel repertorio più tipico del tenore lirico (Il barbiere di Siviglia, Così fan tutte, L'elisir d'amore, La traviata, Rigoletto, Lucia di Lammermoor, Manon, Roméo et Juliette di Gounod), talché Grigolo è ormai di casa al Covent Garden di Londra, alla Scala di Milano e al Metropolitan, mentre non mancano sapienti operazioni di marketing, come le sue performance nella recente diretta televisiva dell’Elisir d’amore dall’aeroporto della Malpensa e in precedenza nel film televisivo, prodotto dalla Rai, Rigoletto, in diretta live da Mantova e con Plácido Domingo negli improbabili panni del gobbo e con appunto il tenore aretino quale Duca di Mantova.
La serata del 18 ottobre, che costituiva l’anteprima della stagione concertistica pesarese “Sinfonica 3.0”, giunta alla quarta edizione, prevedeva nella prima parte l’esibizione di Amakheru Duo, costituito dal tenore Francesco Santoli e dal pianista Simone Di Crescenzo con un programma interamente dedicato al repertorio cameristico italiano, dal Barocco, a Spontini, Rossini, Donizetti, fino a Verdi. Il tenore Santoli dimostrava sicura musicalità e buona dizione, ma anche una voce poco strutturata e dalle inflessioni falsettistiche, mentre il pianista De Crescenzo emergeva invece negli accompagnamenti, improntati a una varietà di stili sempre pertinente, per poi esibirsi quale solista in una deliziosa sonata di Domenico Cimarosa.
Il piatto forte veniva (o così avrebbe dovuto essere) servito nel secondo tempo, quando l’avvenente ed elegantissima Sumi Jo si presentava con l’aria di Gilda “Caro nome” dal Rigoletto di Verdi, senz’altro ben cantata ma un po’ “di circostanza”; quindi il duetto da La Sonnambula di Bellini, “Son geloso del zefiro errante”, col tenore Santoli che trovava qualche spunto apprezzabile.





Arrivava quindi il tenore Vittorio Grigolo, disinvolto, carino, scattante, simpatico e accattivante, che annunciava subito con un fil di voce (e senza microfono) le sue precarie condizioni di salute (non barava, era raffreddato davvero), 




duettava quindi (verbalmente e simpaticamente) con Giosetta Guerra e intratteneva il pubblico con aneddoti simpatici ma anche toccanti, come quello relativo al suo ultimo incontro con il grandissimo Luciano Pavarotti che, ormai prossimo a lasciarci, gli passava, per così dire, “le consegne”.






A questo punto Grigolo decideva di cantare, si buttava e, accompagnato al pianoforte da Simone Di Crescenzo, lanciava la colonna della sua voce brunita, solida e larga verso l’alto, con un “Questa o quella” dal Rigoletto da manuale anche per il dominio che Grigolo mostra di avere della scena e del rapporto estroverso e spontaneo col pubblico. L’unico elemento di riflessione che mi permetto è che Grigolo – come già avevo rilevato alla Scala in giugno nella Lucia di Lammermoor, con Diana Damrau straordinaria protagonista - tende a scurire troppo i centri (insomma “fa” il Domingo), sicché gli acuti sono meno luminosi di quello che potrebbero, e gli acuti nel repertorio di Grigolo (che è all’incirca lo stesso del giovane Pavarotti) sono senz’altro più importanti dei centri bruniti e del registro grave, tanto più che nessun tenore è stato mai pagato per fare le note basse.
Comunque, Grigolo ha detto di voler di tornare al “Tiberini”, e noi ce lo auguriamo perché è un gran bel tenore, un tenore vero, che vorremmo ascoltare nei brani che avrebbe cantato se le sue condizioni di salute fossero state diverse.
La serata, sostenuta in parte dall'Alexander Palace Museum Hotel e dalla Banca Marche e col patrocinio del Comune di S. Lorenzo in Campo, si è chiusa con le premiazioni, officiate da Giosetta Guerra e dal presidente dell'Orchestra Sinfonica Rossini Saul Salucci. Sembrava, a quel punto, che Sumi Jo e Vittorio Grigolo dovessero esibirsi in un duetto, ma era un…..falso allarme, purtroppo, sicché le note finali sono uscite dalla gola del tenore Francesco Santoli che, fuori programma, ha eseguito, di Donizetti, “Me vojo fa’ ‘na casa”.
Alla fine consegna a tutti gli artisti di una rosa e del libro di Giosetta Guerra “Mario Tiberini tenore” sotto una pioggia di fiori.
Quindi tutti a casa, con una certa delusione, perché si è ben capito che un Vittorio Grigolo in altre condizioni avrebbe sbancato, ma ciò è stato rinviato alla prossima volta, o almeno vogliamo sperarlo….











lunedì 26 ottobre 2015

Jesi Teatro Pergolesi, NABUCCO

JESI Teatro Pergolesi

NABUCCO 

CON UN CAST ALL'ALTEZZA DEI RUOLI
(Stefano Gottin, 16/10/2015)

La 48^ stagione lirica di tradizione del teatro G.B. Pergolesi di Jesi si è aperta con un titolo che più tradizionale non potrebbe essere, Nabucco (o meglio Nabucodonosor), rappresentato al Teatro alla Scala di Milano il 9 marzo 1842 alla presenza nientemeno che di Gaetano Donizetti.
Terza opera di Giuseppe Verdi, nonché la prima che ne decretò il successo, Nabucco costituisce anche lo spartiacque nell’esistenza del genio di Busseto dopo la tragica scomparsa, poco tempo prima, della prima moglie Margherita Barezzi e dei due figlioletti in tenera età. Durante quella memorabile produzione scaligera, replicata in quella stagione per oltre cinquanta recite, Verdi gettava le basi della propria vertiginosa carriera e di un’imminente nuova vita sentimentale con la sua prima Abigaille, Giuseppina Strepponi, soprano di prima sfera e sagace protettrice del giovane compositore, col quale convolerà a nozze oltre dieci anni dopo, ponendo fine a una convivenza discreta ma chiacchierata dai benpensanti “da paese”.
Nabucco è una sorta di oratorio in forma scenica che, se non altro in termini di contesto e di clima narrativo, ha per antesignani Semiramide (1823) e Mosè in Egitto (1818) di Gioachino Rossini, e getta le basi di un’opera come Aida, con la quale condivide l’effetto magniloquente e trascinante di talune scene corali, il tratto esotico, ma anche la problematica e aspra introspezione di taluni personaggi e una certa inquietudine intimistica, talvolta trascurate dall’immaginario collettivo.
Nabucco è un’opera “a blocchi”, costretta nella tradizionale “forma chiusa”, ma caratterizzata da una semplice, sorgiva, ma anche calcolata ispirazione, quella che sa fare i conti col gusto del pubblico, sicché il titolo non è mai uscito dal repertorio. È un’opera la cui scrittura vocale non sempre è in linea con la fisiologia umana (vedasi la tremenda parte di Abigaille), ma che costantemente denota un sicuro istinto teatrale senza essere priva di momenti musicali di alta scuola (per tutti il preludio per violoncello solo del “Vieni, o Levita” intonato da Zaccaria). Al contempo, il ricorrente tono militaresco evoca l’arguta e fulminante osservazione di Rossini che definiva Verdi “musicista con l’elmo in testa”, sintesi senz’altro riduttiva ma non impropria per il Verdi degli “anni di galera” (1839-1849), quelli di più intenso lavoro per “farsi la piazza” e per mettere fieno in cascina e…. soldi in banca. Nabucco è anche la prima opera in cui i caratteri dei personaggi vengono sbalzati e vivificati: vedasi, per tutti, il ruolo del titolo, primo di una lunga serie di personaggi fondamentali per il teatro lirico assegnati alla corda baritonale, da Verdi preferita.
In questo allestimento jesino la regia, senza astruserie ma anche senza particolari spunti, era di Stefano Monti, autore anche delle scene supportate da elementi scenici dello scultore Vincenzo Balena. I costumi, tradizionali, erano di Massimo Carlotto e le luci di Nevio Cavina. Insomma, uno spettacolo non memorabile ma funzionale, che si lasciava guardare, anche se lo scontro tra civiltà e religioni, sempre attuale (purtroppo) avrebbe consentito soluzioni registiche meno scontate.
Non soddisfacente era la direzione del maestro Aldo Sisillo che, alla guida della non ineccepibile Orchestra dell’Opera Italiana, ha offerto una performance slentata e sfilacciata nei cantabili, troppo spesso fragorosa e poco rifinita: forse l’unica prova non è stata sufficiente per trovare i giusti rapporti in una sala molto acustica come quella del Pergolesi, che ha una buca alta e molto aperta.








Ottimo e coinvolgente, invece, il Coro Lirico Marchigiano "V. Bellini" sotto la sapiente guida del maestro Carlo Morganti (siamo comunque grati al pubblico che, con insospettabile maturità e visto che non lo ordinava il dottore…, non ha insistito a che fosse bissato il “Va’ pensiero”).


Il vero punto di forza della produzione stava comunque nel cast vocale, e con i tempi che corrono non è poco, con Carlos Almaguer (Nabucodonosor), baritono di notevole e sicura presenza vocale, ben impostato e sempre puntuale negli interventi in forza di una personalità di primo piano.



Ottima era altresì la linea di canto del basso Ramaz Chikviladze (Zaccaria), dotato di una voce estesa, omogenea e ben timbrata, di un’impostazione “all’italiana” e di una dizione sicura, esente da quelle inflessioni slave che col tempo degenerano nel “muggito”.




Bene in vista era anche il tenore Leonardo Gramegna (Ismaele), provvisto di una voce franca, squillante, oserei dire impavida, che affrontava senza complicazioni e difficoltà le asperità del ruolo, non lungo ma arduo.


















Il soprano Maria Billeri (Abigaille) si confrontava con un ruolo impossibile, tanto da segnare la fine della carriera della sopra menzionata Giuseppina Strepponi (forse Verdi lo scrisse così perché preferiva immaginare la futura moglie a casa piuttosto che in palcoscenico…). La Billeri se l’è cavata, talvolta anche bene, ma se ne coglieva lo sforzo e gli artifici per venire a capo di una parte difficilissima, massacrante, aspra e oltretutto lunga, caratterizzata da improvvise escursioni dall’acuto estremo al grave, con insistite frequentazioni nella zona di passaggio dal registro medium a quello acuto, ma anche da spunti lirici non occasionali e propri di una vocalità più raccolta e cantabile. Insomma un vero rompicapo che Maria Callas ha affrontato in teatro solo una decina di volte, pur essendo munita di tutte, e sottolineo tutte, le credenziali necessarie a fronteggiare non occasionalmente il ruolo ai massimi livelli. Comunque, grazie a Maria Billeri per essere stata della partita con forte partecipazione e pertinenza d’accento ma, se fossi in lei, sarei… meno generoso e penserei a ruoli che possano meglio preservare il suo patrimonio vocale.

Infine, di classe sicura, bella voce ed elegante fraseggio il mezzosoprano piemontese Elisa Barbero, che avevo già apprezzato qualche anno fa quando ero in giuria nel Concorso Beniamino Gigli a Roma, in cui la giovane artista si produsse in un’eccellente Charlotte del Werther di Massenet.

Efficienti, infine, Il Gran Sacerdote di Belo del basso Paolo Battaglia e l’Abdallo del tenore  Roberto Carli, mentre Anna, sorella di Zaccaria, era il soprano Alice Molinari che, pur in un piccolo ruolo, peraltro non facile perché deve incastrarsi bene nei pezzi d’assieme, è riuscita a non passare inosservata.
Ovviamente teatro al completo e vivo successo: Nabucco è sempre Nabucco e…..Va’ pensiero, pure!


foto Binci











mercoledì 21 ottobre 2015

Tiberini d'oro 2015


Teatro Rossini di Pesaro


domenica 18 ottobre 2015 ore 21


Consegnato 

il Premio Tiberini d'oro 

al soprano Sumi Jo 

e al tenore Vittorio Grigolo 

con le seguenti motivazioni



AN, Teatro Muse Bohème 2015

ANCONA, TEATRO DELLE MUSE


UNA FRESCA E GIOVANE BOHÈME 

PER UNA BUONA APERTURA DI STAGIONE


 (9 ottobre 2015)


Servizio di Stefano Gottin

La Bohème, di Giacomo Puccini: opera per me familiare nel vero senso del termine poiché collegata al grato e affettuoso ricordo della mia nonna materna, Fanny, che nacque nello stesso anno, il 1896, in cui l’opera vide la luce il 1° febbraio al Teatro Regio di Torino sotto la direzione del giovane Arturo Toscanini.
La Bohème, si diceva: col trascorrere del tempo sempre più ne rilevo la modernità teatrale e musicale, l’attualità dei sentimenti e delle vicende che la animano. Raramente, infatti, un titolo lirico presenta una tale continuità d’ispirazione e una simile “perfezione” d’impianto: mirabile nella sinteticità degli episodi e per la compattezza dell’insieme, scattante ed equilibrata nell’incedere narrativo dei fatti (a conferma che Verdi era ben presente a Puccini); sul piano musicale, un’opera nel solco della migliore tradizione italiana, ma moderna, aperta alle novità della musica europea di quell’epoca e dell’avvenire; opera soprattutto in grado di “incontrare” il gusto del pubblico di ogni tempo e perciò anche di quello futuro, posto che essa è un crogiolo di sentimenti, valori e pulsioni eterni.
La Bohème, opera di giovani e per giovani perché sa far riemergere da ciascuno di noi, indipendentemente dall’età, il profumo della nostra giovinezza e il senso di quel precipizio interiore di quando, ancor giovani, la vita ci mette a confronto con la morte di persone care, con l’irreparabilità della loro perdita e con la solitudine che ne deriva, tutti aspetti esistenziali considerati fino ad allora mere astrazioni o, tutt’al più, problemi non nostri, quasi che fossimo investiti di un’aura di immunità inossidabile, che in un istante è invece andata in frantumi.
Così è per i giovani personaggi del titolo pucciniano, dei quali il Teatro delle Muse di Ancona ha voluto ripercorrere le vicende con uno spettacolo in economia, fresco e ed essenziale, ideato dal  regista Nicola Berloffa, (scene di Fabio Cherstich e costumi di Valeria Bettella), che ha avuto l’intelligenza di non complicarsi/ci la vita con soluzioni pseudo-intellettuali, ma di lasciar parlare il mirabile libretto di Giacosa e Illica con le relative didascalie (anche in questo si vede che La Bohème è un capolavoro, poiché musica e libretto dicono già tutto senza bisogno di “mediazioni culturali”).
Il maestro Gabriele Bonolis, a capo dell’efficiente FORM-Orchestra Filarmonica Marchigiana, dirigeva con appropriatezza ma anche in modo poco personale la partitura pucciniana, in verità molto complessa e preoccupante banco di prova per qualunque direttore che non abbia avuto dimestichezza con la gavetta del teatro lirico e provenga invece dalla musica sinfonica (la quale, è bene ricordarlo, presenta difficoltà differenti ma decisamente minori rispetto allo spettacolo lirico).
Note positive per la compagnia di canto che si è distinta per capacità attoriale e naturale tenuta del palcoscenico: ragguardevole, anche in questo senso, il contributo del regista Nicola Berloffa.

Su tutti ricorderei il soprano Grazia Doronzio (Mimì), incisiva nella dizione e nella messa a fuoco del timbro, sicura nell’intonazione, propensa a curare le dinamiche e nel differenziare le intensità di suono, seppure con una tendenza appena percepita a stringere il suono in zona acuta. Davvero pregevoli, nell’interpretazione del giovane soprano, ci sono sembrati i due ultimi quadri dell’opera.
Bravo anche il tenore Jenish Ysmanov (Rodolfo), dotato di appropriato physique du rôle e di voce ben impostata e squillante in zona acuta, ma ancora un poco fané nei centri e nella dizione.

Efficace ed incisiva la Musetta interpretata dal soprano Lavinia Bini, brillante, civettuola, seduttiva, ma accorata nel IV quadro. Il baritono Francesco Vultaggio dava voce sicura e giusta quadratura emotiva al sanguigno personaggio di Marcello, mentre Schaunard era affidato all’altro baritono della compagnia, Italo Proferisce, ancora un poco acerbo per questo difficile ruolo. Il ruvido e sensibile Colline era il basso Dario Russo, vocalmente ben attrezzato e puntuale nella “Zimarra”. Di accertato professionismo il baritono Marco Camastra nel doppio ruolo da caratterista di Alcindoro e Benoit. Come si suol dire, bene gli altri: il Parpignol di Alessandro Pucci, Il doganiere di Gianni Paci, il Sergente dei Doganieri di Roberto Gattei. Una finale nota di apprezzamento per il Coro Lirico “V. Bellini” di Ancona, per il Coro di Voci Bianche “ArteMusica” con Maestro del Coro Angela De Pace e per la Banda di Palcoscenico Orchestra Fiati di Ancona con direttore Mirco Barani.
Il teatro, nonostante la straordinaria popolarità del titolo, non ha fatto il pieno (effetto crisi?) ma il successo è stato via via crescente, con vive acclamazioni al soprano Grazia Doronzio e agli altri artisti in misura coerente con i rispettivi valori in campo.
Esordio azzeccato per le Muse, come comprovava la commozione, nel finale, da parte del pubblico e di chi scrive (che, tra l’altro, pucciniano non è …).






sabato 26 settembre 2015

Gala Tiberini comunicato stampa

Comunicato Stampa
Pesaro, 22 ottobre 2015

L’Orchestra Sinfonica “G. Rossini” di Pesaro, 
in collaborazione con
l’Associazione Musicale Mario Tiberini, 
presenta

GALA TIBERINI 

Concerto di Belcanto

PREMIO LIRICO “TIBERINI D’ORO”
XXIV EDIZIONE


Il concerto straordinario Gala Tiberini, organizzato grazie alla collaborazione fra l’Orchestra Sinfonica “G. Rossini” e l’Associazione Musicale Mario Tiberini si svolgerà presso il Teatro Rossini di Pesaro domenica 18 ottobre 2015 alle ore 21:00 e sarà interamente dedicato al Belcanto italiano, dal Barocco fino a Verdi. L’evento rappresenta la serata di anteprima della stagione pesarese “Sinfonica 3.0”, giunta con successo alla quarta edizione.
Mario Tiberini, figura di assoluto riferimento nell’ambiente musicale ottocentesco, come tenore di grazia e virtuoso ha interpretato numerosi ruoli rossiniani, due dei quali tenuti in repertorio per tutta la carriera, Il Barbiere di Siviglia e Matilde di Shabran, quest'ultima riesumata dall'oblio dallo stesso Tiberini nel 1859. Da qui l’idea di rendere omaggio alla sua arte e al legame artistico con il “Cigno di Pesaro” con una serata di Gala presso il Teatro dedicato a Rossini.
Il concerto prevede nella prima parte l’esibizione di Amakheru Duo, il tenore Francesco Santoli ed il pianista Simone Di Crescenzo, e nella seconda parte la consegna del prestigioso premio “Tiberini d’oro” a due fra gli artisti attualmente più rilevanti del panorama lirico mondiale, ovvero il soprano Sumi Jo ed il tenore Vittorio Grigolo, che omaggeranno il pubblico presente in sala con alcuni brani del repertorio belcantistico, accompagnati al pianoforte da Simone Di Crescenzo.
Amakheru Duo, dopo i recenti successi ottenuti al Festival Pergolesi Spontini di Jesi, si esibirà in una cornice prestigiosa quale il Teatro Rossini con un programma che comprende arie da camera del Barocco e del Classicismo di autori quali Giuseppe Sarti, Giovanni Battista Pergolesi, Gaspare Spontini e Domenico Cimarosa e del primo Romanticismo, con composizioni vocali di Gioachino Rossini, Gaetano Donizetti e Giuseppe Verdi. La ricerca nell’ambito del Belcanto ha condotto i due giovani artisti, Francesco Santoli e Simone Di Crescenzo, ad approfondire il repertorio italiano da camera e a dedicarsi con passione alla riscoperta di rarità del patrimonio musicale meno frequentato.
La seconda parte del Gala Tiberini sarà interamente dedicata al Premio “Tiberini d’oro”. Ideato ed organizzato dalla Prof.ssa Giosetta Guerra di San Lorenzo in Campo, e con la presidenza onoraria del grande basso americano Samuel Ramey, il Premio nasce per riportare alla luce una gloria del passato, il tenore laurentino Mario Tiberini, vissuto dal 1826 al 1880,  uno degli emblemi assoluti dell’interprete romantico che, grazie all’antica scuola del Belcanto, ha potuto incarnare oltre una settantina di ruoli e debuttare 17 opere in prima mondiale, passando dal tenore di grazia rossiniano fino al canto di forza verdiano e del pieno Romanticismo. Giunto alla sua XXIV Edizione e, grazie all’impegno della Prof.ssa Guerra, il Premio vanta una gloriosa storia, con un rilevante catalogo di artisti premiati, fra i quali: Samuel Ramey, Chris Merritt, Mariella Devia, Rockwell Blake, Katia Ricciarelli, Giuseppe Taddei, Andrea Bocelli, Daniela Dessì, Juan Diego Florez e molti altri.
In questa edizione straordinaria a Pesaro, saranno premiati Sumi Jo e Vittorio Grigolo, considerati fra i maggiori cantanti lirici contemporanei, che, oltre ad una significativa carriera in ambito teatrale, sono diventati artisti di fama mondiale grazie anche alla loro intensa attività concertistica e alla loro ricca discografia. Contestualmente alla consegna del Premio i due artisti si esibiranno sul palcoscenico del Teatro Rossini in alcune arie e duetti del repertorio belcantistico.

Sumi Jo, da oltre 25 anni sulle scene, è stata la prima cantante coreana ad assurgere a fama internazionale dopo essere stata scelta da Herbert Von Karajan per interpretare il ruolo di Oscar nella registrazione Deutsch Grammophon di Un ballo in maschera al fianco di Placido Domingo. Ha interpretato in seguito i più noti ruoli virtuosistici di 
soprano nei maggiori teatri del mondo diretta dai più grandi direttori e registi della sua generazione. Il suo repertorio ha spaziato negli anni dal soprano di coloratura estremo al Belcanto romantico, ridonando luce e charme anche a pagine rare del repertorio. Di grande rilievo la sua carriera discografica, per un totale di oltre cinquanta registrazioni di cui dieci recitals. Attualmente incide con un contratto di esclusiva per Universal Music.
Nel 2014, Sumi Jo partecipa al film del regista Premio Oscar Paolo Sorrentino “Youth – La giovinezza”, nel quale interpreta il ruolo di se stessa.
Vittorio Grigolo, è stato il più giovane tenore italiano ad inaugurare la stagione concertistica del Teatro alla Scala, avendo in attivo una notevole carriera avviata fin da giovanissimo. Oggi, a soli 38 anni, è uno dei tenori più richiesti nei principali teatri del mondo, dalla Scala di Milano al Metropolitan di New York, dal Covent Garden di Londra allo Staatsoper di Berlino.
















Il suo repertorio include i ruoli più amati del Romanticismo italiano e francese, interpretati sotto la direzione dei più insigni direttori del momento. Nel film televisivo Rigoletto a Mantova in diretta live e prodotto dalla RAI ha ricoperto il ruolo del Duca di Mantova accanto al grande Placido Domingo in quell'occasione nei panni di Rigoletto. Vittorio Grigolo porta la stessa passione ed energia nei suoi concerti dal vivo, che tiene sia nei teatri che in grandi spazi aperti, raccogliendo migliaia di spettatori. Artista Sony Classic, ha all’attivo diverse incisioni discografiche ed album da solista. Nel 2015 ha ricevuto a Sorrento il Premio Caruso.

L’Orchestra Sinfonica G. Rossini, con questo evento, anticipa la sua stagione concertistica che sarà caratterizzata in particolare dalle musiche del “Cigno di Pesaro” nell’anno in cui ricorre il suo 224 compleanno, dal grande repertorio sinfonico con importanti solisti del panorama internazionale e da un nuovo progetto crossover che vedrà impegnata la Rossini Pop Orchestra, ovvero l’OSR con organico allargato alla strumentazione rock e pop che ormai contraddistingue i suoi progetti legati alla modernità.
Info e biglietteria Teatro Rossini: posto unico numerato 20 Euro. I biglietti saranno messi in vendita presso il botteghino del Teatro Rossini, piazzale Lazzarini 1, Pesaro (Tel 0721.387621) La biglietteria sarà aperta dal mercoledì al sabato dalle 17.00 alle 19.30 e nel giorno di spettacolo dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 fino ad inizio spettacolo.  










Pesaro Teatro Rossini GALA TIBERINI 2015