martedì 15 dicembre 2009

Il Trittico - Metropolitan Opera, New York

Foto: Patricia Racette (Il Tabarro, Suor Angelica). Ken Howard / Metropolitan Opera

Ramón Jacques

I tre personaggi femminili de “Il Trittico” possiedono qualità drammatiche e vocali tanto differenti che attualmente è poco comune vedere una sola cantante interpretarli tutti e tre nel corso della stessa rappresentazione. Ma un caso simile è occorso nella riproposta recente al Met con il soprano americano Patricia Racette, che possiede un’ottima vocalità e le doti attoriali necessarie per interpretare i personaggi pucciniani (come ella ha già fatto nel passato con Manon Lescut, Tosca e Madama Butterfly, quest’ultima divenuta una sua specialità). Vocalmente il colore timbrico è piacevole e la sua voce è omogenea in ogni registro. E ciò lo si è notato al meglio in Suor Angelica dove si è immedesimata completamente con il personaggio e la sua tecnica vocale si è mostrata salda ed efficace, particolarmente in “Senza mamma” dove ha potuto comunicare sentimento e commuovere. Invece la sua Giorgetta è stata solo corretta sia vocalmente che sulla scena, e Lauretta discreta per una certa pesantezza del mezzo vocale in rapporto con la vocalità richiesta dal personaggio (e anche per i segni di una evidente affaticamento). Nel Tabarro ha convinto Salvatore Licitra che ha dato vita ad un Luigi virile e autoritario, di robusta intonazione e volume, e il baritono Željko Lučić, che come Michele ha messo in mostra un canto solo muscolare e poco sfumato. Il mezzosoprano Stephanie Blythe ha dato una generosa partecipazione come Frugola (così come ha interpretato correttamente la Zia Principessa e Zita).
Gianni Schicchi è stato impersonato con divertita ciarlanateria da Alessandro Corbelli, adatto a questo tipo di ruoli di carattere burlesco e gioviale, con una voce omogenea e pastosa. Il tenore Saimir Pirgu ha fatto uno splendido debutto al Met come Rinuccio, con una voce lirica e luminosa di timbrica suadente, elegante nel fraseggio e nella proiezione. In scena si è mostrato attivo e dinamico, ma sempre con naturalezza. Sul podio Stefano Ranzani ha concertato con gusto ed entusiasmo estraendo con mano sicura musicalità e tensione dalla partitura. Infine un bravo va per l’allestimento scenico (creato nel 2007) al regista Jack O’Brian e a Douglas Schmidt, la cui maestosa scenografia molto realistica che occupava tutto lo spazio del palcoscenico proiettava lo spettatore nel XX secolo (con l’enorme barcone a lato della Senna a Parigi, il monastero di Suor Angelica e l’opulenta magione di Buoso Donati). Ma questa esuberanza scenica corrisponde ad un Met del passato che lentamente sta scomparendo.

Le Nozze di Figaro - Metropolitan Opera, New York


Foto: Luca Pisaroni (Figaro), Danielle de Niese (Susanna). Marty Sohl / Metropolitan Opera.

Ramón Jacques

E’ facile dirlo a parole, però assistere alla 451esima rappresentazione de “Le Nozze di Figaro” al Metropolitan significa percepire ed immaginare una gran quantità di spettacoli meravigliosi (altri meno), e un arduo lavoro con i migliori cantanti, registi e direttori d’orchestra. Con l’arrivo, pochi anni fa, della nuova amministrazione, diretta da Peter Gelb, si è instaurata la tendenza a rinnovare gli allestimenti, dando agli stessi un aspetto più moderno, austero e, come è successo recentemente, polemico. Pertanto, la produzione scenica di Jonathan Miller utilizzata in questa rappresentazione è una delle poche messe in scena di stampo tradizionale che ancora viene utilizzata dal teatro e che di sicuro scomparirà prossimamente, indipendentemente dal fatto che sia stata creata nel 1998 e preservi ancora la solennità della sua attrazione visiva, l’opulenza e l’eleganza del suo disegno, dei costumi e della brillante gestione delle luci. Miller concepisce quest’opera mantenendo la storia a stretto contatto con la visione ed i costumi del 18esimo secolo, permettendo così alla partitura musicale di raccontare la storia sovversiva nel modo in cui probabilmente Mozart lo desiderava. Della regia si è incaricato Gregory Keller, che ha permesso agli attori di affrontare i ruoli con naturalezza, in modo semplice e con giusta comicità. Il cast si è rivelato solido sia a livello vocale che interpretativo. Il baritono Luca Pisaroni ha cantato il suo ruolo con un colore timbrico gradevole, con voce proiettata in modo saldo e omogeneo, con dizione impeccabile e ha dato vita ad un Figaro estroverso ed espressivo.
Danielle de Niese ha creato una Susanna persuasiva, giocosa e civettuola, con voce di timbro lirico, leggero e molto agile. Il mezzosoprano Isabel Leonard ha dato vita e allegria al personaggio di Cherubino con la sua voce di tono scuro interessante e particolare, duttile ed emozionante. Il Conte di Almaviva è stato interpretato dal francese Ludovic Tézier, che ha attribuito al suo personaggio un carattere arrogante, talvolta piuttosto rigido nei movimenti scenici, ma di una linea di canto impeccabile e musicalmente interessante. Nel suo debutto locale come Contessa, Annette Dasch ha dimostrato ricercatezza, eleganza ed ha cantato le sue arie con sicurezza ed accuratezza. Meritano un plauso anche il leggendario mezzosoprano irlandese Ann Murray come Marcellina, John Del Carlo come Bartolo, Greg Fedderly come Don Basilio, così come il coro. Fabio Luisi ha diretto l’orchestra con enfasi nei momenti più dinamiici contenuti nella partitura, ponendo sempre in primo piano la musica di Mozart e tenendo in giusta considerazione le voci.

Il Barbiere di Siviglia - Los Angeles Opera

Foto: Robert Millard / LA Opera

Ramón Jacques

La ripropoposta a Los Ángeles del sempre divertente Barbiere di Siviglia è stata realizzata utilizzando l’allestimento ideato da Emilio Sagi e proveniente dal Teatro Real di Madrid come parte integrante dell’accordo di interscambio tra le due istituzioni musicali.Per l’allestimento delle opere ispirate alla Spagna (El Gato Montes di Manuel Penella, Luisa Fernanda di Moreno Torroba, o Carmen di Bizet) si è ricorso nuovamente al lavoro del regista asturiano: nessuno meglio di lui sa plasmare e far risaltare nelle sue produzioni il carattere, le sfumature e le tradizioni del suo paese. In questa occasione Sagi ha concepito una Siviglia moderna, luminosa, assolata (con l’illuminazione brillante di Eduardo Bravo e le scene funzionali di Llorenç Corbella), con pochi elementi, ballerini di flamenco ed edifici bianchi tipici dell’Andalusia, così come di un salone con giardino sullo sfondo. I costumi di Renata Schussheim, di color pastello per i protagonisti, e tipo Arlecchino in bianco e nero per il resto della compagnia (coro compreso) completavano con freschezza e visualmente in modo suggestivo la scena. La regia ripresa da Javier Ulacía, regista spagnolo, è parsa discreta, anche se, come è d’abitudine in questo tipo di opere, esiste la tendenza a forzare e ad esagerare la comicità (quando invece le trame rossiniane sono già di per sè briose). Il problema sorge quando le innumerevoli gags, alcune un po’ telefonate invero, incidono sulla fluidità musicale dell’opera, come nell’aria di Rosina “Contra un cor”, ad esempio, che è stata interrotta davvero troppe volte. Risultati alterni per la resa orchestrale.La direzione di Michele Mariotti, sicura per evidente consapevolezza stilistica, ha convinto meno in relazione alla scelta dei tempi, a volte molto dinamica e giubilante, a volte lentissima (il che sommata alle interruzioni sceniche ha dilatato il primo atto fino a durare quasi un‘ora e cinquanta minuti). Il ruolo di Figaro è stato interpretato dal baritono Nathan Gunn che ha messo in mostra buone qualità vocali e corretta proiezione, ma l’interpretazione è parsa pallida, carente di perizia e un po’ estranea all’azione. A sua volta, ha incantato Joyce Di Donato con la sua spiritosa e astuta Rosina, molto graziosa, di timbro splendido, omogeneo e sicurissima nella coloratura. Juan Diego Flórez ha creato un divertententissimo Almaviva, raffinato nel timbro, nella dizione e nel fraseggio, che ha coronato la su prestazione con una stupefacente interpretazione di “Cessa di più resistere” che ha suscitato l’entusiasmo del pubblico. Bruno Praticò ha dominato il ruolo di Don Bartolo sia vocalmente che attorialmente e il basso Andrea Silvestrelli che è ormai un basso molto apprezzato nel circuito nordamericano dei teatri lirici. Ha interpretato un simpatico e malizioso Don Basilio, ben cantato nei suoi interventi, anche se la sua potentissima voce davvero imponente, ideale per il repertorio wagneriano nel quale si è imposto, non pare troppo adatta alla leggerezza del canto rossiniano. Corretto il coro e il resto del cast, con una citazione per il prottente baritono messicano José Adán Pérez nei panni di Fiorello.

giovedì 10 dicembre 2009

Ottone in Villa di Antonio Vivaldi - Teatro Olimpico di Vicenza

Foto: Marina Bartoli; Maria Laura Martorana / Guido Turus

Francesco Bertini ("Corriere del Teatro”)

Il Teatro Olimpico di Vicenza ospita, sempre all’interno delle Settimane Musicali, un’opera di grande interesse, “Ottone in villa” di Antonio Vivaldi, di raro ascolto e per la prima volta in epoca moderna nella città che la vide nascere nel lontano 1713. Il lavoro del “Prete Rosso” coglie una situazione ingarbugliata che mette in scena vicende di “infedeltà, ambiguità sessuale, menzogne, simulazione e dissimulazione”, come ci riporta Vittorio Bolcato nel saggio introduttivo contenuto nel cospicuo libretto di sala, ambientandole in una “Villa delitiosa di Roma”, ritiro dell’imperatore Ottone. Raffinata esecutrice musicale la compagine orchestrale de L’Arte dell’arco, diretta dal pregevole Federico Guglielmo, offre un’interpretazione convincente in un repertorio, quello vivaldiano, che padroneggia da sempre, assecondando bene il cast vocale, punta di diamante della serata. Il sopranista rumeno Florin Cezar Ouatu ha acquisito maggiore sicurezza in tutta la gamma e padroneggia, impeccabilmente, la propria parte intrisa di difficoltà, non soccombendo alle ardue agilità e trovando, nei passaggi lenti, la giusta espressività grazie ad un colore vocale di prima qualità. Non da meno le signore, cominciando dalla sfolgorante Marina Bartoli impegnata nel ruolo en-travestì di Tullia - Ostilio che le ha permesso di sfoggiare le proprie encomiabili doti musicali, sorrette da ottima tecnica, al pari della collega Maria Laura Martorana la quale ottiene, dalle sue elogiate frequentazioni del repertorio classico-barocco, sempre nuovi successi personali, come nel caso vicentino, nei panni della protagonista Cleonilla, ruolo impervio risolto con brillante sicurezza. A ricoprire i panni del protagonista, l’imperatore Ottone, il mezzosoprano norvegese Tuva Semmingsen, più convincente in acuto che non nella zona centrale, della quale sottolineiamo la dolcezza del timbro e l’accuratezza del canto. Peccato per il Decio di Luca Dordolo, inadatto al difficile ruolo tenorile assegnatoli che annovera alcuni pezzi solistici irti di difficoltà. L’esecuzione in forma di concerto non ha privato della dovuta attenzione lo spettacolo, permettendo, anzi, di cogliere le raffinatezze dell’esecuzione; pubblico non numeroso ma attento e soddisfatto al termine.

giovedì 3 dicembre 2009

Conferencia de Puccini en Buenos Aires - Università di Bologna, Buenos Aires


Con el auspicio institucional de
Istituto Italiano di Cultura
Buenos Aires, Argentina


Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Representación en Buenos Aires

Presenta

Foto: Puccini en Buenos Aires

Gustavo Gabriel Otero
Daniel Varacalli Costas
'Puccini en la Argentina'
Conferencia sobre la visita de Giacomo Puccini a Buenos Aires de 1905 y la importancia de la Argentina en la carrera mundial de las obras del maestro de Lucca
Introduce
Francis Korn
Profesora, Investigadora superior del Conicet,
Miembro de la Academia de Ciencias
“Buenos Aires, 1905: la ciudad y su historia”
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
Auditorium – Rodriguez Peña 146415 diciembre 2009 h. 19,00

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Se agradecen por la colaboración:
Dr. Ramón Jacques, Una Voce Poco Fa
Sig. Renzo Bellardone - Associazione Culturale La Voce - Alice Castello (Italia)






martedì 1 dicembre 2009

Intervista a Marina Bartoli promettente soprano italiana

Foto: © Marina Bartoli; Ercole sul Termodonte, Spoleto Festival 2006; "Il finto Turco" di N.Piccinni, Teatro "Olimpico" di Vicenza- Guido Turus ©

Da quella inesauribile fucina di voci talentuose che è l'Italia, ecco in Marina Bartoli una vera specialista di opera antica e barocca. Questa luminosa interprete, versata anche nella musica pop, nata a Mantova e diplomata in canto al Conservatorio "C. Pollini" di Padova ha prestato la sua voce nitida e dolce, e la sua sensibilità e bellezza per l'interpretazione e il recupero di ruoli come: Annio ne “La Clemenza di Tito” di B. Galuppi, Agnesina ne “L'Inmico delle Donne” di B.Galuppi, Ippolita nell' “Ercole Sul Termodonte di A.Vivaldi, Alinda, Oronte ed Arpago ne “L’ Incoronazione di Dario” di A.Vivaldi, Fortuna, Allegrezza e Venere ne “Il Giustino” di G.Legrenzi, Dirindina ne “La Dirindina” di D.Scarlatti, Tullia nell’ “Ottone in Villa” di A.Vivaldi, Arianna ne “Il Giustino” di G.Legrenzi, Lucio ne “IL Finto Turco” di N.Piccinni etc. Ha cantato sotto la direzione di molti celebri Direttori: Claudio Scimone, Gustav Leonhardt, Bob Van Asperen, Philippe Herreweghe, Alan Curtis, Thomas Hengelbrock e collabora con vari gruppi ed orchestre: L’Accademia Bizantina, L’Arte dell’Arco, Delitiae Musicae, L’Orchestra di Padova e del Veneto, Il Complesso Barocco, I Virtuosi delle Muse. La rivista Opera Now di Londra l'ha inserita nella categoria Young Artists, who’s hot? Ha ottenuto una Nomination nell'annuario 2009 di "Opernwelt" (Berlino, gli oscar della lirica) come artista più promettente.

Quando e come hai scoperto di avere una "voce"?
A tre anni cantavo a squarciagola improvvisando seconde voci e cercando di sovrastare mia sorella e i miei cugini che venivano a cantare a casa nostra (mia mamma si divertiva a farci imparare delle canzoni accompagnandoci alla chitarra): ho recentemente sentito delle registrazioni in cassetta delle mie “Performance da primadonna” e le ho trovate esilaranti. Personalmente ho scoperto la mia voce verso gli 11 anni, quando -assieme a mia sorella maggiore- sono stata scelta dai professori di Musica per cantare davanti a tutta la Scuola “Happy Xmas (war is over)” di J.Lennon in occasione del Concerto di Natale dell’Istituto. Da quel momento in poi ho cominciato a dedicarmi alla musica leggera (da ragazzina cantavo canzoni Folk e Pop in piccoli locali cittadini) e più tardi alla lirica

Vocalmente come ti definiresti?

Sono un Soprano Lirico-leggero.

A chi non conoscesse la tua voce, cosa faresti ascoltare?

Mi piacerebbe fare ascoltare un’Aria del ‘700 cantabile, dolce (un Andante amoroso per esempio**), perché è in questo genere di scrittura che so di poter dare il meglio. E a chi aprezza (come me) il crossover, canterei l’Aria “Think of me” dal Musical “The Phantom of the Opera” di L.Webber.

** il “Tu virginum corona” dal Mottetto KV 165 “Exultate, Jubilate” di W.A.Mozart / “Nun beut die Flur” da “Die Schoepfung” di F.J.Haydn / “Deh tacete” da “Il Finto Turco” di N.Piccinni etc.

Di quanti ruoli è formato il tuo repertorio?

Da circa una ventina di ruoli, tutti tratti da Opere del Sei e Settecento.

Come nasce il tuo interesse verso il barocco?

Il mio interesse per il Canto Barocco (per Barocco intendo un periodo di tempo molto ampio, che abbraccia tutto il 600 e tutto il 700), è stato frutto di semplice folgorazione. Quando sono stata ammessa in Conservatorio la mia cultura musicale classica si limitava esclusivamente alla letteratura pianistica (studiavo infatti il Pianoforte classico da diversi anni, ma non avevo mai nutrito interesse verso il Canto lirico, solo per quello leggero). Un giorno, le mie insegnanti di Conservatorio mi proposero di leggere un’Aria di Haendel (“Ne men con l’ombre” dal “Serse”) ed io cantandola fui subito pervasa da un senso di benessere e piacere: non conoscevo davvero nulla del repertorio in cui ora mi sono specializzata, ma mi sono fin da subito sentita portata ad esso. E’ stato un amore viscerale, del tutto istintivo: avvertivo chiaramente che quello era il mio “mondo” musicale. Cantare Arie del Sei e Settecento era semplicemente la cosa che mi veniva con più naturalezza, facilità, e che anche mi costava meno fatica. Fin da subito ho cominciato ad ascoltare e leggere Musica Antica con grande voracità, ed ho sempre cercato di frequentare tutti i corsi in cui fosse possibile approfondirne la conoscenza della prassi esecutiva.

Un ruolo che ti ha portato fortuna. Lo canti ancora?

Vengo spesso chiamata per Opere poco note, magari riesumate da manoscritti a lungo dimenticati e per questo non inserite nella consueta programmazione dei teatri, quindi non mi è ancora capitato di ricantare lo stesso ruolo in più di una produzione. Ma non me ne dispiaccio: trovo infatti che la continua novità (frutto della ricerca e conseguente scoperta di preziose perle barocche) sia proprio uno dei punti di forza della Musica Antica.

Qual è il tuo personaggio preferito, quello in cui ti immedesimi di più?

Senza dubbio Donna Elvira del „Don Giovanni“ di Mozart. Conosco tutte le sue strepitose Arie a memoria, mi identifico nel suo temperamento, trovo interessanti e incredibilmente vere tutte le pieghe del suo personaggio. Ma purtroppo è per un’altra voce, non certo la mia.

C’è un cantante, un regista o un direttore che ha influenzato positivamente la tua carriera?


Ce ne sono diversi, ma non uno in particolare.

Cosa ne pensi dell'attuale scena italiana?

Mi sembra assai critica per l’arte e la cultura in generale. Ci sono moltissimi giovani preparati e talentuosi che nonostante studio continuo, sforzi e tenacia non riescono ad inserirsi nel mondo del lavoro e vivono in una continua ed estenuante situazione di precarietà. Spero in una ripresa progressiva nel 2010: voglio essere ottimista.

Hai progetti per l’immediato futuro?
Concerti barocchi in Germania e Svizzera, un videoclip per una canzone Pop e l’acquisto di una Viola da Gamba: sono appena stata ammessa al Conservatorio di Venezia e non vedo l’ora di cominciare a studiare questo meraviglioso strumento!

Una curiosità:La musica che ascolti di sottofondo a casa tua?

Non la musica classica: per quella ho necessità di attenzione e totale silenzio. Ascolto cantautori italiani (Samuele Bersani, Bruno Lauzi, Franco Battiato, i Tazenda), Folk-rock Usa (Indigo Girls, Jim Croce, Simon & Garfunkel), grandi interpreti femminili (Mia Martini, Noa, Tori Amos, Céline Dion) e più in generale tutta la musica Pop che è di volta in volta sulla scena attuale (ultimamente per esempio mi piace molto il britannico Mika: una sorta di “Evirato cantore” del nostro secolo!).

Ramón Jacques

Matthias Goerne Recital - Firenze, Saloncino del Teatro della Pergola.

© 2008 Marco Borggreve for harmonia mundi
Massimo Crispi

Per il ciclo l’Arte del canto (XIII appuntamento), rassegna interna alla stagione degli Amici della Musica di Firenze si è svolto alla Pergola il secondo recital di Matthias Goerne, sempre nel nome di Franz Schubert (il terzo secondo il calendario, ma secondo perché il primo è stato annullato e sarà recuperato il prossimo marzo).
Schubert è particolarmente congeniale a Goerne, e il baritono tedesco ha saputo trasportarci nella sua visione di Schubert, che è un po’ diversa da quella che correntemente si ascolta. La sua superba voce, che non ci dispiace definire regale (se per regale si intende qualcosa di superiore, qualcosa di autorevole, qualcosa di benevolente e paterno in qualche modo, al di là di ogni considerazione filomonarchica da cui siamo distanti anni luce), se non addirittura imperiale, dai connotati netti eppure sfuggenti allo stesso tempo, ha illustrato con grande convinzione questo punto di vista.
E Schubert ha una grande importanza sul lavoro che attualmente interessa l’attività di Goerne: una quasi integrale edizione della sua produzione liederistica, accompagnata da recital, quasi a confermare che non è solo una scelta di lasciare una documentazione ma anche una necessità di comunicare a un pubblico dal vivo le sue interpretazioni, col pathos e il coinvolgimento che solo il recital dal vivo può creare.
Il programma che Goerne ha scelto era suddiviso in quattro parti, in cui si svolgevano alcuni tra i più importanti temi seguiti da Schubert nella sua sterminata produzione. Il primo era dedicato alla classicità e alla visione del mondo antico e mitologico che ne avevano i poeti neoclassici e romantici. E il titolo che Goerne ha dato al suo ultimo CD è proprio Heliopolis, Eliopoli, la città dell’arte in un Egitto dedito al culto della luce, che illuminava gli artisti, i suoi figli più cari. E verso questa luce Schubert era sempre teso, così come verso una terra ideale, sempre in un metaforico viaggio, attraverso il tema del Wanderer, e come pure alla ricerca di un altro da sé, il tema del sosia, del doppio, dell’addio, di una felicità che non albergava nella sua misera stanzetta e nella solitudine artistica nel centro di una Vienna molto oscurantista e conservatrice sotto l’impero di Francesco II/I. I poeti dei brani di questa serata erano i più frequentati da Schubert, Mayrhofer e Goethe in primis, oltre che il quasi omonimo Franz Schober.
Die Götter Griechenlands era il Lied che apriva questo viaggio schubertiano di Goerne, seguito da Philoktet, Fragment aus dem Aischylos, Der etnsühnte Orest e i due Aus Heliopolis. Poi An die Leier, Meeres Stille, Atys e lo Schifferers Scheiderlied. La seconda parte, eccezion fatta per Der König inThule, era più sul tema del viaggio, della natura e degli addii, con Wanderers Nachtlied, Der Hirt, Das Heimweh, Der Kreuzzug e l’ultimo, straziante Abschied. La chiave interpretativa di Goerne in generale era una malinconia di base con dei momenti di rasserenamento e di apertura verso quell’anelito alla luce e alla felicità, una Sensucht che tanto caratterizza l’opera di Schubert e che il baritono ha espresso magnificamente.
La maniera in cui passava da frasi gravi ricche di armonici e sonore, mai spinte ma sempre accompagnate dal sapiente uso dellla respirazione e cesellate con una grande perizia tecnica, al registro acuto sempre morbido e utilizzando un registro misto al falsetto, indugiando sui gruppetti e sulle ornamentazioni, scandendo ogni singola nota in un legato magistrale (chi ha detto che in tedesco non si può legare il canto?), era assolutamente impeccabile e il lavoro di palato e di cavità che riusciva a creare Goerne per dare lo spazio ai suoi mille colori diversi era unico. L’atteggiamento corporeo era quasi allucinato, una faccia spiritata, quasi percepisse i fantasmi schubertiani nel buio della sala davanti ai suoi occhi, impressionante, anche se talvolta il suo sottolineare le sillabe e le vocalizzazioni con piccoli movimenti del corpo poteva apparire un po’ fuori luogo.
Si è detto spesso che Matthias Goerne è l’erede di Fischer Dieskau. Noi non siamo d’accordo. A parte il fatto che la voce di Goerne è molto più interessante di quella di Dieskau, in Dieskau era meno frequente il vero canto, mentre albergava una precisione a livelli maniacali della pronuncia, sacrosanta. Apprezzabilissimo, per carità, però alla lunga Dieskau riusciva a risultare freddo se non gelido, pur se l’artista ha segnato un punto fermo nell’interpretazione del Lied e una sua rinascita. Goerne della pronuncia se ne fregava, al contrario, per privilegiare il canto e in effetti è difficile ascoltare oggi quanta musica ci sia nel canto schubertiano, con una tavolozza di colori sonori a cui non siamo abituati. Che se ne fregasse è naturalmente un’esagerazione per dire che anche se qualche parola e qualche frase non erano eccessivamente chiare o messe a fuoco perché il suono coperto non consentiva un’articolazione idiomatica così precisa, il risultato era comunque eccellente ed emozionante perché, appunto, Goerne faceva scaturire dalla linea vocale schubertiana tutta la sua carica espressiva e immaginifica.
Ma non vorrei che si pensasse che vogliamo tralasciare l’altra metà di questa serata emozionante e a cui Goerne deve certamente parecchio: il pianista Alexander Schmalcz. Dei pianisti con cui lavora abitualmente Matthias Goerne questo è forse il più schubertiano di tutti. Se il baritono tirava fuori tutti i colori del cielo e della terra il pianista tirava fuori anche quelli di tutti gli altri pianeti del sistema solare. Raramente abbiamo ascoltato i liquidi arpeggi di Meeres Stille e la corsa ondeggiante dello Schifferers Scheidelied, eseguiti così appropriatamente e preparatori alla linea del canto, ora sospesa, ora malinconica, ora intrepida. E lo sposalizio della tastiera colla voce di Goerne era sempre all’altezza, mai un punto in più o un punto in meno: l’energia bellica dell’inizio di An die Leier e i successivi molli arpeggi della lira che ha la necessità di cantare solo l’amore offrivano un contrasto di tocchi e di sentimenti che ci hanno affascinato. Der König in Thule, la ballata arcaicizzante che canta Margherita, la triste storia del re e della sua amata che, morendo, gli lascia la coppa da cui lui beve la vita che gli resta giorno dopo giorno, riempiendola di lacrime, ha raggiunto da parte di entrambi altissimi livelli intepretativi così come l’infrequente ascolto di Atys, che offre anche un raro postludio del pianoforte solo, è stato anch’esso uno dei momenti più emozionanti di tutto il recital. Ma uno dei punti di massima tensione, per i pianissimi e per l’atmosfera rarefatta in attesa di una fine che si intuiva ma che non si voleva giungesse, era l’ultimo Lied, Abschied, appunto, Addio. Qui cantante e pianista si sono reciprocamente superati, entrando l’uno nello strumento dell’altro, e, siamo convinti, con una reale partecipazione emotiva. Pubblico contento, inutilmente in attesa di un bis. Con Abschied si era detto tutto.