venerdì 18 ottobre 2013

Teatro Tiberini San Lorenzo in Campo Concerto finale master class Luciana Serra




San Lorenzo in Campo (PU) - Teatro Tiberini

 

Chiusura in bellezza del master di Luciana Serra

incontro-studio di tecnica e interpretazione

di Giosetta Guerra

Nei giorni 11, 12, 13 ottobre 2013 l’Associazione Musicale Mario Tiberini ha ospitato al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo, gentilmente concesso dal Comune, un master di canto lirico con il soprano Luciana Serra, docente di canto all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, che tiene corsi di perfezionamento in varie parti d’Europa.
Se si pensa che dopo San Lorenzo in Campo la Serra terrà un master alla Sorbonne di Parigi, si capisce quale privilegio ha avuto questo piccolo paese dell’entroterra pesarese ad accogliere un evento così importante, che va ad aggiungersi all’ormai noto Premio Tiberini che si organizza qui da ben ventidue anni.
Il nome di questo soprano così famoso, che mette la sua esperienza e le sue competenze al servizio di cantanti che intendono perfezionare la loro tecnica, ha richiamato giovani cantanti lirici da ogni parte del mondo, che hanno soggiornato in loco per tre giorni ed hanno usufruito degli insegnamenti di questa fantastica maestra, la quale ha saputo con garbo e con determinazione individuare e correggere i difetti di ognuno di loro. Dopo soli tre giorni di lezioni, i giovani cantanti non sembravano più gli stessi e, al concerto finale aperto al pubblico, hanno dimostrato di aver migliorato la loro tecnica d’emissione e d’interpretazione. Alla lezione concerto che si è tenuta domenica 13 ottobre alle ore 17 si sono esibiti gli allievi migliori, accompagnati al pianoforte da Mirca Rosciani: Denver Smith baritono sudafricano con l’aria Come Paride vezzoso da L’elisir d’amore di Donizetti,  
 

Mara Paci soprano di Ferrara con Un bel dì vedremo dalla Butterfly di Puccini,  


 

Martina Meacci soprano di Firenze con Vittoria ..Vittoria di Carissimi,  

 




Makiko Sugano soprano giapponese con la cantata 51 di J. S. Bach,  


 
 Stefania Vietri soprano di Potenza con Bel raggio lusinghier da Semiramide di Rossini,  

Angelo Bonazzoli sopranista di Cattolica con un brano dal Giustino di Vivaldi, Vedrò con mio diletto,
Melania Di Stefano soprano palermitano con Son pochi fiori da L’amico Fritz di Mascagni. 

Agli allievi è stato consegnato un attestato di partecipazione e a tutti gli artisti una copia del libro “Mario Tiberini, tenore” di Giosetta Guerra.
Ho parlato di lezione concerto perché la maestra ha diretto col gesto e con lo sguardo i giovani cantanti e li ha corretti al bisogno, facendone partecipe il pubblico, che ha assistito ad un evento nuovo e molto interessante ed ha anche rivolto alla maestra alcune domande. Ma non è 
finita qui.

Luciana Serra, che è stata insignita del Premio Tiberini alla carriera come icona del belcanto, ha fatto ascoltare la sua splendida voce, fresca come un tempo, cantando alcune arie di Rossini, La danza e in duetto con Stefania Vietri La regata, e di Mozart, Là ci darem la mano, in duetto col baritono Nicola Alaimo, ospite della serata e Premio Tiberini d’oro 2011, il quale ci ha deliziato con la cavatina di Figaro da Il Barbiere di Siviglia. Il consenso è stato unanime, il pubblico si è divertito ed ha apprezzato il clima colloquiale e familiare ma anche l’alto livello di questo salotto musicale. Il sindaco ha ringraziato gli artisti e gli organizzatori, promettendo il suo appoggio per future master class, che trovano in questo piccolo bellissimo teatro l’ambiente ideale. Poi tutti gli spettatori sono stati invitati al piccolo buffet a base di farro offerto dalla Pro loco, mentre per gli artisti è stata preparata dal cuoco Silvano Santucci una cena a base di prodotti locali al Ristorante Da Giuliano. Tutti hanno potuto apprezzare i vini Terracruda dell’azienda vinicola di Fratterosa. Prossimo appuntamento dell’Associazione Musicale il 23 novembre alle 20.30 per la serata di gala del Premio Lirico Internazionale Mario Tiberini, che sarà conferito al tenore Gianluca Pasolini e al basso Andrea Concetti.




giovedì 17 ottobre 2013

Jesi, Teatro Pergolesi: L'Arlesiana di Cilea



       Jesi, Teatro Pergolesi

 


L’Arlesiana di Francesco Cilea


Libretto di Leopoldo Marenco dal dramma L’Arlesienne di Alphonse Daudet

Nuovo allestimento in coproduzione con Wexford Festival Opera, dove Rosetta Cucchi ha lavorato per anni.

(29 settembre 2013)

Giosetta Guerra



La musica, cupa e lenta nell’Ouverture, è un alternarsi di suoni laceranti, linee morbide, momenti solari. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana, diretta da Francesco Cilluffo, è ricca di colori e di ricami strumentali, ma anche di sonorità forti che a volte coprono le voci, dovrebbe calibrare il volume. Nell’opera dalla linea narrativa e non melodica si respira un clima mascagnano, c’è violenza in orchestra e nelle voci tirate al massimo fino al grido e spesso in gara tra di loro, ma si nota anche la raffinatezza della preparazione musicale di Cilea.
Nelle effusioni d’amore tra Federico e Vivetta c’è una tensione continua nelle voci, nei dialoghi tra Rosa e Vivetta c’è violenza sia nel canto che nel gesto.

 
Annunziata Vestri, un mezzosoprano dalla voce corposa ed estesa, robusta, resistente e di bel colore in tutta la gamma, è in grado di esprimere tutta la drammaticità di Rosa Mamai, un personaggio che si avvicina nel carattere e nell’aspetto austero a Mamma Lucia di Cavalleria Rusticana. Inginocchiata accanto ad una carrozzina bianca, canta “Esser madre è un inferno”, un grande monologo che non ha una linea melodica orecchiabile, con voce screziata, magnifica in tutti i registri, un accento drammatico intensissimo, un colore denso e penetrante; ottimi i cambi di registro. Bravissima.
Anche il tenore spinto Dmitry Golovnin (Federico) ha una bella gettata di voce, piuttosto chiara e a volte un po’ aspra, ma con fiati lunghissimi sempre in maschera, accento  incisivo, suoni sostenuti e canto sul fiato. Nella solita storia del pastore introdotta da un’orchestra sommessa, l’attacco de “Il povero ragazzo” è morbido; il tenore, pur cantando disteso sopra un tavolo, tiene un’intensità d’accento fin quasi al singhiozzo, un’emissione morbida, suoni lunghi e puliti (“Anch’io vorrei”). Il canto è più vigoroso che patetico, la voce robusta è ben gestita nelle dinamiche ma senza languore.



Mariangela Sicilia (Vivetta) è un soprano squillante di bel timbro, che fa buon uso del fiato, sostenendo il suono, usando le mezze voci e la messa di voce, producendo bei filati, la voce sa essere sia armoniosa che tagliente, il canto diventa lacerante quando Federico la respinge dicendole che non l’amerà mai. Canta benissimo. 

Stefano Antonucci presta una bella voce scura di baritono al vecchio pastore  Baldassarre, il sostegno del fiato nelle arcate melodiche e la naturalezza delle espansioni acute mettono in evidenza l’ampiezza del mezzo vocale e la buona tecnica del cantante.

Metifio guardiano di cavalli  è Valeriu Caradja, baritono con voce rotonda ampissima, ma spesso coperta dall’orchestra; Marco fratello di Rosa è Cristian Saitta, basso corposo e roboante; l’Innocente è Riccardo Angelo Strano, controtenore acuto con vocina aggraziata.

 

 












Il Coro Lirico Marchigiano V. Bellini, preparato dal Maestro Carlo Morganti, è sempre fuori scena, nel terzo atto le femmine con lunghi capelli rossi ricci, vestite di grigio chiaro, passeggiano e cantano con morbidezza.
L’austerità si manifesta anche nei costumi di Claudia Pernigotti: Rosa Mamai porta uno scialle nero su abito grigio, capelli tirati raccolti sulla nuca, Vivetta indossa redingote e baschetto grigi, Metifio è tutto nero, Federico in bianco e nero.
Le luci, curate da Martin McLachlan, sono orientate sui personaggi e la scena è lasciata in penombra. Sì, perché la regia è puntata sui personaggi che vivono una realtà estranea.
La regista Rosetta Cucchi legge l’opera sotto la luce della psicanalisi, che cura le menti alienate scavando nella loro interiorità, esamina la realtà col filtro del passato. E qui di menti alienate ce ne sono: in primis l’Innocente, figlio ritardato di Rosa e fratello minore di Federico, poi Federico stesso ossessionato dal ricordo di una ragazza conosciuta ad Arles e tormentato dall’impossibilità di sposarla a causa della di lei cattiva fama, anche la ritrosia di Vivetta è piuttosto patologica, come la volontà di Metifio di rapire l’Arlesiana. I più sani sono il pastore Baldassarre che con la sua amorevolezza riesce a recuperare un barlume d’intelligenza nell’Innocente, lo zio Marco che asseconda il desiderio di felicità di Federico e Rosa Mamai che, provata dalla vita, tenta di dare buoni consigli al figlio Federico, ma che alla fine cade anche lei nella disperazione.
 

All’inizio di ogni atto la regista fa apparire un piccolo antro scuro che conduce alla realtà o al sogno o al passato o al luogo dei desideri, posti dietro un velatino trasparente, presenta l’Innocente come un cane frustato che si nasconde sotto il tavolo, sottolinea il progressivo deterioramento mentale di Federico, che nella terza parte con aria straniata e impedito nella deambulazione si presenta con una
 

valigetta e accetta inerme le cure della madre, mentre il suo doppio compare in alto dentro una cella di manicomio, o forse è proprio lui quello in alto e il suo doppio è quello in basso, seduto senza forze. Boh! La regista ci lascia volutamente nell’enigma. Anche gli altri personaggi si muovono in base al loro carattere: pacato il pastore, irruente Metifio, possessiva Rosa Mamai, riservata Vivetta.
Sul davanti si svolgono le azioni quotidiane tra pochi arredi e con le scene suggestive di Sarah Bacon.
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 Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi














sabato 5 ottobre 2013

Bergamo - Maria De Rudenz



Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti 2013

Teatro Donizetti 

MARIA DE RUDENZ 

Dramma tragico in tre parti, libretto di Salvadore Cammarano, musica di Gaetano Donizetti

(20 settembre 2013, prima)
Di Giosetta Guerra

  
 
Maria de Rudenz è l’opera della follia, l’amore non è fonte di felicità, ma latore di gelosia, furore e vendetta, i protagonisti sono al di fuori di ogni schema naturale, basti pensare che Maria ha lo strano privilegio di morire tre volte, ritornando in vita le prime due per completare la sua vendetta, sentimento dominante della sua vita, pur essendo monaca, che la porta ad essere assassina e suicida.



Cammarano aveva tratto l’argomento dal terrificante dramma francese “La nonne sanglante ” di Anicet Bourgeois e Julien De Mallian, ma non lo aveva edulcorato abbastanza, infatti quel romanticismo nero non era piaciuto ai suoi contemporanei e la prima dell'opera alla Fenice di Venezia il 30 gennaio 1838 fu un vero fiasco, anche se la musica di Donizetti era curata in ogni dettaglio.
Il compositore, nonostante una certa riluttanza verso tale romanticismo esagerato e  febbrile, trovò nelle convulsioni dell’amore e della gelosia e nel furore della vendetta lo spunto per dare via libera alla sua vena creativa, sperimentò soluzioni melodiche inusuali per descrivere le lacerazioni interiori dei personaggi, caricò di sussulti la tensione di un canto estremo.
Forse è proprio questo clima allucinato a guidare la lettura del regista Francesco Bellotto, che sottolinea l’alienazione mentale dei personaggi, lo stesso tenore che si esibisce seduto su una sedia a rotelle per un reale infortunio, contribuisce ad accentuare le stranezze di questa gabbia di matti.

Per la prima volta Maria de Rudenz entra nel cartellone del Teatro Donizetti di Bergamo e viene ambientata in un rigido luogo con un groviglio di scale e impalcature di ferro fisse di fronte ad un modulo architettonico rimovibile, luogo che può funzionare sia da convento che da manicomio. A volte il modulo viene spostato o viene sollevato per lasciar comparire i luoghi e i personaggi della memoria, come la laguna di Venezia dove Corrado ha trascorso giorni felici con Maria o lo spettro di Maria creduta morta.




In apertura di scena suore nere e bianche si muovono lente su e giù per le scale cantando “Laude all’eterno amor primiero” al suono dell’organo, mentre in basso un malato giace su una lettiga e riceve le cure di una suora e di un infermiere che arriva con un carrello e materiale ospedaliero. Il malato scalzo e con lo sguardo assente, vestito di bianco come i pazienti di un manicomio, è Corrado, forse rimasto sconvolto da ciò che aveva combinato nell’antefatto dell’opera (Corrado era fuggito in Italia con l'amata Maria, negatagli in sposa dal padre di lei, poi, temendola infedele, l’abbandonò nelle catacombe romane), e in preda a costanti visioni di Maria da sola o col presunto amante, materializzate in figure in controluce, proiezioni o apparizioni lampo. L’opera è di difficile comprensione, ricca di rimandi a fatti accaduti, fortunatamente la regia pulita e non cervellotica, anche se incentrata sulla follia dei personaggi, di Francesco Bellotto ci fa comprendere il travaglio interiore dei protagonisti che si esprimono con una gestualità marcata  e una vocalità tutta forza e sussulti. Le scene chiare e luminose e i bellissimi costumi bianchi o neri di Angelo Sala contribuiscono
 
  
 a restituire l’immagine di un’esistenza senza colore, di rosso c’è solo il sangue, le eteree proiezioni e le luci spettrali di Claudio Schmid acuiscono il contrasto tra il chiaro e lo scuro.

  

Vocalmente i protagonisti sono chiamati ad un canto estremo, che i cantanti sostengono con sicurezza fino alla fine. 


 

Dario Solari (Corrado Waldorf) ha voce robusta di baritono, suoni pieni e sonori, con belle arcate nel raccontar la storia al fratello Enrico e un bel fraseggio nei cantabili larghi al pensiero della sua nuova sposa Matilde, di cui è innamorato anche Enrico. Intensa l’interpretazione.
Enrico è appannaggio di Ivan Magrì, un tenore dalla vocalità di bel timbro, spinta e sicura anche nelle proiezioni acute e sovracute. L’accento incisivo e i suoni sostenuti non gli impediscono di usare il canto a mezza voce (“Talor nel mio delirio ”), la dizione è chiara.
Rambaldo, familiare del conte, trova Maria piangente in un angolo del castello di Rudenz (quindi non è morta nella catacomba) e le spiega che il diniego del conte alle sue nozze con Corrado era dovuto al fatto che Corrado era figlio segreto di un assassino, giustiziato per i suoi crimini. Gli presta una bella voce di basso, morbida e rotonda, con bei suoni gravi Gabriele Sagona.


 

Il canto di Maria è quasi sempre di forza, ma Maria Billeri sa unire potenza e morbidezza, acuti aggressivi e mezze voci carezzevoli, piegando una voce lanciata di soprano lirico spinto alle esigenze di un canto melodioso. “Sì, del chiostro penitente ” è una bella prova di belcanto con trilli, variazioni, slanci acuti e sovracuti, scale discendenti, suoni densi e pastosi. “Il tuo core a me togliesti ” è un brano infuocato per la furia di Maria che canta a scatti scale discendenti sopra un’orchestra prepotente, il coro e le altre voci.
La supplica a Corrado di tornare con lei è una pagina di alta poesia e lei la rende con tenerissima linea di canto, poi diventa una furia spietata. Quello di Maria è un ruolo terribile, che Maria Billeri sostiene con rigore vocale e proprietà interpretativa fino alla fine.
Gilda Fiume è un soprano corretto nel piccolo ruolo di Matilde di Wolf e Francesco Cortinovis è il cancelliere di Rudenz.
L’ Orchestra del Bergamo Musica Festival, sotto la guida sensibile di Sebastiano Rolli, restituisce la ricchezza dei colori e delle emozioni di questa bella partitura.

 
Il coro, distribuito in modo artistico, è stato ben preparato da Fabio Tartari.


mercoledì 25 settembre 2013

Rimini concerto per violino e pianoforte



Rimini, Nuovo Palacongressi Auditorium Sala della Piazza

Concerto per violino e orchestra  

dedicato a Cajkovskij 

e a Rachmaninov

Protagonisti la  Cajkovskij Symphony Orchestra
diretta da Vladimir Fedoseyev 
e Julian Rachlin violinista solista  

(02 Settembre 2013)

 Di Giosetta Guerra


Il secondo concerto della rassegna malatestiana al Palacongressi di Rimini era dedicato ai compositori russi Cajkovskij e a Rachmaninov.
La serata si apre con l’Introduzione e Valzer da Evgenij Onegin di Pëtr Il’ič Čajkovskij, una musica trascinante che mette in luce la compattezza del tessuto sonoro dell’orchestra e la voce dei singoli strumenti in un’alternanza di tinte, colori, volumi, intensità del suono.
Segue il Concerto il re maggiore per violino e orchestra op. 35 di Pëtr Il’ič Čajkovskij, in tre movimenti: Allegro moderato, Canzonetta – Andante, Finale – Allegro vivacissimo, aperto dal suono pieno dell’orchestra. Il violino di Julian Rachlin attacca in pianissimo un tema che ci ricorda la Carmen di Bizet, un violino che si destreggia tra suoni delicatissimi, trilli, diminuendo e mezze voci da brivido. I suoni acuti hanno vibrazioni particolari, i suoni gravi sono densi e corposi. La velocità delle dita sulle corde e l’elasticità dell’archetto fanno capire che stiamo ascoltando un virtuoso del violino.  
Julian Rachlin è infatti uno degli artisti più carismatici del momento, la sua interpretazione è intensa e comunicativa, suona lo Stradivari “ex Liebig” del 1704 ed è il solista più giovane che ha suonato con i Wiener Philarmoniker diretti da Muti.
Il tema viene ripreso dall’orchestra e il violino fa le variazioni con saltellati, suoni acutissimi, scale cromatiche discendenti, arcate graffianti, velocissime e poi carezzevoli in un funambolico gioco di piani e forti, di vibrazioni, di linee melodiche e di ornamentazioni virtuosistiche, quasi in competizione con l’orchestra, per poi placarsi nella dolcissima melodia del tema musicale.
Il virtuosismo sfrenato, fitto e insistente, del violinista, che, da grande concertista, suona tutto a memoria, si ripercuote nell’orchestra, diretta con gesto morbido e sicuro da Vladimir Fedoseyev
Le Danze sinfoniche op. 45 di Sergej Vasil'evič Rachmaninov sono una suite orchestrale in tre movimenti: Non allegro, Andante con moto Tempo di valse, Lento assai - Allegro vivace. Il lavoro, completato nel 1940, è l'ultima composizione di Rachmaninov, dà rilievo più alla sinfonia che alla danza, è di forma gradevole ed elegante, di tinta romantica e pone attenzione ai singoli timbri strumentali.
Un ritmo cadenzato e ripetitivo con arcate cupe e dense e strappi di tromba apre il primo movimento Non allegro. Il dinamismo ritmico della partitura si esprime nell’alternanza di sonorità violente e sonorità sommesse in orchestra, nel grande contrasto tra fortissimi e pianissimi; la morbidezza delle voci solistiche degli strumenti a fiato e i lunghi dialoghi tra oboe, clarino, fagotto, pianoforte e archi esternano una melodia ampia e sommessa, che poi esplode in sonorità crescenti e deflagranti scandite dalle percussioni. Tutti gli strumenti, anche i più inusuali come i martelletti, i tamburelli, il triangolo, i piatti e le campane, fanno sentire la loro voce nitida e scandita.
L’amalgama è compatto e si espande nei crescendo, è un fluire costante della massa sonora arricchita dalle fiorettature dei singoli strumenti, dagli strappi degli ottoni e dai colpi della grancassa, fino ai sinistri ed inquietanti squilli di tromba del Dies Irae nel violento, incalzante movimento finale.
Come bis da Sonate e Partite di Bach, Partita n. 2 per violino solo, una romanticissima pagina con la delicatezza dei pianissimo del violino sopra i suoni fluttuanti dell’arpa e poi una pagina dal ritmo vivace e vigoroso, festante come le tipiche danze popolari russe (Sarrabanda).





domenica 22 settembre 2013

Rimini Palacongressi



LXIII Sagra Musicale Malatestiana

Rimini Palacongressi

 
Rotterdam Philarmonic Orchestra in concert, 
diretta da Yannick Nézet-Séguin.

Cantante ospite Anna Caterina Antonacci

Cifra stilistica: la qualità

(27 agosto 2013)

Di Giosetta Guerra

Il bellissimo  Palacongressi di Rimini dalle linee moderne ed aerodinamiche ha ospitato la LXIII edizione della Sagra Musicale Malatestiana che propone concerti d’altissimo livello con orchestre e direttori prestigiosi.

Il Festival si è aperto il 27 agosto 2013 con un concerto veramente d’eccezione: la bravissima Rotterdam Philarmonic Orchestra, guidata dal suo direttore stabile Yannick Nézet-Séguin, ha eseguito due grandi pagine di Pëtr Il’ič Čajkovskij, l’Ouverture-fantasia in Si minore dal poema sinfonico Romeo e Giulietta nella sua versione del 1870 e la Sinfonia n. 6 in Si minore op. 74Patetica” ; la special singer Anna Caterina Antonacci ha cantato i Wesendonck Lieder di Wagner, in omaggio all’anno wagneriano.

Nell’Ouverture di Romeo e Giulietta, lenta e cupa all’inizio, si instaura un dialogo dilatato tra la voce chiara di violini e viole e quelle scure di violoncelli e contrabbassi col sostegno morbido delle percussioni e dei fiati; momenti esplosivi del tutto orchestrale con le arcate robuste degli archi e i ghigni dell’ottavino, con l’agitazione dei violini e la violenza delle percussioni si alternano a momenti di quiete con suoni in dissolvenza dei violini e a sprazzi di luce coi fiati, è un percorso violento che approda alla tregua, dove le voci degli ottoni e dei legni escono dal mare sonoro pieno e trascinante degli archi e si conclude in un clima di serenità con flusso sonoro sospeso e tenuto fino al finale esplosivo. Bravissimi.

L’Antonacci, soprano e mezzosoprano al tempo stesso per l’unicità del timbro vocale, si è cimentata in un repertorio inusuale con eleganza,  
temperamento drammatico,  
forza espressiva, solida tecnica ed eccellente arte interpretativa.

Bellissima, con un magnifico abito verde smeraldo, apre la serie con un lied nostalgico, cantato con emissione morbida, messa di voce,   progressione sostenuta verso l’acuto (Der     Engel=L’angelo); è più aggressiva nella protesta   di Stehe still=Fermati, con slanci acuti, suoni tesi   tipici della vocalità wagneriana, emissione sul fiato, ma poi il canto si ammorbidisce con mezze voci,    pienezza e rotondità del suono in tutti i registri per   esprimere l’estasi che si dilata nel breve delicatissimo finale strumentale riservato ai fiati. Nel lied Im Treibaus=Nella   serra, che accomuna la sorte delle piante a quella umana, l’introduzione delicata col fil di voce degli archi è seguita da arcate dense e sommesse, la   musica è penetrante e tiene scoperto il bellissimo colore vocale  dell’Antonacci che produce suoni densi e rotondi e un bellissimo filato luminoso e tenuto. Schmerzen=Dolori paragona il percorso giornaliero del  sole al ciclo della vita, la musica molto presente è quasi in competizione con le sonorità piene del canto enfatico ed incisivo.L’introduzione strumentale dilatata apre la via alla luminosità del canto in Träume=Sogni.Le pagine non sono orecchiabili, ma molto intense, la voce dell’Antonacci è splendida, la tecnica vocale d’alta classe, l’interpretazione mirabile.

La seconda parte del concerto si apre con la voce sommessa del fagotto seguita dalle arcate cupe e lente delle viole e dei contrabbassi, un gioco d’archi e di legni con “pertichini” di tromba porta alla vivacità del tutto orchestrale, poi la dolcezza del suono a mezza voce dei violini che attaccano in pianissimo il noto tema sognante della Patetica e lo dilatano in crescendo (magnifico vedere tutti gli archetti che si muovono all’unissono), tema ripreso dal clarino con suono morbido in dissolvenza verso il registro grave, infine l’esplosione e l’agitazione di tutti gli strumenti, la velocità rapidissima degli archi e il ronzio dei calabroni, lo strappo lacerante degli ottoni e delle percussioni sul lamento dei violini e la dolcezza dei flauti. All’Andante mosso – Allegro non troppo segue l’Allegro con grazia. E con vera grazia il ritmo danzante è tenuto dalla leggerezza dell’orchestra, che produce uno scintillio di colori nell’Allegro molto vivace e sonorità più morbide e intime nel Finale in pianissimo dell’Adagio lamentoso.

Molto partecipe il giovane direttore Yannick Nézet-Séguin, che con l’autorevolezza del gesto e l’energia dello sguardo, ha condotto l’orchestra senza partitura nel variegato e tormentato mondo di Čajkovskij. Ề un’orchestra che colpisce per la bellezza dell’impasto e dell’amalgama sonoro e la precisione dei singoli strumenti,  colpisce anche l’occhio la sincronia di movimento degli archetti. 

Un concerto di qualità. Pubblico soddisfatto.