domenica 26 maggio 2013

JESI - FESTIVAL DELL’OPERA DA CAMERA



JESI
GRANDE SUCCESSO AL FESTIVAL DELL’OPERA DA CAMERA
“Pimpinone” ridà vita a Palazzo Pianetti
(12 maggio 2013)

Una rara partitura di Albinoni agli albori dell’opera buffa

Servizio di Antonio Revelli

 
Erano già diversi giorni che il centro storico di Jesi risuonava di musica dalle finestre dei palazzi antichi: sotto Palazzo Colocci e Palazzo Pianetti i passanti alzavano gli occhi incuriositi e sorpresi da quella piacevole e strana novità. Poi, finalmente il disvelamento del mistero: non era altro che il nuovissimo Festival dell’Opera da Camera –promosso dalla Fondazione “Lanari” e dal Comune di Jesi- di cui nei diversi palazzi si stavano tenendo le prove musicali, di regia, di allestimento, del primo titolo in cartellone. E proprio nella magnifica Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti, domenica 12 maggio 2013 se ne è avuta la première: in scena l’intermezzo buffo in tre parti “Pimpinone”, un piccolo capolavoro di Tomaso Albinoni, autore assai poco rappresentato ma che meriterebbe invece un recupero di interesse. 
Il Festival si distingue infatti proprio per la proposta di un repertorio storico di rara esecuzione, realizzato non in spazi teatrali istituzionali bensì nei “saloni della musica” delle più belle e importanti dimore storiche della Città. Lo spettacolo inaugurale del Festival non poteva essere più stimolante e significativo dal punto di vista artistico e culturale: “Pimpinone” di Albinoni è un lavoro non solo molto bello ed elegante musicalmente, ma importantissimo dal punto di vista storico e musicologico perché ben 25 anni prima di Pergolesi e della sua “Serva padrona" apre la via alle dinamiche sociali che anticipano in teatro l’affermazione femminile nella società. Tra le poche composizioni teatrali di Albinoni giunte fino a noi, “Pimpinone” debutta a Venezia nel 1708, al Teatro San Cassian, come intermezzi buffi per l’opera “Astardo” di Albinoni stesso: accolta con grande favore, la deliziosa partitura ha avuto poi all’epoca diffusione in molti teatri d’Europa. Si tratta davvero di un piccolo gioiello musicale e teatrale, che anticipa il tema serva-padrone di tanti lavori successivi, con un tratto però di ancor più moderna spregiudicatezza nella realizzazione sociale femminile, grazie a un senso civico della “libertà” avanzato e consapevole, forse proprio a motivo dell’ambiente culturale veneziano per il quale l’opera è scritta. Vespetta, il personaggio femminile dell’operina, arriva infatti a fare al coniuge esplicita richiesta di libertà sociale (“già lo sai, vo’ libertà”) e a dichiarare apertamente che “compagne son le mogli e non già schiave”, denotando tutto un mondo che è assolutamente impensabile nella “Serva padrona”, come nelle stesse società del tempo di altri Stati, quali il Regno di Napoli in cui debutta nel 1733 il capolavoro pergolesiano. Da notare, in aggiunta, che la consapevolezza civica di  Vespetta giunge ad affrontare il marito non con le consuete armi femminili della seduzione o delle lacrime, ma in punta di diritto: minacciandolo di chiedere il divorzio! Una modernità del racconto teatrale ben appaiata a quella del tessuto musicale che lo incarna, in una corrispondenza estrema tra gesto scenico e frase musicale che già anticipa il realismo successivo dell’opera buffa, peraltro attraverso una raffinatezza di scrittura non comune: ce n’è davvero non solo per rilanciare all’attenzione un autore dimenticato qual è Albinoni, ma anche per  guardare con occhi nuovi la stessa periodizzazione storica dell’evoluzione dei generi operistici come oggi li consideriamo. Di questo va senz’altro dato merito agli organizzatori del Festival. Lo spettacolo, per la regia di Gianni Gualdoni, si è inserito alla perfezione nell’incantevole scrigno coevo di Palazzo Pianetti, con una tale naturalezza da far sembrare ai presenti che il Palazzo fosse tornato ad avere vita propria con momenti di quotidianità dell’epoca: il palcoscenico sistemato in una delle due esedre, con mobilia dell’epoca e la magnificenza stessa delle pareti decorate a fare da scenografia reale, ridava sapore teatrale al Palazzo come nelle serate musicali offerte al tempo dalla ricca Famiglia dei Marchesi Pianetti. Una regia molto elegante e raffinata, attenta a sottolineare al meglio il dettato della partitura, resa tanto più spettacolare dagli splendidi costumi appositamente realizzati da Giuliana Gualdoni. In scena due bravissimi cantanti marchigiani, la mezzosoprano Beatrice Mezzanotte (Vespetta) e il basso buffo Davide Bartolucci (Pimpinone). Artisti emergenti già in carriera in importanti teatri d’opera nazionali, che hanno reso un’interpretazione di alto rango: piena padronanza scenica della Mezzanotte, alle prese con un difficile e sfaccettato personaggio di “mentalità sopranile” ma scritto per la tessitura del mezzosoprano, di cui non ha mancato d'esprimere tutti i chiaroscuri musicali e le varie inflessioni, ora acute e ora gravi; grande mestiere di Bartolucci, nel disegnare un carattere buffo senza scadere nel grottesco (rischio insidioso, in questi casi) e nel sostenerlo con una cantabilità raffinata, ricca di sonorità grazie ad un materiale vocale importante che riesce a padroneggiare egregiamente. L’orchestra era l’Accademia dei Filarmonici, interessantissimo ensemble che suona con strumenti antichi, che ha fornito
un’esecuzione di grande qualità,con proprietà interpretativa di alta scuola.

Un folto pubblico ha gremito la platea, tributando calorosi consensi ad un appuntamento che si è rivelato davvero raro e certamente resterà a lungo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere presente.                                                                
 

lunedì 29 aprile 2013

Norma al Teatro Comunale di Bologna



Bologna – Teatro Comunale

NORMA  di Bellini nelle nuova interpretazione di Mariella Devia
(recita del 18 aprile 2013)

Di Giosetta Guerra

Bellini compose Norma per Giuditta Pasta (Norma), Domenico Donzelli (Pollione) e Giulia Grisi (Adalgisa). Il libretto di Felice Romani deriva da Norma ou l'infanticide di Alexandre Sourmet, basato sul conflitto interiore della sacerdotessa che per amore infrange i suoi voti (vedi Les Martyrs di Chateaubriand e La Vestale di Spontini), incupito dal tema dell'infanticidio (qui non perpetrato) come vendetta per il tradimento amoroso, tratto dalla tragedia greca (vedi Medea di Euripide), sullo sfondo di scene di massa monumentali, con gli antichi riti celtico-barbarici nella sacra foresta druidica. Temi classici visti in chiave romantica con personaggi più umani e un finale incentrato sulla ritrovata responsabilità dell'individuo (Norma si autoaccusa pubblicamente scagionando Adalgisa e affronta il sacrificio supremo sul rogo seguita da Pollione pentito, realizzando così l'eterna unione degli amanti nella morte). La tragedia lirica in due atti debuttò al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre 1831.
Come nell'edizione originale, l'opera belliniana tra le più difficili e temute, banco di prova per le grandi voci, è andata in scena al Teatro Comunale di Bologna con due soprani e,  in omaggio all’anno wagneriano, è stata inserita l’aria per basso scritta da Wagner "Norma il predisse, o druidi" al posto di "Ah! Del Tebro al giogo indegno"  (atto II scena V).
L’evento della serata era proprio il debutto di Mariella Devia nel ruolo impervio di Norma, tramandato alla storia nientemeno che da Maria Callas.
L’eccellente tecnica di canto, l’intelligenza e il rigore stilistico le hanno permesso di usare in modo eccelso le sue qualità vocali al fine di superare egregiamente l’arduo compito, proibitivo per un comune soprano lirico leggero di coloratura, ma non per lei.
Belcantista di rango, formatasi alla scuola di Rossini, la Devia ha sciorinato cromatismi vocali da brivido, audaci salti verso acuti astrali bilanciati da bellissime rapide scale discendenti; fioriture, arpeggi, trilli, gruppetti, acuti, sovracuti zampillavano con estrema naturalezza e fluidità, ma anche i centri e i gravi erano pieni e rotondi, aggiungiamo l’uso magistrale della messa di voce e del canto sul fiato, il cesello dei pianissimo e dei melodiosi e ricamatissimi filati di seta, il suo noto fil di voce udibilissimo, la pulizia assoluta del suono, l’accento perfetto, i suoni scanditi e ben tenuti, la dizione chiara, l’emissione ineccepibile, ed assisteremo ad un’eccellente lezione di canto.
La Devia ha mantenuto una perfezione di canto sorprendente fino all’ultima frase, un coinvolgimento crescente e contagioso e un progressivo potenziamento del mezzo vocale sia in peso che in volume, attuando  l'arcaico legame tra canto e parola richiesto da Bellini.
Scendendo nel dettaglio Mariella Devia ha cesellato con perfezione di stile la melodia purissima dell’inno alla luna (“Casta diva”) creando una rarefatta atmosfera di grande poesia, è stata straordinaria nella furia (Trema per te, fellon…Oh, di qual sei tu vittima), espressa con voce corposa e suono  denso.
Nel confronto con Pollione smascherato (“In mia man alfin tu sei”), col noto accompagnamento a nenia eseguito con eleganza, la veemenza e la possenza di lei si intrecciavano col canto spiegato di lui; nella scena del tribunale il salto ascendente rinforzato e poi discendente della confessione di colpevolezza “son io” è stato semplice per la Devia, che ha espresso con canto purissimo costellato di lamine acute il cocente dolore del tradimento (“Qual cor tradisti”).
Nei magnifici duetti femminili, in cui prevale l'elemento melodico che trasforma in canto puro gli stati d'animo e i sentimenti, la Devia e la Remigio in perfetta sintonia vocale hanno intessuto un’armonia di voci e di colori: la voce della Devia ha una sonorità tridimensionale, è una sfera morbida e levigata cosparsa di melodiosità e vibrante di fuochi d’artificio, la voce della Remigio è una linea sinuosa intrisa di musicalità e dolcezza.
Scenicamente Norma era una giovinetta coi capelli sciolti.
Carmela Remigio nel ruolo di Adalgisa ha esibito voce leggera di bel timbro ed ha cantato benissimo, con facilità d’accesso al registro acuto, abilità a percorrere scale discendenti,  buona linea di canto, padronanza d’emissione, ottimi acuti, è stata garbata nel porgere e brava nell’uso del filato e della mezza voce, comunque si è sentito il passaggio dalla naturalezza e pienezza dei suoni centrali alla leggerezza di quelli gravi.
Aquiles Machado nel ruolo di Pollione ha cantato con accento appropriato ed ha permeato di sentimento una voce sonora, robusta e di bel colore, ma, usando poco la tecnica del canto in maschera, ha evidenziato una certa difficoltà nel salire verso la tessitura acuta, emettendo suoni tesi e poco fermi.
Oroveso, una bella figura giovanile con lunghi capelli biondi, è stato interpretato dal basso Sergey Artamonov con voce lunga, ampia ed estesa ma un po’ trattenuta, voce robusta e possente da rifinire, linea di canto sregolata da rimodellare.
Alena Sautier (Clotilde) ha esibito una buona voce di mezzosoprano, Gianluca Floris (Flavio) è un tenore chiaro, corretto.
La complessa e articolata narrazione della partutura è stata cesellata dal M° Michele Mariotti alla guida dell'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Nella bellissima ouverture, trascinante nel ritmo e nelle tinte, differenziate dal timbro delle varie sezioni strumentali e dei singoli strumenti, ha tenuto sonorità alte nei tempi concitati e leggeri nelle parti più distese. L'orchestrazione eloquente e ricca di tensione drammatica ha funzionato come sostegno coloristico delle melodie e delle pagine corali, in stretta sintonia con le voci e con le atmosfere. La trama narrativa non presenta fratture tra arie e recitativi e si conclude con una coralità assoluta di grande suggestione. Il tessuto orchestrale è variegato e delicato, quasi un ricamo, sotto il dialogo delle due donne, di cui a volte lascia scoperte le voci, è pervaso di fremiti nella scena del delirio assassino di Norma; nelle pagine di maggior furore di Norma l’orchestra tace.
L'energia e la veemenza delle masse, che fanno da contraltare all’ansia romantica dei protagonisti, hanno trovato sfogo nelle sonorità maestose, nella pienezza del suono e nella compattezza delle voci del magnifico e poderoso Coro del Comunale,  preparato e diretto da Andrea Faidutti. Bravissima la sezione maschile per il rispetto delle dinamiche vocali, la potenza e l’espansione del suono, l’amalgama sonoro.
L’allestimento in bianco e nero con qualche pennellata di colore era quello col quale Tiezzi debuttò nell’opera lirica al Petruzzelli nel 1991, e anche in questa sede portava la firma del regista Federico Tiezzi, aveva le scene bianche e nere di Pier Paolo Bisleri, i sipari e i fondali dipinti da Mario Schifano, i costumi prevalentemente bianchi (tranne il magnifico abito viola della Devia nel 1° atto) di Giovanna Buzzi, le luci appropriate di Gianni Pollini.
Un allestimento stilizzato e moderno, che non rispetta le tinte e le forme dei luoghi descritti dal libretto. Le atmosfere non vengono definite dagli ambienti: niente clima boschivo sereno, niente orrenda selva, niente arredi, solo alcuni elementi indispensabili e fondali dipinti. Al centro del palcoscenico vuoto una sorta di onnipresente cassapanca marmorea è usata come altare, come letto, come panca, come tavolo di tribunale, la foresta è sintetizzata nello schizzo di un albero che cambia colore, con radici profonde nella terra e un triangolo nella parte superiore; la luna non è quella romantica ma quella astronomica, è un’enorme sfera accidentata che viene sollevata a scomparsa proprio nel momento del canto alla luna. I Druidi indossavano tuniche bianche e corazze di cuoio.
La regia, per lo più statica, ha composto gradevoli quadri d’insieme, suggestive scene di massa e figure di gusto ellenico col supporto ben studiato delle luci. Nella breve pagina corale “Guerra guerra” nella disposizione del coro ho visto un monumento ai caduti.


lunedì 15 aprile 2013

DUUM, Teatro Fortuna Fano



TEATRO DELLA FORTUNA | Fano – mercoledì 10 aprile 2013

DUUM  con i SONICS virtuosi a mezz’aria.

Esclusiva regionale
  
 Di Giosetta Guerra

DUUM, parola onomatopeica che rappresenta il rumore del salto, è l’ultima opera di Alessandro Pietrolini, fondatore della compagnia Sonics, e di Ileana Prudente; narra la fantasiosa storia degli abitanti di Agharta che dal mitico regno al centro della terra, dove sono imprigionati, vogliono emergere in superficie per raggiungere la libertà. Alessandro Pietrolini è anche autore dei testi e regista dell’opera insieme ad Antonio Villella, Ileana Prudente e la danzatrice Irene Chiarle hanno creato i costumi, Niki Casalboni si è occupato delle luci e degli effetti speciali.
I continui sforzi, a volte ironici a volte poetici, di compiere il DUUM, ovvero il salto verso l’alto, sono compiuti dai protagonisti acrobati, mentre un uomo mascherato con fiaccola in mano, muto e onnipresente, dà fisicità alla voce recitante fuori scena che narra le fasi  dell’autoliberazione degli abitanti di Agharta. Quella del mostro è un’inquietante presenza di disturbo (un bambino si è anche spaventato all’inizio e poi si è addormentato), la narrazione è inutile e pleonastica, sia perché la storia non si è proprio capita (io l’ho letta sul comunicato stampa, ma gli spettatori non l’hanno letta in nessun posto), sia perché uno  spettacolo di acrobati volanti e danzatori non ha bisogno di una trama.
La nostra attenzione si è concentrata sulle magiche e virtuosistiche acrobazie dei Sonics (compagnia tutta italiana composta di quattro donne e quattro uomini) che hanno tenuto col fiato sospeso, con la bocca spalancata e con gli occhi sgranati gli spettatori del teatro della Fortuna di Fano, che hanno applaudito continuamente anche a scena aperta.
Corpi fisicamente perfetti, armoniosi quelli delle ragazze in bikini, scolpiti quelli dei ragazzi a dorso nudo, si sono prodigati in evoluzioni e contorsioni a terra e in aria al limite dell’impossibile, si sono esibiti in assolo, in coppia, in trio e in insiemi di estrema difficoltà e suggestione su attrezzature mobili, sospese e fisse, in esercizi acrobatici simili a quelli circensi  con una tecnica perfetta basata sull’equilibrio, sull’agilità, sulla potenza muscolare delle braccia e sulla grazia del movimento, frutto di un lavoro certosino e perfezionistico.
Le figure d’insieme restituiscono plasticità, armonia e leggerezza, le ragazze sono snodate e morbide (si son viste delle spaccate oltre i 180° gradi di apertura), i maschi dotati di una muscolatura di ferro, hanno dato dimostrazione di forza dinamica, di equilibrio che sfida il baricentro, di concentrazione estrema, è proprio il caso di dire "datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo".
Difficile descrivere i numeri, bisogna vederli, la vista soddisfa più della parola. Come descrivere infatti la levitazione (parola impropria perché il sollevamento avviene grazie ai muscoli e non alla magia, ma rende l’immagine) di due corpi maschili sospesi orizzontalmente a bilancia col solo appoggio di un braccio a terra, o l’equilibrismo sovrumano del ragazzo ai blocchi posizionati su un piedistallo a due o tre metri di altezza, o l’agilità e la potenza delle braccia di quello che si arrampica come una scimmia al palo, tipo lap dance, e assume posizioni trasversali reggendosi su un solo braccio? Questo acrobata veramente formidabile si chiama Lucio Rizzi (l’ha focalizzato mio nipote nella rapida presentazione finale degli artisti). O ancora le spericolate evoluzioni in aria delle ragazze aggrappate l’una all’altra su una sorta di lampadario roteante o gli esercizi acrobatici ai nastri, ai cerchi, alla corda
e al trapezio?  O l'idea registica di far sbocciare enormi fiori azzurri in scena nel finale? 
Insomma andate a vederli.
Tutti sono straordinariamente bravi, ma posso dirvi solo i nomi, vista la precarietà del programma di sala. Eccoli: Claudio Bertolino, Giorgio Richetta, Micol Veglia, Viola Cappelli, Irene Chiarle, Federica Vaccaro. Perché non farli conoscere prima o durante lo spettacolo per far uscire l’artista dall’anonimato ed attribuirgli il giusto merito?
Le luci hanno avuto un ruolo importante, i giochi e gli intrecci luminosi prodotti dalle teste rotanti dislocate in punti strategici hanno creato le atmosfere, tuttavia il magico fascio di luce verde smeraldo, proiettato dal fondale verso il fondo della sala in apertura di spettacolo per dirigere l’attenzione degli spettatori verso gli artisti che nel buio entravano dalla platea con palle luminose in mano, lasciava presagire una maggior ricchezza di giochi luminosi.
La musica aveva caratteri diversi secondo le situazioni.
La compagnia nata nel 2001 ha collezionato straordinari successi in tutto il mondo. Tra tutti la Cerimonia di Chiusura dei Giochi Olimpici di Torino e la Cerimonia di Inaugurazione dello stadio olimpico di Kiev per gli Europei di Calcio 2012.








domenica 31 marzo 2013

Fano-Teatro della Fortuna-FALSTAFF



Fano - Teatro della Fortuna (22, 24 marzo 2013)


  FALSTAFF di Giuseppe Verdi

commedia lirica in tre atti, libretto di Arrigo Boito tratto da “Le allegri comari di Windsor” di Shakespeare.


Allestimento sognante e cantanti giovani per l’opera comica del grande vecchio

Recita del 22 marzo 2013, recensita da Giosetta Guerra

Dal Concorso Giordani, tenutosi l’anno scorso al Teatro della Fortuna di Fano al fine di formare il cast di Falstaff, sono usciti sei cantanti: il ventinovenne baritono casertano Sergio Vitale (Falstaff), il baritono moldavo Valeriu Caradja (Ford, marito di Alice), il tenore italo argentino Pablo Karaman (Fenton), il ventiseienne basso catanese Emanuele Cordaro (Pistola), il ventisettenne soprano russo Zhala Ismailova (Mrs Alice Ford) e il soprano Maria Elena Lorenzini (Nannetta).

Anche gli altri sono giovani promesse: il tenore Matteo Mezzaro (Dr Cajus) di 28 anni, il tenore palermitano Cosimo Vassallo (Bardolfo), il mezzosoprano moscovita Anna Konovalova (Mrs Meg Page) di 28 anni, tranne una che le sue promesse le ha ampiamente mantenute nel corso della sua onorata carriera, il noto mezzosoprano Elena Zilio, che ha sostituito all’ultimo minuto l’infortunata Hye Young Choi nel ruolo di Mrs Quickly

I giovani sono stati introdotti all’opera e seguiti nella preparazione dalla brava pianista e spartitista Mirca Rosciani, poi ci ha pensato il noto regista Ivan Stefanutti ad istruirli per il palcoscenico e ne è uscito uno spettacolo bellissimo nell’allestimento e in gran parte piacevole sul versante musicale, con tre vincitori assoluti: Stefanutti, Zilio, Vitale.

Ivan Stefanutti, che si è occupato di regia, scene e costumi, ha esaltato la poesia del colore, la chiarezza delle forme, la cura del dettaglio, l’originalità dell’invenzione, l’ironia del gesto e dell’espressione.

Il regista ha infuso leggerezza anche a personaggi che potrebbero essere triviali o sguaiati,  ha disposto in modo artistico i gruppetti di donne e di uomini e ha creato quadri di estrema eleganza con le masse, nel contempo ha spinto al massimo la tensione nel momento dello scherzo beffardo e ha vivacizzato il movimento in scena senza creare confusione. Fantastico!

Gli ambienti descritti nel libretto non sono stati snaturati ma filtrati dalla creatività del regista scenografo e cambiati con un semplice spostamento del fondale.

L’osteria della Giarrettiera era rappresentata da due coperchi di botte di rovere, uno enorme davanti al quale stava Falstaff con una damigiana e uno piccolo che fungeva da porta, dominava il colore caldo del legno e dei fumi del vino. 




La stanza della casa di Ford, dove le comari
intessevano la burla, era luminosa e vivacizzata da lenzuola color pastello stese, usate anche come nascondiglio per i personaggi, da un lato c’era il cestone di vimini dove era nascosto Falstaff. 

Il parco di Windsor, grazie allo scintillio dei costumi, al gioco cromatico delle luci, ai movimenti di inquietanti e contorti fauni bianchi che si aggiravano e poi sostavano intorno e dentro un grande tronco cavo, formando una scultura spettrale, e grazie alla presenza di una moltitudine di gente investita di luci e fumi rosati e azzurrini, aveva la magia del regno delle fate. Una scena poetica, bellissima: quasi quasi ci si aspettava di veder spuntare Oberon e Tatiana.

Bellissimi i costumi di foggia classica in perfetta simbiosi coi personaggi che li indossavano, cura particolare degli accessori e delle acconciature, restituzione assoluta delle atmosfere: densa e calda  nell’osteria della Giarrettiera, frizzante e leggiadra a palazzo, eterea e sognante nel parco reale di Windsor.

Mai un Falstaff mi è rimasto negli occhi e nella mente come questo, è un Falstaff che,  senza tralasciare il sogno, i desideri e le fantasie, è impostato più sulla curiosità e sulla giocosità che sulla comicità e sul grottesco; che poi alla fine la realtà lasci “tutti gabbati” lo sapevamo già. Le magnifiche luci erano di Angelo Ticchiati.

Sul versante vocale la bravura di Falstaff e di Quickly ha focalizzato l’attenzione dello spettatore, che ha sorvolato sulle incertezze di qualche altro.

Di Elena Zilio non avevamo dubbi, il palcoscenico è il suo habitat naturale,  la voce è screziata, il timbro accattivante, la dizione chiara, il modo di porgere molto curato; è un gran personaggio, una  Quickly  scaltra, dall’attenzione pronta e dai modi ironicamente garbati.

La rivelazione della serata è stato il baritono Sergio Vitale, sul quale il regista ha fatto un’operazione sorprendente: già alto di natura, il giovanotto è stato opportunamente gonfiato, con un pancione in primo piano che lui gestiva a meraviglia, le movenze e le pose erano quelle tipiche del ciccione, la deambulazione pesante e a volte insicura, la mobilità della mimica facciale e quei colpi di pancia che precedevano l’attacco del discorso erano esilaranti. Un Falstaff da manuale scenicamente ma anche vocalmente. Il baritono ha esibito voce ampia di bel timbro, capace di espandersi in larghe arcate, di piegarsi al canto a mezza voce, di addolcirsi nel far l’amoroso e di alleggerirsi fino al comico falsetto (“Io son di Ford”) con morbida linea di canto, buoni appoggi, dizione chiara. In tutta l’opera prevale il canto d’insieme e quello delle comari è condotto con leggerezza teatrale. Tutti i cantanti erano preparati, ma con alcune cose da migliorare nell’emissione e nella dizione.


Anna Konovalova (Meg) ha vocalità decisa, estesa, debole nei gravi, tagliente negli acuti;

Matteo Mezzaro (Dr Cajus) ha voce acuta, suono deciso e sostenuto, dizione chiara;  Pablo Karaman (Fenton) è un tenore flebile che stringe gli acuti; Maria Elena Lorenzini (Nannetta) ha tenuto a lungo un bellissimo filato nel duetto con Fenton alla fine del 1° atto e, vestita da regina delle fate, ha cantato la dolcissima aria “Sul fil d’un soffio etesio  con voce di bel timbro ma purtroppo tremolante; Valeriu Caradja (Ford) ha voce estesa, canta bene ma dovrebbe eliminare il vibrato.

 





Bravo come sempre il Coro del Teatro della Fortuna M. Agostini,  diretto da Lorenzo Bizzarri

L’Orchestra Sinfonica Rossini, diretta da Roberto Parmeggiani,  ha restituito la varietà dei temi e la ricchezza dei colori e dei ritmi presenti nella partitura di Falstaff, ma in alcuni momenti non è riuscita a contenere le sonorità, disturbando l’ascolto e coprendo le voci.



venerdì 15 marzo 2013

ASSOCIAZIONE LIRICA 

MARICO DEL MONACO 

DI MODENA

Teatro Carani, Sassuolo (Modena)

Domenica 24 Marzo, ore 16.00


Premio Lirico Mario del Monaco 

al tenore Gregory KUNDE

concerto con la partecipazione degli artisti:

Soprano - Jessica NUCCIO

Mezzosoprano - Manuela CUSTER

Basso - Claudio LEVANTINO

Al pianoforte il M° Giuliana PANZA



Prenotazione: Tel. 059/510421 cell: 335 334861 
email: renatoghelfizoboli@yahoo.it

Prezzi:
10 euro per i nostri associati ed ai soci delle Associazioni Liriche "amiche", 
15 euro per tutti gli altri partecipanti.

sabato 9 marzo 2013

Torino-Teatro Regio-Don Giovanni

 Torino, Teatro Regio – Stagione d’opera 2012-2013



I DUE CAST DEL DON GIOVANNI
(15 febbraio 2013 prima con primo cast, 16 febbraio replica con secondo cast)

Servizio di Giosetta Guerra

Don Giovanni, dramma giocoso in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte, è stato proposto al Teatro Regio di Torino con l’allestimento della stagione 2004-2005, che vide Michele Placido debuttare come regista d’opera, regia ripresa e curata oggi da Vittorio Borrelli, a fianco di Maurizio Balò come scenografo e costumista, Andrea Anfossi come light desiner, Tiziana Tosco per i movimenti coreografici, Saverio Santoliquido come direttore dell’allestimento.
La scena è prevalentemente scura ed è appesantita dalla costante presenza di un greve sipario di velluto nero bordato di fregi dorati che allude alla morte, perché somiglia  alla coperta di un catafalco. Per i cambi scena si effettuano molte chiusure di sipario, davanti al quale vengono cantate arie solistiche, duetti e terzetti; la scena d’apertura con lampione ritorna più di una volta e così il muro grigio sormontato da vasi di agavi, è un alto muro anche il balcone di Elvira da cui scende un lenzuolo bianco per far nascondere Don Giovanni mentre Leporello finge di essere il Don che canta Deh vieni alla finestra, davanti al cimitero con statue e tombe c’è ancora un muro sul quale interagiscono servo e padrone. Il colore arriva alla fine ed è un rosso violento: nella sala da pranzo del Don affrescata con figure diaboliche ed erotiche, nella scena della morte del protagonista con il fuoco dell’inferno. 








Spiritoso l’incontro di Zerlina e Masetto dopo il “fattaccio”. 
Lepore e Alvarez
Geniale scelta registica quella di far rispondere la statua del commendatore, un angelo con la spada, col movimento delle ali e con un flash di luce in viso.
Originale l’idea di aprire e pareti della stanza della cena e di far entrare tutto il gruppo marmoreo del 
cimitero tra fumo e luce livida sulla faccia del Don, che si arrampica sulla statua e viene inghiottito con tutto il blocco. Genialissima la trovata di far risbucare dal sipario Don Giovanni, dopo il canto liberatorio, mostrando solo il viso con una risata beffarda nel 1° cast, presentandosi con tutta la sua fisicità nel 2° cast, perché in realtà Don Giovanni sarà sempre presente, anzi sembra aver trasmesso i suoi vizi ad Elvira che alla fine strizza l’occhio a Leporello.
Ho trovato alcune imprecisioni:  
nell’aria “Il mio tesoro intanto” Don Ottavio chiede 
agli altri di andare a consolare Donna Anna, ma, 
quando pronuncia la frase “Ditele che i suoi torti 
a vendicar io vado”,  gli altri se ne sono già andati; 
nella scena del cimitero c’è poco terrore e troppa luce, i due se ne stanno in piedi sul muretto a zuzzurellare e c’è più luce al cimitero di notte che altrove di giorno, manca la luce anche nell’assieme finale.
Gli abiti sono belli e di foggia moderna.
Il clavicembalista e direttore d’orchestra Christopher Hogwood alla guida dell’Orchestra del Regio tiene tempi un po’ lenti e poco incisivi nelle parti dell’ouverture che annunciano il dramma, più mossi nelle pagine frizzanti e giocose dove emerge la leggerezza dei violini, in corso d’opera osserva il rispetto delle voci e il dettato della partitura.
 
Cantanti del primo cast

Carlos Álvarez  è un Don Giovanni concreto e diretto, canta bene e con dizione chiara, ma senza entrare nel linguaggio intrinseco alla psicologia del personaggio, la canzonetta “Deh vieni alla finestra” accompagnata dal mandolino, il  duettino con Zerlina “Là ci darem la mano”, il pezzo di bravura di “Fin ch’han dal vino”, tanto per fare degli esempi, dovrebbero essere interpretate in modo differenziato; la voce baritonale dal timbro scuro e dal suono talvolta cupo non ha problemi ad affrontare la tessitura acuta, ma dovrebbe acquistare in morbidezza per rendere tutte le sfumature del canto mozartiano (Ramey docet) e mantenere pienezza ed efficienza fino alla fine (“Viva le femmine”).
Il basso Carlo Lepore, versatile e spigliato nelle vesti di Leporello, si impone per una vocalità ampia, estesa, timbrata, duttile, di bel colore e di notevole spessore in ogni registro, porge con eleganza e pastosità del suono, abilissimo nel canto sillabato e scandito, preciso nel canto e nelle variazioni, dà spessore alla frase che accompagna con mimica adeguata.
Il tenore tedesco-croato Tomislav Mužek (Don Ottavio) canta bene, ha voce chiara e fiati tenuti, fa belle variazioni nell’aria «Il mio tesoro intanto», ma una maggior flessibilità gli avrebbe evitato la stecchina nel canto finale.
Il baritono Federico Longhi (Masetto) è un bravo interprete, ma fiacco dal punto di vista vocale.
Il basso José Antonio García è una figura imponente nel ruolo del Commendatore, che da fuori campo fa giungere una voce inquietante con suoni lunghi, ma ingolata, poco sonora e poco gradevole.

Tra le femmine il soprano Eva Mei è una Donna Anna elegante e musicale, 


 
Mužek, Mei, García

emerge per pulizia vocale, fraseggio accurato, emissione sul fiato, luminosità nella tessitura acuta, scarsa densità dei suoni gravi; nella preziosa aria e cadenza del II atto «Non mi dir bell’idol mio», accompagnata dal corno e dagli archi, esibisce suoni sospesi, pulitissimi e morbidi, filati sonori e lucidi.
Alvarez e Remigio

Carmela Remigio è un’Elvira prorompente che gestisce bene una vocalità sopranile pulita, luminosa e agile, con suoni pieni e vibranti e buon dosaggio del fiato, sa addolcire e attaccare a mezzavoce, canta e interpreta molto bene il recitativo e l’aria «Mi tradì quell’alma ingrata» (applauso), ma talvolta si sente il bisogno di maggior spessore, emerge nel finale.
Rocío Ignacio (Zerlina) è la più scura delle tre donne, la voce non è grande, i suoni sono belli ma appaiono gonfiati, il soprano esegue tecnicamente bene la sua parte ma c’è poca naturalezza d’emissione e poca morbidezza del canto (“Vedrai carino”).

Secondo cast
 

Palazzi e Werba

Markus Verba è un Don Giovanni teatralmente perfetto: è un bel personaggio esuberante dalla presenza accattivante, un ragazzo biondo dei nostri giorni coi capelli lunghi, galante ed elegante, smaliziato, baldanzoso, sensuale e intrigante nei corteggiamenti, molto sicuro in palcoscenico, ma vocalmente non è di prima qualità: la voce è aspra e leggera e a volte al limite dell’intonazione (“Deh, vieni alla finestra”), nel duetto con Zerlina  Là ci darem la mano” lei è dolce e sensibile, lui è freddo ed immobile e ha voce corta, è timbrato nei recitativi e la parola è chiara, ma nel canto, seppur a volte seducente e morbido, la voce è poco sonora. All’ora della cena la voce non si sente più (“Lascia ch’io mangi”).
Mirco Palazzi è un Leporello mobilissimo, sempre pronto a scattare, la voce ha colore meraviglioso, estensione notevole, sicurezza e fluidità d’emissione in tutti i registri, la linea di canto è morbida, tutti i suoni sono a posto e rotondi anche nelle variazioni e nel canto sbalzato, le note gravi sono poderose, la scansione della parola è timbrata, i recitativi sono musicali e chiari. L’elemento basilare del canto is the flexibility, diceva Ramey, e Mirco ce l’ha.
Francesco Marsiglia (Ottavio) ha voce chiara, svettante, rigida (“Lo giuro agli occhi tuoi”) e con vibrato, il timbro non è accattivante, il tenore sa assottigliare, ma sbianca i filati acuti (“Dalla sua pace”), attacca freddamente e in modo rigido l’aria “Il mio tesoro intanto”, la esegue bene ma invece di filare i suoni li trema, manca di flessibilità pertanto l’acuto è corto e spezzato, i recitativi sono chiari e nitidi, la linea di canto è piatta e nasaleggiante, i suoni sono tenuti ma sempre con la stessa intensità.
Maria Grazia Schiavo (Anna) ha una notevole gettata di voce, di bel timbro, dal suono pieno e rotondo, ha un corretto modo di porgere, perché l’emissione è naturale (“Or sai che l’onore”), la voce è flessibile, esegue di forza belle progressioni e ogni tanto smorza dosando il fiato con morbidezza;  nell’aria più bella dell’opera che va al cuore “Non mi dir bell’idol mio” con corno e violini sale con grande facilità e bellezza del suono a sovracuti cristallini, fa attacchi in acuto a mezza voce, filati splendidi, picchiettati in acuto con un’agilità e una fluidità sorprendenti. Favolosa!
Palazzi e Schillaci

Daniela Schillaci (Elvira) interpreta bene i brani infuocati con la giusta irruenza vocale, perché ha voce tagliente ben appoggiata in ogni registro ma con acuti un po’ strillati (“Ah, chi mi dice mai”, “Ah, fuggi il traditor”), tratteggia le agilità con dizione chiara e addolcisce il canto al pensiero del suo uomo (“Non ti fidar o misera”), esterna tutta la sua  furia nell’aria “Mi tradì quell’alma ingrata” con fluidità d’emissione e accento incisivo.
Rosa Feola è una Zerlina dolce e musicale, la voce è leggera ma ben modulata, i suoni sono pieni e melodiosi nella bellissima e delicata aria “Batti batti bel Masetto”, dove il soprano riesce a restituire la ricchezza melodica mozartiana, tocca bene tutti i registri con suoni morbidi e proiezione fluida del suono nell’aria “Vedrai carino”. Masetto e il Commendatore sono gli stessi cantanti nei due cast.
Delizioso il terzetto delle maschere.