mercoledì 1 ottobre 2014

rof 2014 Aureliano in Palmira



Pesaro - Teatro Rossini 

AURELIANO IN PALMIRA


Dramma serio per musica che celebra la clemenza dell’imperatore romano Aureliano, testo di Felice Romani, musica di Gioachino Rossini.

Edizione critica Fondazione Rossini/Casa Ricordi, a cura di Will Crutchfield.

(12 Agosto 2014, prima)

Recensione di 
Giosetta Guerra

Il labirinto 

della vita

Il piacere dell’ascolto inizia alle prime battute della Sinfonia, che è la stessa di Elisabetta Regina d’Inghilterra e de Il Barbiere di Siviglia, del quale troviamo altre memorie e precisamente: la musica della preghiera corale d’apertura “Sposa del grande Osiride” poi usata per la cavatina del Conte d’Almaviva “Ecco ridente in cielo”, quella della cabaletta marziale di Arsace “Non lasciarmi in tal momento” (Atto II) ripresa per la cavatina di Rosina “Io sono docile, son rispettosa”. Questi autoimprestiti da un’opera poco fortunata ad un’altra erano possibili grazie all’astrattezza della musica rossiniana (ben faceva il compositore a non buttare al macero tanta bella musica) e andavano ad inserirsi in un’architettura già ricca. Aureliano in Palmira ha tanta bella musica di suo: ampie melodie, accurate pagine corali, nuovi colori nella strumentazione, scrittura vocale fortemente caratterizzante.  L’edizione critica, curata per la Fondazione Rossini da Will Crutchfield, ha reinserito molti recitativi che allungano l’opera di due atti a circa tre ore e mezzo.
Ed è stato proprio Crutchfield a dirigere l’Orchestra Sinfonica Rossini e il coro del Comunale di Bologna, preparato da Andrea Faidutti, sostenendo gli abbandoni sentimentali dei protagonisti, rispettando il clima preromantico delle ricche pagine corali, dando spazio alle voci solistiche degli strumenti, il corno in primis, che Rossini tanto amava e anch’io.
 
Ma il dramma è concentrato sui tre protagonisti, cui è riservata una scrittura vocale acrobatica; tenore, soprano e mezzosoprano devono mettere doti belcantistiche eccezionali al servizio del canto di coloratura. Michael Spyres e Jessica Pratt sono stati perfetti, Lena Belkina sarà perfetta quando avrà acquisito maggior spessore vocale.
 

Michael Spyres (scenicamente un autorevole e amorevole Aureliano) s’impone per voce solare di bellissimo timbro, sicura e possente in ogni registro anche nelle tessiture estreme, estesissima per passare da acuti luminosi (perfino un attacco in acuto lungo e tenuto nella cavatina "Cara patria", accompagnata dal corno) a robusti affondi gravi seguiti da improvvisi sovracuti, duttilissima per sostenere la morbidezza del canto sensuale e amoroso e per lanciarsi in pirotecniche agilità di forza anche in gara con la Pratt e nelle fitte ornamentazioni dei pezzi di coloratura, la dizione è chiarissima, l’arte scenica magnifica. Ha la spavalderia e la potenza vocale di Rockwell Blake, in più Spyres è un baritenore.

 

Sulla stessa linea si pone Jessica Pratt (una biondissima Zenobia), i bellissimi filati anche rinforzati, la perfetta messa di voce, gli acuti robusti, i sovracuti finali tenuti, i trilli, i gorgheggi anche in sovracuto, le agilità di forza, i virtuosismi nella fitta coloratura, la pulizia del suono, la melodiosità della linea di canto, il cesello della frase, la dizione chiara fanno di lei una belcantista d’alto rango.
Nel duetto con Arsace in prigione (“Non ti lascio”, I atto) sopra un magnifico disegno orchestrale di bellissimo stile la Pratt spara uno strabiliante possente acuto;  
nel II atto, da austera regina in piedi su un cocchio, attacca il dolcissimo duetto con Aureliano (“Se libertà t’è cara”) con un acuto lungo rinforzato e sfoggia sovracuti stellari. Scenicamente è una vera regina.
 

Lena Belkina (en travesti negli abiti del guerriero Arsace, scritto per il castrato Velluti) è un mezzosoprano dal bel colore ambrato, ha voce estesa e potente in zona acuta, canta bene anche sdraiata ed interpreta con passione. Sostiene con buona tecnica i lunghi fiati e le ampie arcate nel duetto con Aureliano che è agilissimo e acutissimo, nella prigione ha qualche suono intubato nei gravi, ma il colore è bello e pastoso, buoni gli armonici. Brava nell’aria Non lasciarmi in tal momentocon difficili scale discendenti e successive impennate acute. Col tempo lo spessore vocale aumenterà.
 
Raffaella Lupinacci (Publia con abito di foggia romana) è un buon mezzosoprano, che canta bene l’aria di sorbetto piuttosto impegnativa “Non mi lagno, che il mio bene”, a lei riservata.
Dimitri Pkhaladze (Gran Sacerdote) ha voce scura di bel colore ma un po’ impastata, pesante e poco estesa con conseguente difficoltà in zona acuta.
 
Il basso Sergio Vitale ha intepretato Licinio, il tenore chiaro acuto Dempsey Rivera Oraspe e Raffaele Costantini un pastore.
La particolarità di questa edizione è l’allestimento che a prima vista sembra scialbo, ma in itinere si è rivelato intelligente ed originale. Il palcoscenico occupato da un labirinto di teli trasparenti sapeva di minimalismo, ma simboleggiava il labirinto della vita e dei sentimenti, che, seppur privati, hanno sempre una certa trasparenza e visibilità. I teli avevano una loro mobilità e andavano a formare passaggi, corridoi,  tende da campo,  
prigione e ambienti stilizzati che ospitavano gli amanti, il coro delle vergini, dei sacerdoti e dei guerrieri, perfino un gregge di caprette vere che giravano e brucavano l’erba in palcoscenico col loro pastore. Quello che non ho capito, ma mi è piaciuto, è l’ubicazione del fortepiano suonato da Lucy Tucker Yates e della viola da gamba suonata da David Ethève in un anfratto del labirinto.

 
La regia era di Mario Martone, le scene di Sergio Tramonti, i costumi bellissimi e coloratissimi di Ursula Patzak, le luci di Pasquale Mari.


 

prima di Aureliano nel foyer del Teatro Rossini: 

Gianfranco Mariotti, Giosetta Guerra, Alberto Zedda

foto Amati Bacciardi

martedì 23 settembre 2014

R.O.F. 2014 - Armida




Pesaro - Rossini Opera Festival 2014


Recensione di Giosetta Guerra


Ho assistito soltanto a due opere quest’anno al R.O.F.: Armida di cui ho apprezzato soprattutto l’allestimento e Aureliano in Palmira che mi è piaciuta maggiormente per la musica e le voci.


Armida

Grande opera seria di Rossini su libretto di Giovanni Schmidt, ispirata al personaggio e alle vicende della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso.


 L’Armida dei pupi

(Adriatic Arena, 10 agosto 2014 première e apertura del festival)


In Armida l’idea registica di Luca Ronconi, volta, secondo me, a far emergere il contrasto tra la contemplazione estatica del “magico” e la lotta tra i poteri del male e del bene, si è magnificamente attuata nelle accattivanti scene di Margherita Palli, nel contrasto cromatico e stilistico dei ricchi e fantasiosi costumi di Giovanna Buzzi e delle luci di A. J. Weissbard, nella particolarità dei movimenti coreografici curati da Michele Abbondanza, in contrasto con l’immobilità dei personaggi presentati come figurine di album di favole dentro delle teche o su pedane mobili. Il lavoro d’équipe ha creato uno spettacolo fantasioso e molto suggestivo.
Scena in piena luce con paladini in carne ed ossa accanto a due alte teche con pupi guerrieri appesi, tipo pupi siciliani, tutti con scudo, elmo piumato,  corazza e abbigliati in rosso, oro e argento, per il campo cristiano vicino a Gerusalemme.
Scena ferrigna per “l’inospite lito” dell’orrida selva su un’isola del regno di Armida abitata da una nera orda di diavoli pipistrelli, tra cui un inquietante Astarotte presentato dentro una teca scorrevole, seguita da una seconda teca con una visione aerea incantevole, perché la maga ha trasformato la selva in un magnifico palazzo. 
Introdotti da una musica melodiosa, Rinaldo con benda trasparente agli occhi e Armida amoreggiano estasiati su una nuvoletta sospesa a forma di divano dalle rotondità barocche, finché la scena non si movimenta con l’arrivo di paladini che emergono dal pavimento, di scintillanti ninfe biancovestite (sempre coi demoni in agguato) per una danza sensuale e ancora danzatori a dorso nudo e danzatrici luccicanti con abiti dorati trasparenti che lasciano intravedere il tanga. Immagini e scene di battaglia in controluce su uno schermo trasparente disegnano magnifiche figure dalle linee morbide, che poi, lacerando lo schermo, irrompono in palcoscenico per le danze su una musica bucolica addolcita dalle voci della viola, del corno e dell’arpa, corpi che si allineano e s’intrecciano in una danza sfrenata di stile moderno dentro una luce dorata. La boscaglia è un ramoscello d’oro dentro una teca. Cupido, impersonato da un bambino, esce dal pavimento e alla fine ad Armida spuntano le ali per uscire di scena.
 
Sul piano musicale e vocale condivido l’idea di stravaganza che si fecero gli ascoltatori dell’11 novembre !817, quando l’opera debuttò al Teatro San Carlo di Napoli, per la presenza di un solo ruolo femminile, uno di basso e di ben quattro tenori con tessitura uniforme (all’inizio erano sette, ma poi tre si sono accollati il doppio ruolo ed erano baritenori), e per l’ampio terzetto dei tre tenori (Rinaldo-Carlo-Ubaldo) alla fine dell’atto terzo, un unicum nella storia del melodramma. Anche l’architettura dell’opera è particolare perché è costituita di molte parti d’insieme (duetti, terzetti, quartetti, cori, concertati, danze), un solo pezzo chiuso riservato a Gernando nel primo atto “Non soffrirò l’offesa”, Rinaldo non ha neanche un’aria, Armida ha una grande aria con variazioni del secondo atto “D’amore al dolce impero” con coro e danze, inoltre la musica non è particolarmente accattivante.
Nell’Adriatic arena, non stracolma e luogo non ideale per l’opera, si spande la variegata ouverture di Armida che si apre con un maestoso tema di marcia funebre scandita dal lungo disegno cadenzato e morbido del corno, il clima lugubre si dissolve nel frizzo del tutto orchestrale, rischiarato dai pizzicati dei violini e dalla voce argentina del flauto; sopra le note fitte e ribattute del corno si sviluppa un tema musicale leggiadro in crescendo nei tempi e nelle sonorità e con i guizzi dell’ottavino.
Costante la presenza solista del corno in corso d’opera, provvidenziale contro la noia l’esplosione dei tipici concertati in crescendo con gli archi velocissimi che ci riportano al clima rossiniano.

L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna guidata da Carlo Rizzi, non sempre rispettosa delle voci, ha subito coperto il tenore Randall Bills al suo ingresso, è stata fracassona nei finali costringendo i cantanti a gridare nei concertati, ma ha ben accompagnato le danze e disegnato gli umori dei personaggi e il clima delle situazioni.


Randall Bills vestito da paladino con gonnellino, corazza, cimiero con piume, nel duplice ruolo di Goffredo di Buglione, capo dei crociati, e Ubaldo guerriero cristiano, è un tenore chiaro contraltino, abile nel canto sbalzato, è migliorato in corso d’opera, evidenziando buona gestione del fiato in ogni registro, buoni gravi, facilità a salire ai sovracuti, a parte una stecchina iniziale, emissione sicura con qualche oscillazione del suono, accento incisivo.


La poderosa e cavernosa voce di basso, ampia e sonora, di Carlo Lepore è quel che ci vuole per Idraote, re di Damasco dotato di poteri magici, e per il demone Astarotte, nere figure inquietanti con gigantesche ali di pipistrello. In mezzo alle voci chiare dei tenori Lepore ci porta in un’altra dimensione di spessore e di densità cromatica.

 

 

 

 

 

Armida è una maga seducente che tiene prigioniero Rinaldo nel palazzo incantato. 

 

Il soprano Carmen Romeu (con un magnifico abito nero con sbuffo posteriore azzurro, poi abito rosso) ha avuto coraggio ad affrontare un ruolo così lungo e difficile, che richiede grande spessore vocale e agilità mostruose, Rossini l’aveva composto per la Colbran. La Romeu, pur avendo una bella apertura vocale, voce estesa e colore denso nel registro medio, non ha tanto spessore specialmente nella tessitura grave, sfoga in acuto e si trova a suo agio nel canto di furore, esegue abbastanza bene il canto di coloratura anche se con qualche imprecisione nelle agilità. Nel complesso è stata brava ed ha saputo modulare la voce nei duetti d’amore; deve maturare, è vero, ma non meritava la contestazione del pubblico.

Il tenore contraltino Antonino Siragusa interpreta il paladino italiano Rinaldo che diventa capo dei paladini dopo la morte di Dudone, suscitando l’invidia di  Gernando, paladino franco che cadrà trafitto da Rinaldo al termine del primo atto. Siragusa canta molto bene, con dizione chiara e fraseggio appropriato, la voce tendenzialmente un po’ aspra si addolcisce nel canto morbido e a mezza voce dei duetti con Armida, estesissima e sicura, piena anche nella zona acutissima, svetta in acuti solidi e sovracuti siderali, emergendo nel terzetto dei tenori, l’emissione è sempre curata anche nelle fitte agilità del canto di coloratura.

Il tenore Dmitry Korchak, nel duplice ruolo di Gernando e del guerriero cristiano Carlo nel terzo atto, ha voce aspra estesa e poco ferma (Non soffrirò l’offesa).

Vassilis Kavayas (Eustazio, fratello di Goffredo) è un tenore leggerino.

 

Importante la presenza del Coro del Teatro Comunale di Bologna, che ha dato prova di buone capacità attoriali e vocali, ben preparato da Andrea Faidutti e delle danze eseguite dall’Ensemble di danza Compagnia Abbondanza/Bertoni.


 



foto amati bacciardi


giovedì 4 settembre 2014

Premio lirico Tiberini d'oro 2014

 

San Lorenzo in Campo (PU) – Teatro Tiberini
 

PREMIO LIRICO INTERNAZIONALE MARIO TIBERINI  

23.a edizione


Cronaca della Serata di gala  (19 agosto 2014)
a cura di Giosetta Guerra



Il teatro Tiberini, uno dei più belli delle Marche nel suo genere, era adornato di piante e di composizioni floreali per la manifestazione più qualificante di questo piccolo paese dell’entroterra pesarese, che ha dato i natali al tenore ottocentesco Mario Tiberini (1826-1880).  Qui si è svolta il 19 agosto 2014 la serata di gala del PREMIO LIRICO INTERNAZIONALE MARIO TIBERINI, giunto alla 23.a edizione, promosso e organizzato dall’Associazione Musicale Mario Tiberini, con l’attiva collaborazione della nuova amministrazione comunale e il sostegno del Comune, del Consiglio Regionale, della locale Banca di credito cooperativo, della Ditta Alluflon di Mondavio e di alcuni fans.
La presenza di nomi di spicco del mondo della lirica ha attirato persone da varie parti d’Italia e d’Europa per un tuffo nell’arte del belcanto, che i due artisti premiati hanno snocciolato con perfezione tecnica ed interpretativa e con una comunicativa carismatica.
Il Premio Tiberini d’oro 2014 è stato conferito al contralto Sonia Prina, una delle migliori interpreti dell’opera barocca, per il felice connubio di notevoli doti vocali, applicate al canto di coloratura e di sbalzo, credibilità scenica anche nei ruoli en travesti, sensibilità artistica e perizia tecnica nell’aderire con rigore stilistico alla prassi esecutiva barocca, qualità che la rendono eccellente interprete d’imperatori e guerrieri dell’opera sei-settecentesca,   
e al tenore americano Michael Spyres, più volte ospite del Rossini Opera Festival, per l’eccellente qualità della voce, estesissima e robusta, che, unita alla generosità del suono, alla lucentezza dello squillo, all’ottima tecnica di canto e all’accuratissimo modo di porgere, gli permette di eseguire con spavalderia il canto di coloratura rossiniana e di rendere l’espressività lirica dei grandi temi affettivi dell’eroe romantico.
I premi sono stati consegnati al termine di un ricco concerto dal Presidente della BCC di Pergola Dario Bruschi e dal sindaco di San Lorenzo Davide Dellonti, che hanno pubblicamente espresso il loro compiacimento per l’alto livello degli artisti e della manifestazione, che si è conclusa con una fantasmagorica pioggia di fiori a sorpresa. 
 
 

L’allure salottiera della serata ha reso fruibile a tutti un programma abbastanza tosto, che spaziava da Haendel a Verdi, passando attraverso Rossini e Bellini e lo stesso Tiberini, autore di una splendida Salve Regina, cantata e variata con la complicità della pianista Mirca Rosciani dal tenore Michael Spyres.
Per far chiarezza sul repertorio barocco, Federica Fanizza, dirigente della biblioteca del Comune di Riva del Garda, ha ricordato al pubblico il fascino esercitato dagli evirati cantori nel ’700, sostituiti poi dalla voce di contralto.
Il contralto Sonia Prina, che con incredibile facilità esegue il turbinio di note e i forti sbalzi di registro e ammorbidisce la voce nel canto levigato, ha infatti eseguito con piglio virile arie di protagonisti maschili delle opere di Haendel: Furibondo spira il vento (aria di furore di Arsace dalla Partenope), Se fiera belva ha cinto (aria di bravura di Bertarido da Rodelinda), Empio dirò, tu sei (aria di furore di Cesare da Giulio Cesare), Pena tiranna (aria di dolore di Dardano da Amadigi), determinando un forte impatto sul pubblico. Magnifica la voce, anche nella morbidezza del canto, superba l’interpretazione.
Il tenore/baritenore Michael Spyres con solare comunicativa e accattivante timbro vocale è entrato in empatia col pubblico ed ha mostrato la poliedricità della sua voce passando dalla brillante coloratura dell’aria di Lindoro Ecco ridente in cielo da Il Barbiere di Siviglia di Rossini alla drammatica aria di Riccardo Ma se m’è forza perderti da Un ballo in maschera di Verdi, giungendo al do finale dell’aria con cabaletta di Manrico Ah sì, ben mio coll’ essere…Di quella pira! da Il Trovatore di Giuseppe Verdi. A lui si è unita la moglie, il soprano Tara Stafford per il duetto d’amore Son geloso del zeffiro amante da La sonnambula di Bellini, eseguito con complice dolcezza e terminato con un bacio sulla bocca.  Spettatori in brodo di giuggiole.

 



Il coro locale Jubilate, diretto dal M° Olinto Petrucci e accompagnato al pianoforte da Daniele Rossi, ha dato il benvenuto con due note pagine corali, Va pensiero dal Nabucco, cantato al buio con la fioca luce di candeline tenute in mano e Il Carnevale di Venezia di Rossini col teatro totalmente illuminato.
Alla pianista e al soprano è stato fatto dono di orecchini pendenti di filo argentato fatti con il chiacchierino da Anna Bevilacqua, a tutti gli artisti è stato donato il libro sul tenore Mario Tiberini 
insieme ad una rosa e io stessa sono rimasta piacevolmente sorpresa dal magnifico bouquet di rose rosse e bianche offertomi dal Sindaco
 per l’ organizzazione della serata, che è scorsa senza intoppi anche grazie alla pianificazione e alla coordinazione di Andrea Gamurrini.
Al momento dei saluti i coniugi Spyres hanno portato in palcoscenico il figlioletto poco più che neonato e la festa è stata completa.
 L’evento, organizzato nel periodo del R.O.F., oltre a registrare numerose presenze dalle città della costa e dai paesi del nostro entroterra, ha portato al teatro Tiberini melomani e fans già a Pesaro per il festival rossiniano, perfino artisti impegnati nel festival, come il soprano Jessica Pratt che è tornata con piacere come spettatrice nel teatro dove due anni fa si è esibita come premiata col Tiberini d’oro e il M° Sagripanti, direttore d’orchestra ne Il Barbiere di Siviglia a Pesaro.
Il dopo teatro ha riunito cantanti e spettatori al Ristorante Giardino di San Lorenzo in Campo per la cena di mezzanotte.

giovedì 14 agosto 2014

Torre del Lago, La Bohème



Torre del Lago Puccini

La Bohème con una grande Daniela Dessì
e le scene storiche 
di Ettore La Scola
Recensione di Giosetta Guerra
 
(26 luglio 2014)

Serata dedicata al grande tenore Carlo Bergonzi, scomparso la notte prima.

La pioggia è arrivata precisa all’ultima nota del primo atto, con conseguente intervallo di un’ora.

Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è MELODIA”, così dovrebbe cantare la Dessì quando si presenta a Rodolfo nella soffitta sopra i tetti di Parigi, perché la sua magnifica voce è pura melodia, sia nel canto a fior di labbra, sia nelle grandi arcate melodiche, sia nel canto di conversazione, sia nelle struggenti arie di dolore e di abbandono. Il flusso sonoro pieno, continuo, pastoso, carezzevole, parla al cuore, proprio come voleva Puccini. Con fraseggio accurato e suoni ben dosati la Dessì fa uscire la psicologia del personaggio, con perfetta linea di canto tenuta sempre sul fiato, fluidità d’emissione e intenso modo di porgere realizza la tinta pucciniana.

Ed è proprio quella tinta che contraddistingue le opere di Puccini a dilatare la melodia fin dentro la tua testa e a farti sentire il nodo alla gola, ogni volta, ogni volta, ogni volta, se ciò non accade non si è ascoltato Puccini.

Daniela Dessì è la figlia prediletta di Puccini e si sente che lei lo ama profondamente.

 

Sarebbe stato magnifico se avesse avuto accanto un Rodolfo con la stessa fluidità d’emissione e con la stessa facilità di esplorare territori stellari; Fabio Armiliato è un bel bohémien che si destreggia bene vocalmente nel registro medio, ma ha affrontato di forza e con qualche difficoltà le frequenti impennate acute. 

 

Gli altri bohémiens hanno cantato bene; da sottolineare la vocalità importante e il bel colore scuro del basso Marco Spotti, che emerge in ogni frase di Colline e s’impone nella nota "vecchia zimarra", cantata con morbidezza d’emissione e fiati sostenuti,

 

l’estensione vocale e la spavalderia di Alessandro Luongo per Marcello, la bella voce ampia e ben gestita di Federico Longhi per Schaunard, la musicalità di Alida Berti per una frizzante Musetta. Squillante e pulita la voce acuta del tenore Ugo Tarquini (Parpignol), solida la vocalità e la tenuta scenica di Angelo Nardinocchi nel duplice ruolo di Benoit e Alcindoro. Il Sergente dei doganieri era Marco Simonelli e il doganiere Jacopo Bianchini.

Scanzonato e divertito il coretto dei bambini interpretato dal Coro delle voci bianche del Festival Puccini, preparato da Sara Matteucci. Bravo il Coro del Festival Puccini, diretto da Stefano Visconti.

L’Orchestra del festival è stata ben diretta dal maestro viareggino Valerio Galli.
La regia di Ettore Scola
aveva ovviamente un taglio cinematografico e la sua direzione ha lasciato ai cantanti la libertà di esprimersi. Nel Quartiere Latino a sinistra ha messo un pittore che ritrae una coppia seminuda per un petit déjeuner sur l’herbe.

Assistenti alla regia: Carlo Negro, Luca Ramacciotti. Aiuto regista: Marco Scola Di Mambro. Assistente scenografo: Francesco Catone.

La scenografia tradizionale dai colori caldi a dalle morbide linee architettoniche di Luciano Ricceri è composta di due elementi architettonici laterali fissi e di uno centrale girevole manualmente, per riprodurre gli interni decorati e gli esterni richiesti: l’abitazione su due piani dei bohémiens, la facciata del Café Momus e l’edificio del dazio con la vicina osteria.


 



I costumi d’epoca di Cristina Da Rold sono di bella foggia e prevalentemente scuri, anche quello rosso di Musetta con boa rosso vivo. Adeguate le luci di Valerio Alfieri.  

Peccato che non abbia funzionato la nevicata del terzo atto. E allora si è rimpianto Zeffirelli.