domenica 17 novembre 2013

Fano Teatro della Fortuna, A piedi nudi nel parco



Fano, Teatro della Fortuna
A piedi nudi nel parco
(10 novembre 2013)

Servizio di Giosetta Guerra

La commedia A piedi nudi nel parco di Neil Simon, commediografo americano del 1927, fu rappresentata a teatro per la prima volta nel 1963, poi nel 1967 venne realizzata la versione cinematografica con Robert Redford e Jane Fonda come protagonisti.
Esternando una vena un po’ maschilista Simon mette in evidenza la superficialità della donna che, chiusa in un mondo di bambole, non riesce a calarsi nel tran tran quotidiano e nell’incapacità di adeguarsi alla realtà rompe proprio ciò che era l’oggetto dei suoi sogni, il rapporto coniugale. Dopo sei fantastici giorni di luna di miele in una camera dell'hotel Plaza, Paul e Corie si trasferiscono in un piccolo disordinato e fatiscente appartamento al quinto piano di un vecchio palazzo senza ascensore, dove manca quasi tutto e quel che c’è non funziona (telefono, termosifone), persino il lucernario è rotto e lascia entrare la neve. Corie cerca di riordinare e far aggiustare le cose per rendere l’ambiente vivibile, s’illude di prolungare l’atmosfera romantica dei giorni passati, ma Paul, un avvocato agli inizi di carriera, pensa più al lavoro dell’indomani. Da subito quindi cominciano i dissapori, causati dalla differente visione della vita e dalla mancanza di obiettivi comuni, ma soprattutto per l’incapacità di ognuno di entrare nel mondo dell’altro, dissapori che in breve tempo portano i due sposi alla separazione. 
Lei caccia lui di casa e lui finisce su una panchina di Washington Square Park a ubriacarsi e camminare a piedi nudi nel parco. Questa squallida visione sconvolge Cori che alla fine capisce di amare quest’uomo stabile e fidato. Interagiscono con loro due stravaganti personaggi, che invece sanno come prendere la vita: Ethel la madre di Corie prima castigatissima poi scatenata e Victor Velasco il misterioso inquilino del sottotetto; due personaggi di contorno sdrammatizzano la situazione con la loro ironia, il tecnico del telefono e l'uomo delle consegne.
La commedia messa in scena al Teatro della Fortuna di Fano da Synergie teatrali in collaborazione il 46° Festival di Borgio Verezzi, aveva una compagnia di bravissimi attori che, sotto la guida del regista Stefano Artissunch, hanno fatto un percorso interiore per giungere al personaggio attraverso l’emotività, fino a diventare i personaggi stessi, per cui nel loro agire e nel loro parlare si nota la spontaneità e non la costruzione teatrale; la delusione, la ribellione, l’ironia, il sarcasmo, il pentimento non hanno nulla di finto, ma sono esternazione di ciò che gli attori sentono in quel momento e questi esuberanti artisti riescono ad intrecciare dramma, farsa e commedia con forza vitale ed esilarante vis comica, senza risparmiarsi neanche fisicamente. 
 
Vanessa Gravina, nelle vesti ora casual ora sexy della giovane sposa ipercinetica e iperloquace, esprime benissimo l’affanno e l’insoddisfazione di Corie e tutte le manie del suo piccolo mondo. Stefano Artissunch, nel ruolo dello sposo Paul, passa con magistrale padronanza del palcoscenico dalla compostezza dell’avvocato serio e concreto alla sregolatezza dell’uomo deluso e ubriaco. Ludovica Modugno, una caratterista espressiva e vivace, carica d’enfasi e di ridicolo le effusioni della signora Ethel, Stefano De Bernardin è un Velasco tenebroso, imponente e sicuro di sé  
e Federico Fioresi è un versatile e simpatico  
tecnico del telefono e anche l’uomo delle consegne.
L’agitazione regna sovrana fra queste squallide mura e si esprime con la concitazione della parola e del gesto e con un’energia ipercinetica incontrollabile e continua, nonostante le sei rampe di scale che fanno arrivare tutti trafelati, col fiatone e col corpo contorto e gli occhi strabuzzati dalla fatica. Le situazioni sono esilaranti e gli atteggiamenti sono caricati per creare comicità.
Una resistenza al di là del normale per questi bravissimi attori, oltre ad una naturalezza di recitazione e d’interpretazione, a cui si arriva solo dopo lungo studio e lunghe prove.
Funzionali le trasparenze delle pareti e del lucernario che lasciano vedere ciò che accade fuori scena.
Scena di Francesco Cappelli, costumi di Marco Nateri, luci di Giorgio Morgese.
Uno spettacolo da vedere, ma anche da accorciare un po’ specialmente nella prima parte.

foto M. Coccia



lunedì 4 novembre 2013

Pesaro Teatro Rossini - Falstaff






Pesaro Teatro Rossini

Falstaff:  tutti soddisfatti

(24 ottobre 2013)
 
Di Giosetta Guerra

La commedia lirica in tre atti scritta da Arrigo Boito e musicata da Giuseppe Verdi è tratta dalla commedia shakespeariana The merry Wives of Windsor. In occasione del bicentenario della nascita di Verdi, tre Conservatori di Musica, il Maderna di Cesena, il Frescobaldi di Ferrara e il Rossini di Pesaro, hanno unito le loro forze per un progetto di tutto rispetto, l’allestimento di Falstaff, da rappresentare al Teatro Bonci di Cesena, al Teatro Rossini di Pesaro, al Teatro Comunale di Ferrara.
Il cast era formato in gran parte da giovani cantanti usciti dal concorso internazionale “Primo palcoscenico”, col supporto di un artista in carriera, il tenore Enrico Giovagnoli nel ruolo amoroso di Fenton, e di una star della lirica, il baritono Paolo Coni nel ruolo di Falstaff, che ha anche tenuto un master specifico per la preparazione dei cantanti scelti (Paolo Coni è docente di canto al Conservatorio di Ferrara).
Scelta migliore per il title rôle non poteva essere fatta. La più bella voce di baritono verdiano, ampia, estesissima e timbrata, si è librata su una linea di canto morbida sempre sul fiato in ogni registro, compreso il falsetto, su fiati lunghissimi, formidabili messe di voce, sonorità piene e ben proiettate, Paolo Coni con eccellente modo di porgere ha curato il fraseggio, come caratterista, ironico e non triviale (Quand’ero paggio), ha intriso la parola scenica d’eleganza e di humour inglese, perché questo Falstaff non è un vecchio babbione con smanie di sesso, ma un uomo che sa il fatto suo, che bada ai suoi interessi (legge e usa la macchina da scrivere tra una trincata e l’altra) e che ogni tanto ama sbizzarrirsi con qualche comare accondiscendente. Anche fisicamente questo Falstaff non è da buttare, ha la sua bella pancia, è vero, che muove a comando, ma è leggero nei movimenti, ha l’occhietto furbo e mobile sotto una capigliatura bianca da genio schizzato (tipo Einstein) e la piega ironica della bocca tra due baffoni bianchi e una bella barba bianca curata. Quasi seducente. Bravissimo cantante, dunque, e magnifico attore per un’autorevolezza innata e per padronanza del palcoscenico. Ero in prima fila.
Enrico Giovagnoli, Fenton con giubbotto di pelle e occhiali da motociclista, ha le physique de l’amoureux e una vocalità tenorile di bel timbro che s’illumina nel registro acuto.

Andrea Tabili (Fontana, alias Ford) ha una bella voce di baritono robusta ed estesa, canta bene ed ha una gestualità caricata ma con garbo.

 

Viktor Mickovski, bravo tenore acuto dal timbro deciso, presenta un isterico Cajus che saltella ad ogni acuto.

Pistola è Massimo Rotundo, un baritono con bella voce, Luca Narcisi è un bravo tenore nelle vesti di un paffuto e rubicondo Bardolfo.


 






 Tra i personaggi femminili, che
cantano quasi sempre insieme, emergono la freschezza di Nannetta (Yao Bo Hui, soprano melodioso, che usa con buona tecnica una voce di bel timbro dal suono sicuro e lunghi filati sostenuti) e la scaltrezza di Alice (Maria Giovanna Michelini, soprano con bella pasta vocale, dal suono pulito e sonoro, corretto modo di porgere e di cantare con brio).
Meg non ha una gran parte e il mezzosoprano Serena Dominici si barcamena, Quickly richiederebbe maggior peso vocale rispetto a quello del mezzosoprano Gloria Petrini, che comunque ha un bel timbro e un suono rotondo, talvolta chiuso fino a compromettere la dizione.
Questo progetto interregionale ha coinvolto la scuola di scenografia per il melodramma dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, sede di Cesena, e il corso tecnico dell’abbigliamento e della moda dell’IPSIA “U. Comandini” di Cesena, quindi un vero stage di formazione artistica. Ne è uscito uno spettacolo fresco, vivace, con quelle pruderies compresse, come succedeva negli anni cinquanta, periodo testimoniato dai costumi, dalle pettinature delle donne, dalla carta da parati sulle pareti degli interni, dalla presenza costante di un vecchio televisore acceso, che manda in onda film d’epoca in bianco e nero (davanti ad una scena d’amore di Clark Gable e Vivien Leigh Nannetta si scioglie in lacrime). Presenza di trovarobato in casa di Falstaff, poetica e suggestiva la scena del bosco con proiezioni. Splendida la regia di Gabriella Medetti e Simone Toni, c’è anche un getto d’acqua che schizza dietro quando il cesto dei panni sporchi cade nel fiume e alla fine tutti seduti sull’orlo del palcoscenico.
Mario Benzi ha diretto l’orchestra e il coro (68 strumentisti, 40 coristi) dei tre conservatori con grande competenza. Maestri del coro: Gianfranco Placci, Aldo Cicconofri, Paola Urbinati.
Uno spettacolo da far girare anche per le scuole.


(foto Perilli e Guadagnini)














venerdì 18 ottobre 2013

Teatro Tiberini San Lorenzo in Campo Concerto finale master class Luciana Serra




San Lorenzo in Campo (PU) - Teatro Tiberini

 

Chiusura in bellezza del master di Luciana Serra

incontro-studio di tecnica e interpretazione

di Giosetta Guerra

Nei giorni 11, 12, 13 ottobre 2013 l’Associazione Musicale Mario Tiberini ha ospitato al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo, gentilmente concesso dal Comune, un master di canto lirico con il soprano Luciana Serra, docente di canto all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano, che tiene corsi di perfezionamento in varie parti d’Europa.
Se si pensa che dopo San Lorenzo in Campo la Serra terrà un master alla Sorbonne di Parigi, si capisce quale privilegio ha avuto questo piccolo paese dell’entroterra pesarese ad accogliere un evento così importante, che va ad aggiungersi all’ormai noto Premio Tiberini che si organizza qui da ben ventidue anni.
Il nome di questo soprano così famoso, che mette la sua esperienza e le sue competenze al servizio di cantanti che intendono perfezionare la loro tecnica, ha richiamato giovani cantanti lirici da ogni parte del mondo, che hanno soggiornato in loco per tre giorni ed hanno usufruito degli insegnamenti di questa fantastica maestra, la quale ha saputo con garbo e con determinazione individuare e correggere i difetti di ognuno di loro. Dopo soli tre giorni di lezioni, i giovani cantanti non sembravano più gli stessi e, al concerto finale aperto al pubblico, hanno dimostrato di aver migliorato la loro tecnica d’emissione e d’interpretazione. Alla lezione concerto che si è tenuta domenica 13 ottobre alle ore 17 si sono esibiti gli allievi migliori, accompagnati al pianoforte da Mirca Rosciani: Denver Smith baritono sudafricano con l’aria Come Paride vezzoso da L’elisir d’amore di Donizetti,  
 

Mara Paci soprano di Ferrara con Un bel dì vedremo dalla Butterfly di Puccini,  


 

Martina Meacci soprano di Firenze con Vittoria ..Vittoria di Carissimi,  

 




Makiko Sugano soprano giapponese con la cantata 51 di J. S. Bach,  


 
 Stefania Vietri soprano di Potenza con Bel raggio lusinghier da Semiramide di Rossini,  

Angelo Bonazzoli sopranista di Cattolica con un brano dal Giustino di Vivaldi, Vedrò con mio diletto,
Melania Di Stefano soprano palermitano con Son pochi fiori da L’amico Fritz di Mascagni. 

Agli allievi è stato consegnato un attestato di partecipazione e a tutti gli artisti una copia del libro “Mario Tiberini, tenore” di Giosetta Guerra.
Ho parlato di lezione concerto perché la maestra ha diretto col gesto e con lo sguardo i giovani cantanti e li ha corretti al bisogno, facendone partecipe il pubblico, che ha assistito ad un evento nuovo e molto interessante ed ha anche rivolto alla maestra alcune domande. Ma non è 
finita qui.

Luciana Serra, che è stata insignita del Premio Tiberini alla carriera come icona del belcanto, ha fatto ascoltare la sua splendida voce, fresca come un tempo, cantando alcune arie di Rossini, La danza e in duetto con Stefania Vietri La regata, e di Mozart, Là ci darem la mano, in duetto col baritono Nicola Alaimo, ospite della serata e Premio Tiberini d’oro 2011, il quale ci ha deliziato con la cavatina di Figaro da Il Barbiere di Siviglia. Il consenso è stato unanime, il pubblico si è divertito ed ha apprezzato il clima colloquiale e familiare ma anche l’alto livello di questo salotto musicale. Il sindaco ha ringraziato gli artisti e gli organizzatori, promettendo il suo appoggio per future master class, che trovano in questo piccolo bellissimo teatro l’ambiente ideale. Poi tutti gli spettatori sono stati invitati al piccolo buffet a base di farro offerto dalla Pro loco, mentre per gli artisti è stata preparata dal cuoco Silvano Santucci una cena a base di prodotti locali al Ristorante Da Giuliano. Tutti hanno potuto apprezzare i vini Terracruda dell’azienda vinicola di Fratterosa. Prossimo appuntamento dell’Associazione Musicale il 23 novembre alle 20.30 per la serata di gala del Premio Lirico Internazionale Mario Tiberini, che sarà conferito al tenore Gianluca Pasolini e al basso Andrea Concetti.




giovedì 17 ottobre 2013

Jesi, Teatro Pergolesi: L'Arlesiana di Cilea



       Jesi, Teatro Pergolesi

 


L’Arlesiana di Francesco Cilea


Libretto di Leopoldo Marenco dal dramma L’Arlesienne di Alphonse Daudet

Nuovo allestimento in coproduzione con Wexford Festival Opera, dove Rosetta Cucchi ha lavorato per anni.

(29 settembre 2013)

Giosetta Guerra



La musica, cupa e lenta nell’Ouverture, è un alternarsi di suoni laceranti, linee morbide, momenti solari. L’Orchestra Filarmonica Marchigiana, diretta da Francesco Cilluffo, è ricca di colori e di ricami strumentali, ma anche di sonorità forti che a volte coprono le voci, dovrebbe calibrare il volume. Nell’opera dalla linea narrativa e non melodica si respira un clima mascagnano, c’è violenza in orchestra e nelle voci tirate al massimo fino al grido e spesso in gara tra di loro, ma si nota anche la raffinatezza della preparazione musicale di Cilea.
Nelle effusioni d’amore tra Federico e Vivetta c’è una tensione continua nelle voci, nei dialoghi tra Rosa e Vivetta c’è violenza sia nel canto che nel gesto.

 
Annunziata Vestri, un mezzosoprano dalla voce corposa ed estesa, robusta, resistente e di bel colore in tutta la gamma, è in grado di esprimere tutta la drammaticità di Rosa Mamai, un personaggio che si avvicina nel carattere e nell’aspetto austero a Mamma Lucia di Cavalleria Rusticana. Inginocchiata accanto ad una carrozzina bianca, canta “Esser madre è un inferno”, un grande monologo che non ha una linea melodica orecchiabile, con voce screziata, magnifica in tutti i registri, un accento drammatico intensissimo, un colore denso e penetrante; ottimi i cambi di registro. Bravissima.
Anche il tenore spinto Dmitry Golovnin (Federico) ha una bella gettata di voce, piuttosto chiara e a volte un po’ aspra, ma con fiati lunghissimi sempre in maschera, accento  incisivo, suoni sostenuti e canto sul fiato. Nella solita storia del pastore introdotta da un’orchestra sommessa, l’attacco de “Il povero ragazzo” è morbido; il tenore, pur cantando disteso sopra un tavolo, tiene un’intensità d’accento fin quasi al singhiozzo, un’emissione morbida, suoni lunghi e puliti (“Anch’io vorrei”). Il canto è più vigoroso che patetico, la voce robusta è ben gestita nelle dinamiche ma senza languore.



Mariangela Sicilia (Vivetta) è un soprano squillante di bel timbro, che fa buon uso del fiato, sostenendo il suono, usando le mezze voci e la messa di voce, producendo bei filati, la voce sa essere sia armoniosa che tagliente, il canto diventa lacerante quando Federico la respinge dicendole che non l’amerà mai. Canta benissimo. 

Stefano Antonucci presta una bella voce scura di baritono al vecchio pastore  Baldassarre, il sostegno del fiato nelle arcate melodiche e la naturalezza delle espansioni acute mettono in evidenza l’ampiezza del mezzo vocale e la buona tecnica del cantante.

Metifio guardiano di cavalli  è Valeriu Caradja, baritono con voce rotonda ampissima, ma spesso coperta dall’orchestra; Marco fratello di Rosa è Cristian Saitta, basso corposo e roboante; l’Innocente è Riccardo Angelo Strano, controtenore acuto con vocina aggraziata.

 

 












Il Coro Lirico Marchigiano V. Bellini, preparato dal Maestro Carlo Morganti, è sempre fuori scena, nel terzo atto le femmine con lunghi capelli rossi ricci, vestite di grigio chiaro, passeggiano e cantano con morbidezza.
L’austerità si manifesta anche nei costumi di Claudia Pernigotti: Rosa Mamai porta uno scialle nero su abito grigio, capelli tirati raccolti sulla nuca, Vivetta indossa redingote e baschetto grigi, Metifio è tutto nero, Federico in bianco e nero.
Le luci, curate da Martin McLachlan, sono orientate sui personaggi e la scena è lasciata in penombra. Sì, perché la regia è puntata sui personaggi che vivono una realtà estranea.
La regista Rosetta Cucchi legge l’opera sotto la luce della psicanalisi, che cura le menti alienate scavando nella loro interiorità, esamina la realtà col filtro del passato. E qui di menti alienate ce ne sono: in primis l’Innocente, figlio ritardato di Rosa e fratello minore di Federico, poi Federico stesso ossessionato dal ricordo di una ragazza conosciuta ad Arles e tormentato dall’impossibilità di sposarla a causa della di lei cattiva fama, anche la ritrosia di Vivetta è piuttosto patologica, come la volontà di Metifio di rapire l’Arlesiana. I più sani sono il pastore Baldassarre che con la sua amorevolezza riesce a recuperare un barlume d’intelligenza nell’Innocente, lo zio Marco che asseconda il desiderio di felicità di Federico e Rosa Mamai che, provata dalla vita, tenta di dare buoni consigli al figlio Federico, ma che alla fine cade anche lei nella disperazione.
 

All’inizio di ogni atto la regista fa apparire un piccolo antro scuro che conduce alla realtà o al sogno o al passato o al luogo dei desideri, posti dietro un velatino trasparente, presenta l’Innocente come un cane frustato che si nasconde sotto il tavolo, sottolinea il progressivo deterioramento mentale di Federico, che nella terza parte con aria straniata e impedito nella deambulazione si presenta con una
 

valigetta e accetta inerme le cure della madre, mentre il suo doppio compare in alto dentro una cella di manicomio, o forse è proprio lui quello in alto e il suo doppio è quello in basso, seduto senza forze. Boh! La regista ci lascia volutamente nell’enigma. Anche gli altri personaggi si muovono in base al loro carattere: pacato il pastore, irruente Metifio, possessiva Rosa Mamai, riservata Vivetta.
Sul davanti si svolgono le azioni quotidiane tra pochi arredi e con le scene suggestive di Sarah Bacon.
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 Foto Binci © Teatro Pergolesi di Jesi














sabato 5 ottobre 2013

Bergamo - Maria De Rudenz



Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti 2013

Teatro Donizetti 

MARIA DE RUDENZ 

Dramma tragico in tre parti, libretto di Salvadore Cammarano, musica di Gaetano Donizetti

(20 settembre 2013, prima)
Di Giosetta Guerra

  
 
Maria de Rudenz è l’opera della follia, l’amore non è fonte di felicità, ma latore di gelosia, furore e vendetta, i protagonisti sono al di fuori di ogni schema naturale, basti pensare che Maria ha lo strano privilegio di morire tre volte, ritornando in vita le prime due per completare la sua vendetta, sentimento dominante della sua vita, pur essendo monaca, che la porta ad essere assassina e suicida.



Cammarano aveva tratto l’argomento dal terrificante dramma francese “La nonne sanglante ” di Anicet Bourgeois e Julien De Mallian, ma non lo aveva edulcorato abbastanza, infatti quel romanticismo nero non era piaciuto ai suoi contemporanei e la prima dell'opera alla Fenice di Venezia il 30 gennaio 1838 fu un vero fiasco, anche se la musica di Donizetti era curata in ogni dettaglio.
Il compositore, nonostante una certa riluttanza verso tale romanticismo esagerato e  febbrile, trovò nelle convulsioni dell’amore e della gelosia e nel furore della vendetta lo spunto per dare via libera alla sua vena creativa, sperimentò soluzioni melodiche inusuali per descrivere le lacerazioni interiori dei personaggi, caricò di sussulti la tensione di un canto estremo.
Forse è proprio questo clima allucinato a guidare la lettura del regista Francesco Bellotto, che sottolinea l’alienazione mentale dei personaggi, lo stesso tenore che si esibisce seduto su una sedia a rotelle per un reale infortunio, contribuisce ad accentuare le stranezze di questa gabbia di matti.

Per la prima volta Maria de Rudenz entra nel cartellone del Teatro Donizetti di Bergamo e viene ambientata in un rigido luogo con un groviglio di scale e impalcature di ferro fisse di fronte ad un modulo architettonico rimovibile, luogo che può funzionare sia da convento che da manicomio. A volte il modulo viene spostato o viene sollevato per lasciar comparire i luoghi e i personaggi della memoria, come la laguna di Venezia dove Corrado ha trascorso giorni felici con Maria o lo spettro di Maria creduta morta.




In apertura di scena suore nere e bianche si muovono lente su e giù per le scale cantando “Laude all’eterno amor primiero” al suono dell’organo, mentre in basso un malato giace su una lettiga e riceve le cure di una suora e di un infermiere che arriva con un carrello e materiale ospedaliero. Il malato scalzo e con lo sguardo assente, vestito di bianco come i pazienti di un manicomio, è Corrado, forse rimasto sconvolto da ciò che aveva combinato nell’antefatto dell’opera (Corrado era fuggito in Italia con l'amata Maria, negatagli in sposa dal padre di lei, poi, temendola infedele, l’abbandonò nelle catacombe romane), e in preda a costanti visioni di Maria da sola o col presunto amante, materializzate in figure in controluce, proiezioni o apparizioni lampo. L’opera è di difficile comprensione, ricca di rimandi a fatti accaduti, fortunatamente la regia pulita e non cervellotica, anche se incentrata sulla follia dei personaggi, di Francesco Bellotto ci fa comprendere il travaglio interiore dei protagonisti che si esprimono con una gestualità marcata  e una vocalità tutta forza e sussulti. Le scene chiare e luminose e i bellissimi costumi bianchi o neri di Angelo Sala contribuiscono
 
  
 a restituire l’immagine di un’esistenza senza colore, di rosso c’è solo il sangue, le eteree proiezioni e le luci spettrali di Claudio Schmid acuiscono il contrasto tra il chiaro e lo scuro.

  

Vocalmente i protagonisti sono chiamati ad un canto estremo, che i cantanti sostengono con sicurezza fino alla fine. 


 

Dario Solari (Corrado Waldorf) ha voce robusta di baritono, suoni pieni e sonori, con belle arcate nel raccontar la storia al fratello Enrico e un bel fraseggio nei cantabili larghi al pensiero della sua nuova sposa Matilde, di cui è innamorato anche Enrico. Intensa l’interpretazione.
Enrico è appannaggio di Ivan Magrì, un tenore dalla vocalità di bel timbro, spinta e sicura anche nelle proiezioni acute e sovracute. L’accento incisivo e i suoni sostenuti non gli impediscono di usare il canto a mezza voce (“Talor nel mio delirio ”), la dizione è chiara.
Rambaldo, familiare del conte, trova Maria piangente in un angolo del castello di Rudenz (quindi non è morta nella catacomba) e le spiega che il diniego del conte alle sue nozze con Corrado era dovuto al fatto che Corrado era figlio segreto di un assassino, giustiziato per i suoi crimini. Gli presta una bella voce di basso, morbida e rotonda, con bei suoni gravi Gabriele Sagona.


 

Il canto di Maria è quasi sempre di forza, ma Maria Billeri sa unire potenza e morbidezza, acuti aggressivi e mezze voci carezzevoli, piegando una voce lanciata di soprano lirico spinto alle esigenze di un canto melodioso. “Sì, del chiostro penitente ” è una bella prova di belcanto con trilli, variazioni, slanci acuti e sovracuti, scale discendenti, suoni densi e pastosi. “Il tuo core a me togliesti ” è un brano infuocato per la furia di Maria che canta a scatti scale discendenti sopra un’orchestra prepotente, il coro e le altre voci.
La supplica a Corrado di tornare con lei è una pagina di alta poesia e lei la rende con tenerissima linea di canto, poi diventa una furia spietata. Quello di Maria è un ruolo terribile, che Maria Billeri sostiene con rigore vocale e proprietà interpretativa fino alla fine.
Gilda Fiume è un soprano corretto nel piccolo ruolo di Matilde di Wolf e Francesco Cortinovis è il cancelliere di Rudenz.
L’ Orchestra del Bergamo Musica Festival, sotto la guida sensibile di Sebastiano Rolli, restituisce la ricchezza dei colori e delle emozioni di questa bella partitura.

 
Il coro, distribuito in modo artistico, è stato ben preparato da Fabio Tartari.