mercoledì 14 agosto 2013

Martina Franca- L'ambizione delusa



Martina Franca - Chiostro di San Michele

L’ambizione delusa, 

commedia pastorale in tre atti

(Recita del 30 luglio 2013)

di Giosetta Guerra

Una folle giornata che lascia tutti gabbati

Una vivace satira sociale dove tutto è burla tranne l’amore


Si respira aria barocca nella musica che Leonardo Leo (rappresentante della scuola napoletana, nato a  San Vito dei Normanni il 5 agosto 1694 e morto a Napoli il 31 ottobre 1744) ha composto nel 1740 per L’ambizione delusa, opera buffa scritta da Domenico Canicà e andata in scena per la prima volta nel 1742 al Teatro Nuovo di Napoli.

Il testo narra l’ambizione di alcuni popolani arricchiti di diventare nobili, ma i parvenus tradiscono sempre il loro background e finiscono per rimanere delusi. Si può immaginare il lavorio d’intrighi, di travestimenti, d’improvvisazioni che succedono in una sorta di commedia dell’arte in cui tutto è finto e costruito perfino il linguaggio, che non riesce ad avere una correttezza formale ma pullula di strafalcioni e spesso sfocia nel dialetto napoletano più stretto, e alla fine chi vuol gabbare gli altri rimane egli stesso gabbato. Fortunatamente tutto si conclude in allegria perché nel frattempo sono nati gli amori che compensano il fallimento dell’ascesa sociale. Al disvelamento finale tutti gabbati ma felicemente accoppiati tranne Lupino.

Il Festival della Valle d’Itria ripropone questa commedia in musica nella revisione dell’autografo conservato alla biblioteca nazionale di Parigi dalla musicologa Luisa Cosi.

I fratelli Lupino e Cintia, contadini arricchiti, si esprimono in un gramelot pieno di strafalcioni ed hanno una gestualità forzatamente garbata quindi ridicola, la loro cameriera Delfina è una scaltra cittadina che parla un buon italiano e aspira a diventar padrona circuendo il finto barone Ciaccone che in realtà è un capraio.

Altri due fratelli Silvio e Laurina e Foresto suo segreto amante sono pastorelli napoletani che parlano toscano. Di Laurina è innamorato anche Lupino.

L’opera è tipicamente barocca, quindi molto lunga nonostante i tagli, con numerosi e lunghissimi pezzi chiusi e recitativi anche in dialetto; grande spazio è riservato alla musica e le difficilissime arie col da capo, che hanno un’introduzione strumentale tematica, sono equamente divise tra registri comici, seri e semiseri.

Troppo bella l’Ouverture per essere disturbata da persone strane mezze nude o bendate o incappucciate che si aggirano in palcoscenico e mimano qualcosa anche in controluce.

La compagnia di canto, composta dagli allievi dell’Acccademia “Rodolfo Celletti”, si è rivelata all’altezza dell’arduo compito; i giovani artisti sono in grado di esprimere il carattere dei personaggi e si muovono molto bene in palcoscenico. Sul piano vocale c’è sempre da migliorare, ma il lavoro fatto è veramente lodevole.

La più completa per vocalità e stile è Federica Carnevale, mezzosoprano en travesti nel ruolo di Silvio, cui sono riservate arie di disperazione (“Nasce da vaghi lumi”) e di dolore (“Dolente dubbioso”); la cantante ha un elegante modo di porgere una voce di spessore e di bellissimo colore timbrico, piena e densa negli affondi e luminosa negli slanci acuti, vibrante (non vibrata) nei cromatismi dolenti, duttilissima nel canto di coloratura, melodiosa e  sensuale negli ammorbidimenti, la linea di canto è conforme alla prassi esecutiva barocca. Bravissima.

Bella anche l’altra voce scura, quella del contralto en travesti Candida Guida, che ha il fisico adatto a ricoprire ruoli maschili; valida interprete di Foresto, esibisce un interessante timbro vocale, intensità di suono e d’accento, tecnica e dizione da perfezionare.

Il soprano leggero di coloratura Michela Antenucci (Cintia), anche se un po’ discontinua nello stile,  si destreggia bene in tutti i registri, usa morbidezza del canto e melodiosità nelle arie di dolcezza (“Io son qual peregrina”), abilità vocale nei virtuosismi, dovrebbe curare il controllo degli acuti e perfezionare la dizione.

Alessia Martino (Laurina finta baronessa) è mezzosoprano non troppo esteso con tecnica d’emissione da migliorare, la cameriera Delfina è interpretata dal soprano Filomena Diodati.

Tra gli uomini veri troneggia per presenza scenica ed eleganza del gesto il buffo Giampiero Cicino (Ciaccone), un bravo basso parlante che si esprime in napoletano e nel canto evidenzia  buon volume, estensione, agilità poco fluide (“Il cirvello mma fa capotommola”).

 

 

Il tenore Riccardo Gagliardi (Lupino) è il meno a fuoco nella prassi esecutiva barocca, un po’ sguaiato sopra una musica raffinata (“Or voi saper volete”), canta di getto ma si capisce quel che dice.


 

L’opera è stata allestita nel piccolo chiostro del convento di San Domenico su una passerella nuda appoggiata a due pareti dell’edificio, coperte da una serie di archi chiusi o a specchio, alcuni apribili per i passaggi, altri resi trasparenti dalle luci per rendere visibili figure o scene retrostanti o colorati per creare immagini di contrasto. Autore Sergio Mariotti.

I costumi ideati da Cristina Aceti sono austeri e totalmente neri per Silvio e Foresto, leggeri e bianchi per le donne e per gli uomini in mutande e canottiera, scintillanti, pelliccia compresa, per le comparsate di Cinzia che cambia anche colore dei capelli e si fa chiamare “Madaima”.

E poi tanti elementi simbolici (veli, maschere, palloncini gonfiati e lasciati volare, dardi, cuori, specchi, origami, girandole, finte colombe e finte fiere) per arricchire la scena senza la pretesa di cercarne un significato, ha spiegato la regista Caterina Panti Liberovici. Se ai gesti e ai simboli poco chiari, si aggiunge una dizione incomprensibile, un’opera così lunga rischia di annoiare. E, se il regista ha come fin la meraviglia, noi preferiamo capire.

Fortunatamente a tenere desto il piacere dell’ascolto c’è la musica che gioca coi vari registri (comico, serio, sentimentale). L’orchestra ICO della Magna Grecia di Taranto, diretta al cembalo dal maestro Antonio Greco, riesce a trasmettere l’eleganza della strumentazione, l’ordito armonico e i colori della partitura.







venerdì 9 agosto 2013

Martina Franca Giovanna d'Arco



Martina Franca, Palazzo Ducale, XXXIX Festival della Valle d’Itria

“GIOVANNA  D’ARCO”, un’opera rara per il bicentenario verdiano

(recita del 31 luglio 2013)

Servizio di Giosetta Guerra

Complice della regia il vento


L’alternanza di tempi, di colori e di sonorità è la sigla di un’opera  giovanile di Verdi, raramente rappresentata, Giovanna D’Arco, dramma lirico in un prologo e tre atti, composta da Verdi nel 1845 su libretto di Temistocle Solera, che porta in scena la vita avventurosa della Pulzella d’Orléans, con finale diverso da quello noto: come nel dramma di Friedrich von SchillerDie Jungfrau von Orleans”, Giovanna muore in battaglia e non sul rogo. L’opera debuttò con successo alla Scala di Milano nel febbraio dello stesso anno, poi scomparve.


Opera visionaria in un clima ossianico-romantico con personaggi foschi o in preda ad allucinazioni (un padre oppressivo e fanatico che si mette contro la figlia, una figlia che sente i richiami del cielo e degli inferi e si sente investita del sacro onere di salvare il suo popolo dagli oppressori), con una protagonista che non muore sul rogo, ma cade in battaglia, poi all’improvviso riapre gli occhi, si solleva, prende dalle mani di Carlo le insegne dei Francesi e si trasfigura tra una luce celeste.


La grande Orchestra Internazionale d’Italia, diretta da Riccardo Frizza riesce a d esprimere sia il vigore dello spirito risorgimentale che il soave romanticismo di alcune pagine dai richiami pastorali.

Il delicato andamento iniziale del prologo (forse scritto in una notte di tempesta nella gola del Furlo, nelle Marche) coi fiati molto scoperti (lunghi assolo di clarini, oboi, ottavino e flauto) che si alternano coi fremiti dei violini e delle viole e i pizzicati dei violoncelli dalla voce calda, si apre ad  uno strumentale ora morbido, ora denso, che sfocia in un finale esultante e solenne.
L’opera totalmente corale con qualche quadretto d’intimità presenta una musica morbida e di gradevole ascolto, il tutto lontano dallo spirito delle più note opere verdiane. Le voci acute dei fiati tornano spesso nella presentazione dei personaggi: picchi acuti del flauto e dell’ottavino introducono un coro aggressivo, i ghigni dell’ottavino sovrastano le note inquietanti al comparir di Giacomo, una musica morbida e delicata sostiene la preghiera di Giovanna alla Vergine.
Giovanna d’Arco è un’opera di belcanto e sul versante canoro richiede spessore, duttilità ed equilibrio vocale.
Il soprano d’agilità Jessica Pratt nel ruolo protagonista di Giovanna è più una donna angelicata che una vera pulzella passionaria e battagliera: la gestualità è controllata, la voce di timbro bellissimo e melodioso è usata nel rispetto delle regole del belcanto: attacchi morbidi, slanci luminosi, sovracuti penetranti, acuti in pianissimo poi rinforzati, sonorità del fil di voce e dei lunghissimi soavi filati, agilità e tempi serrati nei virtuosismi delle cabalette. Con voce pulitissima, gestita da vera belcantista, la Pratt ha ciò che la partitura richiede; dolcezza di cavata, abbandono elegiaco, nobiltà d’accento, fluidità di fiorettatura, come diceva Celletti; purtroppo all’aperto e con un vento insidioso alcuni suoni centrali si perdono, ma gli acuti sfavillano.
Carlo VII  è interpretato dal tenore Jean-François Borras con piglio eroico e padronanza del palcoscenico. Il tenore ha un bel corpo vocale che gestisce con buona tecnica: appoggi corposi, slanci acuti sicuri e pieni, suoni in maschera tenuti e incisivi in acuto, uso della messa di voce per ammorbidire e ampliare i suoni.
Il baritono coreano Julian Kim presta autorevolezza scenica e imponenza vocale ad un personaggio fosco, come è Giacomo, padre di Giovanna, introdotto da ghigni mefistofelici e arcate inquietanti in orchestra e accompagnato dalle tinte cupe del Grande Inquisitore nel duetto con la figlia per sapere se ha ancora intatta la sua verginità. Dotato di ottima tecnica vocale, emerge per la bellezza del timbro, la nobiltà del fraseggio e del porgere, la lunghezza e l’ampiezza del fiato, il sostegno e la tenuta del suono, la morbidezza del canto che è sempre sul fiato nelle maestose arcate melodiche. Dovrebbe migliorare la dizione e irrobustire i suoni gravi per cantare all’aperto e col vento.
Buona la vocalità del basso Emanuele Cordaro (Talbot supremo comandante degli Inglesi) che esibisce bel colore e buon peso.
Roberto Cervellera (Delil) è un tenore leggero con buona dizione.

Coprotagonista è Il coro sempre presente in palcoscenico, il classico coro verdiano velato di tristezza, che chiude ogni scena. Il bravo Coro del Teatro Petruzzelli di Bari preparato da Franco Sebastiani, si distingue per pienezza del suono, perfetta aderenza alle scansioni ritmiche e al canto sillabato, buon dosaggio del fiato, suoni ora morbidi ora spiegati. Il coro è anche un elemento scenico di rilievo, usato dal regista come supporto decorativo o di contrasto cromatico.


L’allestimento, fatto di pochi elementi ma di molte idee, mira più all’effetto che alla concretezza, nel senso che non è chiara la definizione degli ambienti ma sono suggestive le scelte registiche e i giochi cromatici delle luci, resi ancor più vividi e dinamici dal vento. Bellissima la scena iniziale dei coristi neri con grandi bandiere azzurre mosse e gonfiate dal vento, che rende

spasmodico lo sventolio delle fronde della quercia, fatte con lunghe strisce di stoffa, colorate di rosso nel momento della morte di Giovanna e di bianco per la redenzione; originale il fluttuare di drappi neri e di drappi bianchi per celare e far comparire gli spiriti maligni e gli spiriti buoni, significativa la presenza incombente del padre incappucciato; di forte contrasto figurativo e cromatico la raffigurazione del sogno di Giovanna, dove spiriti malvagi dalla faccia tatuata di nero, ondeggiando su una musica danzante cantata dal coro, la spingono a godersi la vita, quasi la stuprano, mentre un coro di anime beate, velate di bianco, fugano i demoni e la esortano a farsi salvatrice della patria e a mantenersi pura.
La scenografia si avvale della parete bianca del Palazzo ducale alla quale è appoggiata una struttura lineare con tre porte, praticabile in alto. La simbologia gioca sui quattro colori (azzurro, rosso, nero e bianco per la Francia, il sangue, il male e il bene)
Regia e progetto scenico di Fabio Ceresa, costumi di Massimo Carlotto, disegno luci di Giuseppe Calabrò, movimenti coreografici di Luciana Fumarola.



  Foto Lab.Fotografia © Fondazione Paolo Grassi







  

Martina Franca Il turismo musicale




                                                                                                                            cattedrale di Martina Franca  

IL TURISMO MUSICALE A BENEFICIO DELL'ECONOMIA.

A MARTINA FRANCA  GIOIELLO BAROCCO NEL CUORE DELLA PUGLIA

Di Giosetta Guerra

(3 agosto 2013)                                                                                         

palazzo ducale di Martina Franca
In una città di quasi 50.000 abitanti, tra Bari e Taranto, mal collegata con la costa, con traffico limitato sia ai mezzi privati che ai mezzi pubblici (non esistono taxi) e traffico vietato nell’ampio centro storico, fatto di grandi piazze e viuzze strette che ricordano Venezia, circondate e fiancheggiate da edifici bianchi di forma non sempre lineare ma anche ricurva, in una città baciata dal barocco che si esprime nella splendida Basilica bianca di San Martino e nell'architettura del centro antico caratterizzata da fregi di matrice tardo barocca e rococò, in una città dove non esiste un vero teatro e gli spettacoli si svolgono nei cortili dei palazzi o nei chiostri delle chiese con poco dispendio di mezzi e strutture  
 (i camerini degli artisti nel cortile del Palazzo Ducale sono addirittura strutture di ferro come i ripostigli dei cantieri edili), in una città dove se vuoi mettere i tacchi alti per andare all’opera devi portarti le scarpe nella borsa e calzarle prima di entrare (perché ti puoi muovere solo a piedi anche se alloggi a una certa distanza), da 39 anni esiste un festival di musica barocca e altro, famoso in tutto il mondo, che attira spettatori e giornalisti da ogni parte del globo ed è anche sostenuto dalla presenza assidua di un pubblico locale e dalla partecipazione finanziaria ed organizzativa di istituzioni pubbliche e private, che hanno capito l’importanza del turismo musicale. Quest’anno alla prima di “Giovanna d’Arco” il 28 luglio era presente il Ministro per i Beni Culturali, le Attività Culturali e il Turismo, Massimo Bray. La città è Martina Franca, una città senza zanzare a 431 metri s.l.m., calda ma ventilata, così famosa per il Festival della Valle d’Itria, del quale s’interessa anche la Rai trasmettendo in diretta o in differita le sue opere, che i vigneti, gli oliveti e i trulli passano in secondo piano.

Il Festival della Valle d’Itria propone opere rare e per lo più barocche, (in Francia ne troviamo uno simile a Beaune, città famosa anche per i vini), qualche sforamento nell’800 è giustificato dalla singolarità dell’opera o da qualche anniversario.

Il programma 2013, infatti, non poteva dimenticare il bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi, ma, oltre al noto Requiem, si è scelta un’opera giovanile (del 1845), di rara rappresentazione, Giovanna d’Arco appunto (l’anno scorso è stata allestita a Parma con la suggestiva regia di Gabriele Lavia), per la quale si sono ingaggiati due bravi e noti cantanti come il soprano Jessica Pratt (applaudita anche nella nostra zona per le sue performances al ROF e per aver ricevuto il Premio Tiberini d’oro 2012 al Teatro Tiberini di S. Lorenzo in Campo) e il baritono Julian King (che Tangucci ha portato a Jesi l’anno scorso e che ricanterà nella prossima stagione jesina) ed ha onorato anche l’anniversario wagneriano con concerti e convegni.

Si è indugiato ancora nell’800 con un’altra opera rara, Crispino e la comare del 1850 di Luigi e Federico Ricci su libretto di Francesco Maria Piave, mentre dell’area barocca si è rappresentata L’Ambizione delusa del 1740 di Leonardo Leo e sono stati dati numerosi concerti anche per le tipiche voci settecentesche, quelle dei controtenori.

Dal 13 luglio al 1° agosto dunque si sono succeduti opere e concerti vari anche da mezzanotte in poi, con larga affluenza di pubblico, che rimane in città per più giorni e affolla i numerosi locali del centro fino a tarda notte dopo gli spettacoli.

Un modo di fare turismo con la musica che ha tenuto alta l’economia e l’immagine del paese, altrimenti rimasto fuori del giro turistico, un modo che nella nostra regione marchigiana hanno capito a Pesaro e a Macerata, ma che ogni paese dotato di teatro e di persone competenti dovrebbe adottare per migliorare appunto immagine ed economia, che non si sviluppano con le inflazionate sagre e con i soliti concerti e concertini d’interesse locale, (comunque sempre apprezzabili), ma con progetti mirati, atti a stuzzicare la curiosità del turista musicale. E tutti sappiamo come la musica, di qualsiasi genere ma ad alto livello, sposti le persone!

Ci aveva provato Fano tanti anni fa col Festival barocco, vera chicca del territorio purtroppo non capìta e forse mal organizzata e quindi subito estinta, lo fa Urbino col Festival di musica antica, che però è poco pubblicizzato e scorre quasi in sordina, lo fa bene Jesi anche se in autunno il flusso turistico è inferiore. Ed è proprio con questo obiettivo che l’Associazione Musicale Mario Tiberini fa continuamente proposte alle istituzioni per valorizzare il bel Teatro Tiberini e il teatro naturale all’aperto che è la piazzetta del teatro, ma quando la sordità è profonda neanche Ampliphon porta beneficio.  Premio Tiberini d'oro 2007 a Dimitra Theodossiou 

Eppure il Premio Lirico Internazionale Mario Tiberini, che si organizza a San Lorenzo in Campo (PU) da ventun anni, è una valida dimostrazione di come anche un piccolo paese possa essere conosciuto nel mondo grazie ad un evento di qualità, ma ogni anno le difficoltà aumentano soprattutto perché invece di collaborazione s’incontrano ostacoli e contrasti.  


 

teatro Tiberini San Lorenzo in Campo

venerdì 26 luglio 2013

Master con Luciana Serra



MASTER CLASS
CON IL
SOPRANO
LUCIANA SERRA
Al Teatro Tiberini di San Lorenzo in Campo
(prov. Pesaro e Urbino)


INCONTRO-STUDIO
tecnica e interpretazione

                   11 – 13 OTTOBRE 2013

 


L’ASSOCIAZIONE  MUSICALE MARIO TIBERINI di San Lorenzo in Campo ( PU ) 
in collaborazione con 
L’ ARTE DEL BELCANTO  di Lugano / Tesserete ( Svizzera )
organizza un incontro studio di
“tecnica e interpretazione”
dall’ 11 al 13 ottobre 2013 .

L’incontro studio è riservato a 12 partecipanti.
Le lezioni si svolgeranno nel Teatro Mario Tiberini di San Lorenzo in Campo (PU) dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 18.
Ogni allievo/a avrà a sua disposizione 30/40 minuti di lezione al giorno con il soprano Luciana Serra.
Gli allievi/e iscritti dovranno essere presenti a tutte le ore di lezione.
Il giorno 13 ottobre alle ore 17,30 si terrà una “LEZIONE / CONCERTO” aperta al pubblico, alla quale parteciperanno i migliori allievi/e del corso scelti ad insindacabile giudizio degli organizzatori.
M^ accompagnatrice al pianoforte Mirka Rosciani.
Alle fine della “ LEZIONE / CONCERTO “, verrà premiato con una pergamena dell’Associazione Mario Tiberini il migliore allievo, scelto da una giuria composta possibilmente da un agente lirico, un direttore artistico, un critico musicale, un maestro di canto, un esperto d’opera.

Verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

L’evento verrà pubblicizzato e recensito su varie riviste quali “L’ OPERA”, sul gruppo di facebook Associazione Musicale Mario Tiberini, sulle testate on line

www.laltrogiornale.it,
www.proopera.org.mx (Messico),
Operaclick, e altri.

TERMINE PER L’ISCRIZIONE  : 10  SETTEMBRE 2013

QUOTA DI PARTECIPAZIONE  :
ALLIEVI  EFFETTIVI                  €  280,00 per le lezioni +     80,00 per l’iscrizione
ALLIEVI  UDITORI                        50,00  al giorno

Gli interessati dovranno inviare all’Associazione musicale, anche via email (giosetta.guerra@libero.it  oppure giomusica@alice.it), il modulo d’iscrizione compilato e un breve curriculum, senza nulla versare.
Entro il 15 settembre l’Associazione Musicale comunicherà agli iscritti l'accettazione della domanda e gli indirizzi cui inviare entro il giorno 25 settembre le quote d’iscrizione e partecipazione.

La Presidente
Prof. Giosetta Guerra


Associazione Musicale Mario Tiberini
Via Marzabotto, 10
San Lorenzo in Campo (PU)
0721776928    3333416088

in collaborazione con "L'ARTE DEL BELCANTO" di Luciana Serra
Lugano - Tesserete

MASTER DI CANTO LIRICO CON IL SOPRANO LUCIANA SERRA
11-12-13 ottobre 2013 / October 11-12-13, 2013

SCADENZA ISCRIZIONI / REGISTRATION DEADLINE:
10 settembre 2013 / September 10, 2013

MODULO DI ISCRIZIONE / APPLICATION FORM

Nome/Name...........................................Cognome/Surname.................................... .............

Nazione/Country ....................................Data di nascita/Date of Birth...................................

Città/City ...................................................................CAP/Postal Cod………………………

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Recapito telefonico/Telephone.....................................Cellulare/Mobile................................

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Registro vocale/Voice Type..................................................

chiede di partecipare in qualità di / asks for admission as:

  • ALLIEVO / STUDENT
  • UDITORE / LISTENER

Si autorizza ai sensi del D.lgs 196/03 ad utilizzare i suddetti dati personali a fini amministrativi / You can use my personal dates for administrative files of courses

Allega / Enclosures:
  • fotocopia di un documento d’identità valido / a photocopy of a valid identity document
  • breve curriculum / a short curriculum

Data / Date                                                                                                 Firma / Signature


Inviare tutto firmato per posta all’indirizzo dell’Associazione Musicale e per conferma anche via email (vedi intestazione in alto). Pagamento dal 15-09-2013, dopo nostra conferma di accettazione.

Macerata 2013 - Il Trovatore



MACERATA – SFERISTERIO OPERA FESTIVAL 2013


IL TROVATORE di Giuseppe Verdi

(sabato 20 luglio 2013, prima)


 

 Servizio di Giosetta Guerra

Il fuoco avvampa e stride la vampa  

in cupa atmosfera


Simone Piazzola onora la categoria dei baritoni verdiani.

Con una scenografia minimalista, in linea con la crisi economica italiana, con poco dispendio di mezzi, di luci e di colori, l’allestimento de Il Trovatore ha valorizzato lo spazio naturale dello Sferisterio ed ha creato le dovute suggestioni di questa truce vicenda, che comunque, senza la definizione degli ambienti richiesti dal libretto, è restata di difficile comprensione per i neofiti. 

Il testo scritto sul muro, sia a destra che a sinistra, aiutava a capire cosa stava avvenendo, ma uno spettatore mi ha fatto rilevare che la proiezione così alta e laterale distoglieva dalla scena, anche se da vedere non c’era poi molto.

Due strette e lunghe tavole nere, col bordo frontale illuminato, occupavano il lunghissimo palcoscenico, sul lato sinistro un rogo quasi costantemente acceso, accanto un’alta torretta quadrangolare per la prigione della zingara e del Trovatore, botole sull’impiantito, fuochi repentini accesi da una miccia sul muro dello Sferisterio, dove erano fissate sette enormi plafoniere moderne con luce al neon che al bisogno si accendeva o lampeggiava o si espandeva.

L’azione si svolgeva accanto, davanti, dietro o sopra queste tavole, il cui bordo a volte si tingeva di rosso, luce rossa e fiammate anche in cima alla torretta (luogo di tortura e sofferenza), alla base del muro per staccare le figure nere dei coristi con la faccia cosparsa di una polvere fluorescente che dava al volto un rilievo spettrale e su tutto il muro nell’epilogo. Simboli dominanti e ricorrenti: una corda rossa che usciva dalla torretta (forse simbolo di schiavitù) srotolata e tirata da persone o avviluppata, una donna scarmigliata e bambino con una corta tunica bruciacchiata che si aggiravano per la scena (fantasmi dei morti), la falce fienaia (quella della morte) con lama fosforescente, una volta portata dal bambino e  in mano ai due contendenti, Manrico e il Conte di luna, in gesto di sfida, anche sull’Ouverture, mentre gli armigeri arrivavano dai lati gattonando e, naturalmente, il fuoco sacrificale. Azucena, Leonora e Ines eran vestite allo stesso modo.

I costumi dei protagonisti e dei coristi erano neri, tranne quello rosso di Ferrando, quello bianco di Leonora nella scena finale, i bordi rossi della vestaglia del Conte di Luna, la cintura rossa dei bambini e il velo di tulle rosso delle religiose, che nel movimento si staccava dall’abito nero creando un bell’effetto di rossa trasparenza fluttuante. Le immagini create dalle luci e dalla disposizione delle masse erano belle e suggestive, pur non favorendo la comprensione della vicenda.

La scena era buia per la notte, ma era buio anche l’accampamento degli zingari e tutto il resto. La regia era di Francisco Negrin, le scene e i costumi erano opera di Louis Desiré e il disegno luci di Bruno Poet.

Il coro ha giocato un ruolo importante sul piano scenografico, si è mosso con stile e con padronanza scenica, ha creato suggestivi  tableaux vivants, ma soprattutto ha cantato magnificamente, come sempre fa il Coro Lirico Marchigiano “V. Bellini”, preparato da David Crescenzi. Ha ben eseguito il canto sillabato e ritmato, il canto morbido e i suoni sommessi del Miserere.

I protagonisti delle opere liriche del periodo romantico sono giovani ed eroici, ma i compositori hanno scritto per loro pagine che richiedono una vocalità importante, per cui la difficoltà maggiore per gli interpreti è combinare due elementi fondamentali: credibilità scenica e grande voce.

Il trovatore poi, oltre ad uno spessore musicale, ha uno spessore psicologico. 

La musica scaturisce da un’inventiva melodica che si scioglie in un canto appassionato ed eroico, fino a scoppiare in cabalette ardite.

Complessivamente il cast ascoltato a Macerata era buono, con punte d’eccellenza per Simone Piazzola nel ruolo del conte di Luna e qualche perplessità per Aquiles Machado in quello di Manrico il trovatore.

Simone Piazzola è un Conte di Luna da manuale. Il baritono emerge su tutti per la bellezza della voce e del modo di porgere, una voce d’ampio respiro, estesa, autorevole e nobile, gestita sul fiato con naturalezza d’emissione sia nel canto legato sia in quello mosso delle cabalette e nelle impennate acute, il volume viene dosato dall’uso della messa di voce, dalla  tenuta del fiato e dalla morbidezza degli attacchi e della linea di canto; l’armoniosità e la musicalità carezzevole del flusso vocale, la nobiltà dell’accento, l’intensità dell’interpretazione creano un intimo legame tra il cantante e gli ascoltatori.

Aquiles Machado (Manrico) ha un bel timbro tenorile che potrebbe avere anche una tinta eroica nelle parti centrali, ma i suoni acuti sono instabili, perché il tenore non canta sul fiato ma di fibra perciò non sfuma e “balla” in zona acuta (“Ah! Sì, ben mio”), quando spinge vacilla e non si espande neanche nella famosa pira, che resta anonima.


Il soprano Susanna Branchini (Leonora, una prima donna con una vocalità ancora belcantistica, sulla scia della donizettiana Lucia.), dopo un inizio un po’ insicuro con suoni flebili nei pianissimo, rimpolpati nei centri e incerti nel salire verso l’acuto nel notturno del prim’attoTacea la notte placida”, ha poi rivelato un bel corpo vocale, che si espande con buone sonorità, la voce è robusta ma alcuni suoni sono gonfiati. Il soprano interpreta  la grand’aria del quart’atto “D’amor sull’ali rosee” con delicatezza, filati accennati, buone sonorità gravi, trilli, filati in acuto, tutto ben dosato, ma dovrebbe avere una migliore gestione del fiato.



Il mezzosoprano Enkekejda Shkossa (Azucena) ha voce dal suono accattivante che si espande in arena, è luminoso nell’acuto, cupo e a volte cavernoso nel grave (“Stride la vampa”), brava interprete, sa cantare anche con morbidezza e modula una voce potente con diversi colori piegandola al senso della frase. Personaggio credibile, ma lasciato in ombra dalla regia.


Luciano Montanaro (Ferrando), ha voce sonora e corposa di basso che usa correttamente (“Abbietta zingara”), ma un pizzico di grinta gioverebbe all’interpretazione e ai gruppetti del canto di coloratura.
Rosanna Lo Greco (Ines) dovrebbe aprire un po’ i suoni.
Enrico Cossutta era Ruiz e Alessandro Pucci un messo.

L’orchestra regionale delle Marche, diretta da Paolo Arrivabeni, ha assecondato e sostenuto le voci e ha dipinto i colori della partitura con vibrante partecipazione.