martedì 25 giugno 2013

S. Lorenzo in C. Memorial Fausto Guerra

San Lorenzo in Campo (PU)

Concerto in memoria di 

Fausto Guerra,

cantante e chitarrista, 

maestro d’arte e scenografo


Son trascorsi ben 40 anni da quando Fausto veniva travolto sulla strada, detta della morte, che da Nuova Gradisca (Jugoslavia) porta verso la frontiera italiana. Erano le 14.30 del 28 luglio 1973, Fausto e Viscardo su una moto di grossa cilindrata e altri due amici su un’altra moto se ne stavano tornando tranquillamente a casa dopo un bellissimo e meritato viaggio in Grecia, ignari che la bella gioventù dei primi due sarebbe stata interrotta dalle carambole catastrofiche di un’auto proveniente dalla direzione opposta, che, per un colpo di sonno del suo autista turco, invadeva l’altra carreggiata e li investiva in pieno lasciandoli privi di vita sull’asfalto.

Fausto si era brillantemente laureato scenografo all’Accademia delle Belle Arti di Urbino con 30 su 30 soltanto sedici giorni prima e credo che non abbia neanche avuto modo di vedere il suo certificato di laurea. Aveva solo 25 anni. Cruda sorte!

Ma in questa pagina di memorie vogliamo ricordare lo spirito libero e il musicista che convivevano in questo giovane poco più che ventenne negli anni ’70 e che si esprimevano con quella apertura verso gli altri e quella comunicativa, che fecero di Fausto un leader tra i suoi coetanei e un pioniere della musica in questo paese. Appassionato di musica, suonava benissimo la chitarra ed aveva una voce estesa e di bella pasta. Negli anni 1967/68 ad Urbino aveva formato con il cantante urbinate Ivan Graziani il gruppo “I Duchi di Urbino”, che verso gli anni ’70 hanno tenuto acclamatissimi concerti al Torchio di San Lorenzo in Campo nel giardino di Palazzo Amatori e nella nostra zona aveva un complesso beat con dei coetanei tra cui Viscardo Paolini (il suo compagno di sventura), che aveva una sala da ballo al Passo di San Vito.

I giovani del luogo lo seguivano con entusiasmo, anche perché Fausto, oltre ad istruirli sulla pratica della musica, li portava in locali lungo la costa dove si faceva musica ad alto livello. Roberto Guerra, di qualche anno più giovane di lui, ricorda ancora la meraviglia di un concerto di Lucio Battisti e la Formula Tre all’Altro Mondo di Rimini, dove Fausto lo aveva portato una sera con la sua cinquecento blu insieme a Castiro Vinella e a Piero Priori. La gioia di vivere era sempre presente, nonostante i tempi non facili, non si navigava nell’oro e la mentalità era alquanto chiusa.

Iscritto al Club Nazionale degli Artisti, Fausto ha partecipato come attore alla Rassegna San Fedele di Milano 1972-73, con la rappresentazione “Violenzazione, in quanto faceva parte del Gruppo Teatrale dell’Accademia delle Belle Arti di Urbino,

San Fedele di Milano

 

 

 

 

 

ha tenuto molti concerti in varie parti d’Italia, si è esibito con successo come cantante solista in manifestazioni di varia importanza ed è stato apprezzato da Mike Bongiorno, Pippo Baudo, Gino Latilla, che hanno avuto modo di ascoltarlo in spettacoli ad alto livello da loro presentati.

 

Fausto con I ricchi e i poveri

Aveva pronti due contratti discografici come cantante con la “Car” di Milano e con la “Matata” di Torino, è stato finalista al concorso “Voci e Volti nuovi delle Marche in televisione”, organizzato dal Radiocorriere a Pesaro, dove gli è stato impedito di cantare “Tanta voglia di lei”, perché, al dire del cantante Gino Latilla, avrebbe fatto sfigurare i Pooh, che avevano in programma la stessa canzone, e Fausto cantò “Signore, io sono Irish, quello che verrà da te in bicicletta”. Canzone fatidica, perché, dopo poco, lui ci andò in motocicletta.

 

Poi il tempo passa e annebbia i ricordi, le generazioni cambiano e la gente dimentica. Ma tutti quelli che oggi fanno musica a San Lorenzo in Campo sappiano che Fausto è stato il primo ad aprire le porte alla musica nel nostro territorio, ha radunato attorno a sé il mondo dei giovani, che hanno messo in pratica la sua lezione, continuando a formare gruppi musicali, a dedicare il loro tempo libero all’hobby più creativo e più gratificante del mondo, facendone a volte anche una professione.

Per non perdere la memoria del passato, non sarebbe improprio intitolargli la stanzetta della musica dietro l’oratorio, dove oggi molti giovani laurentini fanno le prove per continuare il percorso musicale iniziato da Fausto. Intanto l’Associazione Musicale Mario Tiberini, in collaborazione coi musicisti del luogo e dell’Amministrazione Comunale, col sostegno dell’Alluflon di Mondavio e di Casavecchia Vivai di Arcevia, gli dedica un mega concerto che si terrà il 7 luglio alle ore 21 ai giardini pubblici di S. Lorenzo in Campo con la partecipazione di quattro gruppi locali e non: Algoritmo, Kite, I Fottutissimi, dr.gam. Peccato che la Pro loco si sia dissociata.

Giosetta Guerra




lunedì 17 giugno 2013

Bologna-Comunale-Il trionfo di Clelia



Bologna, Teatro Comunale

“Il trionfo di Clelia”

…ma non degli altri.


(Recita del 19 maggio 2013)


Di Giosetta Guerra


 


Duecento cinquanta anni fa, il 14 maggio 1763, il Teatro Comunale di Bologna fu inaugurato con  Il trionfo di Clelia, dramma per musica in tre atti su libretto di Pietro Metastasio, musica di Christoph Willibald Gluck; con la stessa opera si è festeggiato quest’anno il 250°anniversario dell’apertura della sala del Teatro Comunale. L’opera, abbastanza lunga, noiosetta sul versante cantato, più ricamata nelle parti strumentali, è un susseguirsi di arie solistiche (18), lunghi recitativi secchi, alcuni recitativi accompagnati, un duetto e un breve coretto cantato da tutti i solisti.

Si basa sul contrasto tra libertà e potere assoluto che si concretizza nell’eroismo di Clelia, nobile donzella romana, ostaggio del campo toscano comandato da Porsenna, arrivato nei pressi di Roma al fine di ristabilir sul trono della città Tito Tarquinio, ultimo figlio di Tarquinio il Superbo, che n'era stato scacciato. La giovane, insidiata da Tarquinio ma destinata sposa all’eroico Orazio (Coclite), ambasciatore di Roma, fugge dal campo toscano  e, attraversando a nuoto il Tevere, giunge a Roma, suscitando l’ammirazione di Porsenna per quel gesto eroico. C’è un’altra coppia formata da Larissa, figlia di Porsenna promessa a Tarquinio, e da Mannio, principe dei Veienti, di cui Larissa è innamorata.

L’allestimento scenico di Bologna con regia e scene di Nigel Lowery e luci di George Tellos riprende quello di Atene dell’anno scorso, più che minimalista è stilizzatissimo, piatto e scialbo, non definisce tempi, luoghi e ambienti, un po’ di rilievo vien dato all’incendio del ponte Sublicio e alla fuga a nuoto di Clelia in compagnia di un cavallino usando una botola. L’azione si svolge sia davanti ad un arco da teatrino parrocchiale coperto da un telo bianco sul quale vengono proiettati la sinopsi, un lungo discorso politico contro gli oppressori, un missile che esplode e si disintegra in tante bamboline (perché?), una scena di guerra con aerei e carrarmati, sia dietro, quando il telo si alza, dove compare una parete in legno chiaro che ogni tanto si apre lateralmente e lascia intravedere una fabbrica con ciminiera in miniatura. La scena più originale e azzeccata è la costruzione a vista del ponte con archi sottostanti per lasciar scorrere l’acqua del fiume, fatta con scatoloni sovrapposti; sul ponte nero e fondale rosso si proietta una battaglia in miniatura poi scoppia l’incendio, il ponte crolla e travolge Orazio che si getta nel fiume. 

Non ho capito il significato della bambolina in mano a Larissa, del personaggio ignoto che ogni tanto sbuca da una botola, perché Clelia in redingote rossa, calze nere e scarpe col tacco, arriva con la valigia in apertura d’opera, perché Porsenna aziona il ventilatore e Orazio avanza trascinando un palo come fa Cristo con la croce, perché si gioca con un mappamondo e si bruciano carte, perché sono i cantanti ad aprire e chiudere (troppe volte) il sipario del teatrino e altre cose discutibili proposte da questa regia incomprensibile.

I costumi di Monica Benini sono un miscuglio di stili, Larissa ad esempio ha un abito alla charleston, quindi più che per coerenza è per effetto visivo che risaltano gli originali mantelli a più colori dei personaggi maschili o la giacca a righe orizzontali nere e rosse di Orazio.

Sul versante vocale alcuni ruoli sono en travesti. Maria Grazia Schiavo (Clelia) con voce sopranile di bel timbro, agile e ben proiettata, si trova a suo agio nel canto di coloratura (Tempeste il mar minaccia), è una brava virtuosa con acuti lanciati e gravi deboli, sa dare incisività all’accento nonostante l’incomprensibilità delle parole, si destreggia bene in tutti i registri nell’aria di furia con grandi sbalzi e slanci acuti “Mille dubbi mi destano in petto” eseguita di forza.

Il soprano turco lirico leggero Burcu Uyar (Larissa) produce suoni medi chiusi, fa uso della messa di voce e dà maggior sfogo agli acuti (Ah, celar la bella face) ed è proprio nella tessitura acuta che la voce risulta più bella (Ah, ritorna, età dell’oro); la dizione è incomprensibile.

Il mezzosoprano leggero greco Irini Karaianni (Tarquinio) ha voce piccolissima, i suoni sono belli ma corti e appena accennati, sa cantare (Sì, tacerò se vuoi), ma non ha né gravi, né estensione, né pronuncia chiara.

La greca Mary-Ellen Nesi (Orazio) è un mezzosoprano dal bel timbro scuro e peso vocale modesto (Resta o cara), la voce è impastata e intubata nei registri medio e grave, comunque è ben lanciata nell’acuto e agile nei vocalizzi, che sono incomprensibili, quando il canto si fa più morbido (Saper ti basti, o cara), modula con proprietà sopra un tessuto orchestrale sospeso e lungo, sa cantare ma non pronunciare.

Il tenore Vassilis Kavayas Porsenna canta bene e si capisce (A sì, bell’opra), ha voce chiara e pulita, di poco spessore e gravi vuoti (Sai che piegar si vede)… forse glieli porta via il ventilatore (Boh !!!!!!)…, il suono risulta un po’ piatto e si stringe quando sale, la rigidità della voce non è adatta al virtuosismo delle sue arie, piene di fioriture.

Il sopranista giapponese Daichi Fujiki (Mannio) usa bene il fil di voce che ha, producendo bei filati e leggerezza del suono (Vorrei che almen per giuoco).

I recitativi accompagnati dal cembalo erano uno zampillare di suoni incomprensibili fino a generare noia e in linea di massima l’intelligibilità fonica è stata carente anche nelle arie, perciò la vicenda è rimasta piuttosto oscura.La musica con armonie squisite e trasparenti è decisamente più accattivante. L’Ouverture si bilancia con ritmo danzante tra la densità dei fiati e la leggerezza degli archi che dominano anche sul tutto orchestrale, ogni aria ha un’introduzione, l’opera termina con musica trionfale e canto d’insieme. La brava Orchestra del Teatro Comunale di Bologna era diretta da Giuseppe Sigismondi De Risio.

Per me certe opere vanno fatte in costume d’epoca e con veri virtuosi del canto, altrimenti dov’è la <maraviglia>?




sabato 8 giugno 2013

Roma Carlo Lepore e il suo CD



ROMA - Libreria Feltrinelli

(6 giugno 2013)


CARLO LEPORE

NON SOLO BUFFO


Il basso Carlo Lepore presenta il suo ultimo CD

 

 


Servizio di Giuseppina Giacomazzi

 

Il basso Carlo Lepore, noto anche per l'interpretazione della Cenerentola televisiva con la regia di Verdone, nel presentare il 6 giugno 2013 alla libreria Feltrinelli di Viale Libia a Roma il suo nuovo CD "Non solo buffo", ha offerto un'ora di splendida musica dal vivo, accompagnato al pianoforte dal maestro Giovanni Velluti.
La scelta dei brani, non tutti presenti nel CD, come lo stesso Lepore ha spiegato introducendo il pomeriggio musicale, è stata quella di mostrare al pubblico la capacità di usare una vocalità anche per "il buffo", vocalità più baritonale per velocità e brillantezza, ma di vero basso per le note gravi. 

I personaggi dell'opera buffa non sono e comunque non devono essere mai ridicoli; la comicità deve scaturire infatti dalla situazione, come per il don Magnifico della Cenerentola o per il don Bartolo del Barbiere di Siviglia, "grotteschi nella loro cattiveria". Il CD contiene arie di Rossini, Verdi, Mozart, ma anche di Gounod, Respighi, Tosti, mettendo in luce la diversità dei personaggi.
Il maestro Velluti ha sottolineato il ruolo dell'accompagnamento pianistico, ruolo non secondario rispetto alla voce, avendo il difficile compito di ricreare i colori orchestrali. Ha eseguito poi uno splendido notturno postumo di Chopin , spiegando al pubblico il rapporto con l'opera lirica presente nel romanticismo pianistico, del quale Chopin è altissima espressione.
Lepore ha  cantato arie dalla Sonnambula (Vi ravviso o luoghi ameni), dalle Nozze di Figaro (Non più andrai farfallone amoroso), dal Simon Boccanegra (Il lacerato spirto), due lieder di Schubert, l'aria La Calunnia dal Barbiere di Siviglia, e, in conclusione una nota vecchia canzone, Old man river,  con ottimo fraseggio e capacità interpretativa, offrendo una profonda emozione al pubblico presente, particolarmente attento, partecipe, coinvolto. Di forte fascino la drammaticità dei toni bassi e il "crescendo" della Calunnia, nella quale testo e musica sono in stretto rapporto.  Perfetto l'accordo con l'accompagnamento pianistico.

 

sabato 1 giugno 2013

Teatro Comunale di Bologna - Oscar della Lirica III Edizione

Teatro Comunale di Bologna

INTERNATIONAL OPERA AWARDS 2013


Oscar della Lirica 

III Edizione

(Sabato 18 maggio 2013)

Servizio di Giosetta Guerra

Il programma celebrativo del 250° anniversario del Teatro Comunale di Bologna comprendeva anche la serata degli Oscar della Lirica, promossa e organizzata dalla Fondazione Verona per l’Arena e dalla Fondazione Teatro Comunale, per la consegna dei premi a cantanti e personaggi dello spettacolo scelti tra una lista di candidati.

Il premio, nato nel 1995 per volontà di Alfredo Troisi, si prefigge l'obiettivo di "valorizzare e contribuire al rilancio della musica lirica, alla diffusione dell'arte del canto e dell'opera che è innanzitutto disciplina di vita e di cultura, scuola di sacrificio e di impegno, di studio e dedizione costanti".
Vincitori dell’edizione 2013 sono risultati il tenore Gregory Kunde (assente), il soprano Daniela Dessì, il mezzosoprano Elisabetta Fiorillo (assente), il basso Roberto Scandiuzzi (assente), il baritono Bruno Praticò, l’orchestra del Teatro Comunale di Bologna (ha ritirato il premio il suo direttore Michele Mariotti, che lo ha consegnato al primo violino Emanuele Benfenati), la costumista Brigitte Reiffenstuel, il corpo di ballo del Teatro dell'Opera di Roma con il coreografo Misha Van Hoecke

I cantanti sono stati premiati con una statuetta che rappresenta la Nike di Samotracia e gli altri con un premio in scatola che da lontano abbiamo solo intravisto.
Sono stati conferiti anche un Premio Speciale alla memoria di Luciano Pavarotti consegnato a Nicoletta Mantovani da Giovanni Allevi (ospite d’onore della serata), un Premio Speciale Opera al cinema a Franco Zeffirelli (Ilenia Sirtori in rappresentanza dello sponsor principale Korff ha consegnato il premio ad una luccicante Priscilla Fiazza nipote di Zeffirelli), un Premio Speciale alla carriera al soprano Raina Kabaivanska (accolta in palcoscenico da una standing ovation) per i suoi cinquantacinque anni di attività con quattrocento produzioni di Tosca e quattrocento di Madama Butterfly, un Premio Speciale per la New Generation al tenore Stefano Tanzillo della Fondazione Luciano Pavarotti premiato da Nicoletta Mantovani e al mezzosoprano Chiara Amarù. 
Sono stati premiati poi il Sovrintendente del Teatro Comunale di Bologna Francesco Ernani per mano di Daniela Traldi presidente di Conflirica, il sindaco di Bologna Virginio Merola (assente sostituito dall’assessore Patrizia Gabellini) per mano di Giorgio di Bisceglie della Fondazione Verona per l’Arena, ed è stata data una medaglia del Presidente Napolitano all’ideatore degli oscar della lirica Alfredo Troisi.
Infine è stato premiato dallo sponsor Jaguar Italia anche Alfonso Signorini, direttore del
settimanale Chi, anche lui melomane e per l’occasione garbato e simpatico conduttore della bella serata evento, che aveva la regia di Giovanna Nocetti.
I cantanti hanno offerto al pubblico un brano del loro repertorio.
Stefano Tanzillo, un tenore ventiquattrenne di belle promesse ma con una tecnica di respirazione e d’emissione da acquisire, ha aperto le esibizioni con la nota aria del Duca di Mantova “Ella mi fu rapita” da Rigoletto di Verdi (voce chiara di bel timbro, fiati corti e tutto quel che comporta un canto non in maschera).
Poi è entrata Chiara Amarù e si è aperto l’universo, perché il mezzosoprano è una rossiniana doc, ha una vocalità importante, estesa, voluminosa, con suoni rotondi fin dalla prima nota e ben impostati in ogni registro e con precisa proiezione del suono, voce densa e robusta negli affondi, duttile e agilissima nella fitta coloratura, nel canto di sbalzo e nei salti d’ottava dai trilli e dagli slanci acuti agli appoggi gravi pieni e consistenti, canta in maschera e fa uso delle mezze voci e della messa di voce. Ha cantato magnificamente l’aria “Nacqui all’affanno” dalla Cenerentola di Rossini che ha concluso coi fuochi d’artificio del rondò finale “Non più mesta”.
In sostituzione dei cantanti assenti è stata chiamata all’ultimo momento Dimitra Theodossiou che abita a Bologna a due passi dal teatro e che aveva vinto l’anno scorso il premio oscar della lirica. La scelta è stata azzeccatissima, perché il soprano greco si è presentata col cavallo di battaglia dei suoi esordi, un brano che soltanto una cantante con una grande voce può affrontare con sicurezza, un genere di canto spinto e lanciato che il soprano aveva via via sostituito con modulazioni più dolci e più intimistiche. Mi è piaciuto molto quindi sentire di nuovo la Theodossiou nella difficilissima aria di Odabella  con cabaletta “Santo di patria” da Attila di Verdi, affrontata con voce imponente e spiegata, slanci acuti formidabili e vibranti con salti temerari alle sonorità piene della zona grave, cesello della messa di voce, agilità vertiginose nei virtuosismi della cabaletta, naturalezza d’emissione, incisività d’accento, interpretazione intensa.

Bruno Praticò con soprabito di broccato bianco come un marajà ha snocciolato con dizione chiarissima e possente mezzo vocale la zampillante cascata di note del suo pezzo forte, l’aria di Don Magnifico “Miei rampolli femminini” dalla Cenerentola di Rossini, corredandola della sua nota mimica. Gli ha consegnato il premio l’assessore alla Provincia Maria Bernadetta Chiusoli.



Daniela Dessì, premiata da Raina Kabaivanska come artista cantante e regina del canto lirico (ma già la Dessì era stata incoronata regina della lirica nel 2007 dall’Associazione Musicale Mario Tiberini), ci ha donato una splendida interpretazione di “Io son l’umile ancella” da Adriana Lecouvreur di Cilea, con una voce dal colore vellutato e dal suono denso, mezze voci deliziose e messa di voce perfetta, struggenti filati in pianissimo poi rinforzati, una voce che dà i brividi e trasmette le vibrazioni dell’anima.

Annunciato come Guest Star della serata, il pianista-compositore-direttore Giovanni Allevi è entrato correndo in palcoscenico col suo look abituale (maglietta nera a maniche corte, jeans neri, capelli neri ricci arruffati) e la sua nota aria “allunata”, ha scambiato due parole affannose col presentatore (lo sappiamo come fa), poi ha ben diretto l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna che ha eseguito la sua composizione “A perfect day ”, un brano sinfonico con un tema di base reiterato all’infinito dalle varie sezioni orchestrali con tempi uguali ma con registri e sonorità diversi. Poi se n’è andato. Niente esibizione al pianoforte quindi. 

Cambiando genere di musica Giovanna Nocetti, in veste di cantante con chitarra in mano si è esibita in un omaggio a Lucio Dalla, cantando Caruso e duettando con la potenza vocale dello strepitoso soprano Francesca Patanè.

Poi tre ballerini del teatro dell’opera di Roma (Alessandra e due maschietti) hanno fatto qualche passo di danza partendo dalla platea su coreografia di Misha Van Hoecke, presentato in palcoscenico.

Il pittore Serafino Rudari, posizionato sul palco sinistro di boccascena, ha dipinto in contemporanea un quadro che ha poi donato al Sovrintendente del teatro Francesco Ernani.
L’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna era diretta da Elisabetta Maschio, che indossava un elegante abito lungo di chiffon blu chiaro con maniche a pipistrello stretto in vita da un’alta fascia dorata e nel dirigere assumeva pose e movenze sinuose anche appoggiandosi ogni tanto alla sbarra come una ballerina.





domenica 26 maggio 2013

JESI - FESTIVAL DELL’OPERA DA CAMERA



JESI
GRANDE SUCCESSO AL FESTIVAL DELL’OPERA DA CAMERA
“Pimpinone” ridà vita a Palazzo Pianetti
(12 maggio 2013)

Una rara partitura di Albinoni agli albori dell’opera buffa

Servizio di Antonio Revelli

 
Erano già diversi giorni che il centro storico di Jesi risuonava di musica dalle finestre dei palazzi antichi: sotto Palazzo Colocci e Palazzo Pianetti i passanti alzavano gli occhi incuriositi e sorpresi da quella piacevole e strana novità. Poi, finalmente il disvelamento del mistero: non era altro che il nuovissimo Festival dell’Opera da Camera –promosso dalla Fondazione “Lanari” e dal Comune di Jesi- di cui nei diversi palazzi si stavano tenendo le prove musicali, di regia, di allestimento, del primo titolo in cartellone. E proprio nella magnifica Galleria degli stucchi di Palazzo Pianetti, domenica 12 maggio 2013 se ne è avuta la première: in scena l’intermezzo buffo in tre parti “Pimpinone”, un piccolo capolavoro di Tomaso Albinoni, autore assai poco rappresentato ma che meriterebbe invece un recupero di interesse. 
Il Festival si distingue infatti proprio per la proposta di un repertorio storico di rara esecuzione, realizzato non in spazi teatrali istituzionali bensì nei “saloni della musica” delle più belle e importanti dimore storiche della Città. Lo spettacolo inaugurale del Festival non poteva essere più stimolante e significativo dal punto di vista artistico e culturale: “Pimpinone” di Albinoni è un lavoro non solo molto bello ed elegante musicalmente, ma importantissimo dal punto di vista storico e musicologico perché ben 25 anni prima di Pergolesi e della sua “Serva padrona" apre la via alle dinamiche sociali che anticipano in teatro l’affermazione femminile nella società. Tra le poche composizioni teatrali di Albinoni giunte fino a noi, “Pimpinone” debutta a Venezia nel 1708, al Teatro San Cassian, come intermezzi buffi per l’opera “Astardo” di Albinoni stesso: accolta con grande favore, la deliziosa partitura ha avuto poi all’epoca diffusione in molti teatri d’Europa. Si tratta davvero di un piccolo gioiello musicale e teatrale, che anticipa il tema serva-padrone di tanti lavori successivi, con un tratto però di ancor più moderna spregiudicatezza nella realizzazione sociale femminile, grazie a un senso civico della “libertà” avanzato e consapevole, forse proprio a motivo dell’ambiente culturale veneziano per il quale l’opera è scritta. Vespetta, il personaggio femminile dell’operina, arriva infatti a fare al coniuge esplicita richiesta di libertà sociale (“già lo sai, vo’ libertà”) e a dichiarare apertamente che “compagne son le mogli e non già schiave”, denotando tutto un mondo che è assolutamente impensabile nella “Serva padrona”, come nelle stesse società del tempo di altri Stati, quali il Regno di Napoli in cui debutta nel 1733 il capolavoro pergolesiano. Da notare, in aggiunta, che la consapevolezza civica di  Vespetta giunge ad affrontare il marito non con le consuete armi femminili della seduzione o delle lacrime, ma in punta di diritto: minacciandolo di chiedere il divorzio! Una modernità del racconto teatrale ben appaiata a quella del tessuto musicale che lo incarna, in una corrispondenza estrema tra gesto scenico e frase musicale che già anticipa il realismo successivo dell’opera buffa, peraltro attraverso una raffinatezza di scrittura non comune: ce n’è davvero non solo per rilanciare all’attenzione un autore dimenticato qual è Albinoni, ma anche per  guardare con occhi nuovi la stessa periodizzazione storica dell’evoluzione dei generi operistici come oggi li consideriamo. Di questo va senz’altro dato merito agli organizzatori del Festival. Lo spettacolo, per la regia di Gianni Gualdoni, si è inserito alla perfezione nell’incantevole scrigno coevo di Palazzo Pianetti, con una tale naturalezza da far sembrare ai presenti che il Palazzo fosse tornato ad avere vita propria con momenti di quotidianità dell’epoca: il palcoscenico sistemato in una delle due esedre, con mobilia dell’epoca e la magnificenza stessa delle pareti decorate a fare da scenografia reale, ridava sapore teatrale al Palazzo come nelle serate musicali offerte al tempo dalla ricca Famiglia dei Marchesi Pianetti. Una regia molto elegante e raffinata, attenta a sottolineare al meglio il dettato della partitura, resa tanto più spettacolare dagli splendidi costumi appositamente realizzati da Giuliana Gualdoni. In scena due bravissimi cantanti marchigiani, la mezzosoprano Beatrice Mezzanotte (Vespetta) e il basso buffo Davide Bartolucci (Pimpinone). Artisti emergenti già in carriera in importanti teatri d’opera nazionali, che hanno reso un’interpretazione di alto rango: piena padronanza scenica della Mezzanotte, alle prese con un difficile e sfaccettato personaggio di “mentalità sopranile” ma scritto per la tessitura del mezzosoprano, di cui non ha mancato d'esprimere tutti i chiaroscuri musicali e le varie inflessioni, ora acute e ora gravi; grande mestiere di Bartolucci, nel disegnare un carattere buffo senza scadere nel grottesco (rischio insidioso, in questi casi) e nel sostenerlo con una cantabilità raffinata, ricca di sonorità grazie ad un materiale vocale importante che riesce a padroneggiare egregiamente. L’orchestra era l’Accademia dei Filarmonici, interessantissimo ensemble che suona con strumenti antichi, che ha fornito
un’esecuzione di grande qualità,con proprietà interpretativa di alta scuola.

Un folto pubblico ha gremito la platea, tributando calorosi consensi ad un appuntamento che si è rivelato davvero raro e certamente resterà a lungo nella memoria di chi ha avuto la fortuna di essere presente.                                                                
 

lunedì 29 aprile 2013

Norma al Teatro Comunale di Bologna



Bologna – Teatro Comunale

NORMA  di Bellini nelle nuova interpretazione di Mariella Devia
(recita del 18 aprile 2013)

Di Giosetta Guerra

Bellini compose Norma per Giuditta Pasta (Norma), Domenico Donzelli (Pollione) e Giulia Grisi (Adalgisa). Il libretto di Felice Romani deriva da Norma ou l'infanticide di Alexandre Sourmet, basato sul conflitto interiore della sacerdotessa che per amore infrange i suoi voti (vedi Les Martyrs di Chateaubriand e La Vestale di Spontini), incupito dal tema dell'infanticidio (qui non perpetrato) come vendetta per il tradimento amoroso, tratto dalla tragedia greca (vedi Medea di Euripide), sullo sfondo di scene di massa monumentali, con gli antichi riti celtico-barbarici nella sacra foresta druidica. Temi classici visti in chiave romantica con personaggi più umani e un finale incentrato sulla ritrovata responsabilità dell'individuo (Norma si autoaccusa pubblicamente scagionando Adalgisa e affronta il sacrificio supremo sul rogo seguita da Pollione pentito, realizzando così l'eterna unione degli amanti nella morte). La tragedia lirica in due atti debuttò al Teatro alla Scala di Milano il 26 dicembre 1831.
Come nell'edizione originale, l'opera belliniana tra le più difficili e temute, banco di prova per le grandi voci, è andata in scena al Teatro Comunale di Bologna con due soprani e,  in omaggio all’anno wagneriano, è stata inserita l’aria per basso scritta da Wagner "Norma il predisse, o druidi" al posto di "Ah! Del Tebro al giogo indegno"  (atto II scena V).
L’evento della serata era proprio il debutto di Mariella Devia nel ruolo impervio di Norma, tramandato alla storia nientemeno che da Maria Callas.
L’eccellente tecnica di canto, l’intelligenza e il rigore stilistico le hanno permesso di usare in modo eccelso le sue qualità vocali al fine di superare egregiamente l’arduo compito, proibitivo per un comune soprano lirico leggero di coloratura, ma non per lei.
Belcantista di rango, formatasi alla scuola di Rossini, la Devia ha sciorinato cromatismi vocali da brivido, audaci salti verso acuti astrali bilanciati da bellissime rapide scale discendenti; fioriture, arpeggi, trilli, gruppetti, acuti, sovracuti zampillavano con estrema naturalezza e fluidità, ma anche i centri e i gravi erano pieni e rotondi, aggiungiamo l’uso magistrale della messa di voce e del canto sul fiato, il cesello dei pianissimo e dei melodiosi e ricamatissimi filati di seta, il suo noto fil di voce udibilissimo, la pulizia assoluta del suono, l’accento perfetto, i suoni scanditi e ben tenuti, la dizione chiara, l’emissione ineccepibile, ed assisteremo ad un’eccellente lezione di canto.
La Devia ha mantenuto una perfezione di canto sorprendente fino all’ultima frase, un coinvolgimento crescente e contagioso e un progressivo potenziamento del mezzo vocale sia in peso che in volume, attuando  l'arcaico legame tra canto e parola richiesto da Bellini.
Scendendo nel dettaglio Mariella Devia ha cesellato con perfezione di stile la melodia purissima dell’inno alla luna (“Casta diva”) creando una rarefatta atmosfera di grande poesia, è stata straordinaria nella furia (Trema per te, fellon…Oh, di qual sei tu vittima), espressa con voce corposa e suono  denso.
Nel confronto con Pollione smascherato (“In mia man alfin tu sei”), col noto accompagnamento a nenia eseguito con eleganza, la veemenza e la possenza di lei si intrecciavano col canto spiegato di lui; nella scena del tribunale il salto ascendente rinforzato e poi discendente della confessione di colpevolezza “son io” è stato semplice per la Devia, che ha espresso con canto purissimo costellato di lamine acute il cocente dolore del tradimento (“Qual cor tradisti”).
Nei magnifici duetti femminili, in cui prevale l'elemento melodico che trasforma in canto puro gli stati d'animo e i sentimenti, la Devia e la Remigio in perfetta sintonia vocale hanno intessuto un’armonia di voci e di colori: la voce della Devia ha una sonorità tridimensionale, è una sfera morbida e levigata cosparsa di melodiosità e vibrante di fuochi d’artificio, la voce della Remigio è una linea sinuosa intrisa di musicalità e dolcezza.
Scenicamente Norma era una giovinetta coi capelli sciolti.
Carmela Remigio nel ruolo di Adalgisa ha esibito voce leggera di bel timbro ed ha cantato benissimo, con facilità d’accesso al registro acuto, abilità a percorrere scale discendenti,  buona linea di canto, padronanza d’emissione, ottimi acuti, è stata garbata nel porgere e brava nell’uso del filato e della mezza voce, comunque si è sentito il passaggio dalla naturalezza e pienezza dei suoni centrali alla leggerezza di quelli gravi.
Aquiles Machado nel ruolo di Pollione ha cantato con accento appropriato ed ha permeato di sentimento una voce sonora, robusta e di bel colore, ma, usando poco la tecnica del canto in maschera, ha evidenziato una certa difficoltà nel salire verso la tessitura acuta, emettendo suoni tesi e poco fermi.
Oroveso, una bella figura giovanile con lunghi capelli biondi, è stato interpretato dal basso Sergey Artamonov con voce lunga, ampia ed estesa ma un po’ trattenuta, voce robusta e possente da rifinire, linea di canto sregolata da rimodellare.
Alena Sautier (Clotilde) ha esibito una buona voce di mezzosoprano, Gianluca Floris (Flavio) è un tenore chiaro, corretto.
La complessa e articolata narrazione della partutura è stata cesellata dal M° Michele Mariotti alla guida dell'Orchestra del Teatro Comunale di Bologna. Nella bellissima ouverture, trascinante nel ritmo e nelle tinte, differenziate dal timbro delle varie sezioni strumentali e dei singoli strumenti, ha tenuto sonorità alte nei tempi concitati e leggeri nelle parti più distese. L'orchestrazione eloquente e ricca di tensione drammatica ha funzionato come sostegno coloristico delle melodie e delle pagine corali, in stretta sintonia con le voci e con le atmosfere. La trama narrativa non presenta fratture tra arie e recitativi e si conclude con una coralità assoluta di grande suggestione. Il tessuto orchestrale è variegato e delicato, quasi un ricamo, sotto il dialogo delle due donne, di cui a volte lascia scoperte le voci, è pervaso di fremiti nella scena del delirio assassino di Norma; nelle pagine di maggior furore di Norma l’orchestra tace.
L'energia e la veemenza delle masse, che fanno da contraltare all’ansia romantica dei protagonisti, hanno trovato sfogo nelle sonorità maestose, nella pienezza del suono e nella compattezza delle voci del magnifico e poderoso Coro del Comunale,  preparato e diretto da Andrea Faidutti. Bravissima la sezione maschile per il rispetto delle dinamiche vocali, la potenza e l’espansione del suono, l’amalgama sonoro.
L’allestimento in bianco e nero con qualche pennellata di colore era quello col quale Tiezzi debuttò nell’opera lirica al Petruzzelli nel 1991, e anche in questa sede portava la firma del regista Federico Tiezzi, aveva le scene bianche e nere di Pier Paolo Bisleri, i sipari e i fondali dipinti da Mario Schifano, i costumi prevalentemente bianchi (tranne il magnifico abito viola della Devia nel 1° atto) di Giovanna Buzzi, le luci appropriate di Gianni Pollini.
Un allestimento stilizzato e moderno, che non rispetta le tinte e le forme dei luoghi descritti dal libretto. Le atmosfere non vengono definite dagli ambienti: niente clima boschivo sereno, niente orrenda selva, niente arredi, solo alcuni elementi indispensabili e fondali dipinti. Al centro del palcoscenico vuoto una sorta di onnipresente cassapanca marmorea è usata come altare, come letto, come panca, come tavolo di tribunale, la foresta è sintetizzata nello schizzo di un albero che cambia colore, con radici profonde nella terra e un triangolo nella parte superiore; la luna non è quella romantica ma quella astronomica, è un’enorme sfera accidentata che viene sollevata a scomparsa proprio nel momento del canto alla luna. I Druidi indossavano tuniche bianche e corazze di cuoio.
La regia, per lo più statica, ha composto gradevoli quadri d’insieme, suggestive scene di massa e figure di gusto ellenico col supporto ben studiato delle luci. Nella breve pagina corale “Guerra guerra” nella disposizione del coro ho visto un monumento ai caduti.


lunedì 15 aprile 2013

DUUM, Teatro Fortuna Fano



TEATRO DELLA FORTUNA | Fano – mercoledì 10 aprile 2013

DUUM  con i SONICS virtuosi a mezz’aria.

Esclusiva regionale
  
 Di Giosetta Guerra

DUUM, parola onomatopeica che rappresenta il rumore del salto, è l’ultima opera di Alessandro Pietrolini, fondatore della compagnia Sonics, e di Ileana Prudente; narra la fantasiosa storia degli abitanti di Agharta che dal mitico regno al centro della terra, dove sono imprigionati, vogliono emergere in superficie per raggiungere la libertà. Alessandro Pietrolini è anche autore dei testi e regista dell’opera insieme ad Antonio Villella, Ileana Prudente e la danzatrice Irene Chiarle hanno creato i costumi, Niki Casalboni si è occupato delle luci e degli effetti speciali.
I continui sforzi, a volte ironici a volte poetici, di compiere il DUUM, ovvero il salto verso l’alto, sono compiuti dai protagonisti acrobati, mentre un uomo mascherato con fiaccola in mano, muto e onnipresente, dà fisicità alla voce recitante fuori scena che narra le fasi  dell’autoliberazione degli abitanti di Agharta. Quella del mostro è un’inquietante presenza di disturbo (un bambino si è anche spaventato all’inizio e poi si è addormentato), la narrazione è inutile e pleonastica, sia perché la storia non si è proprio capita (io l’ho letta sul comunicato stampa, ma gli spettatori non l’hanno letta in nessun posto), sia perché uno  spettacolo di acrobati volanti e danzatori non ha bisogno di una trama.
La nostra attenzione si è concentrata sulle magiche e virtuosistiche acrobazie dei Sonics (compagnia tutta italiana composta di quattro donne e quattro uomini) che hanno tenuto col fiato sospeso, con la bocca spalancata e con gli occhi sgranati gli spettatori del teatro della Fortuna di Fano, che hanno applaudito continuamente anche a scena aperta.
Corpi fisicamente perfetti, armoniosi quelli delle ragazze in bikini, scolpiti quelli dei ragazzi a dorso nudo, si sono prodigati in evoluzioni e contorsioni a terra e in aria al limite dell’impossibile, si sono esibiti in assolo, in coppia, in trio e in insiemi di estrema difficoltà e suggestione su attrezzature mobili, sospese e fisse, in esercizi acrobatici simili a quelli circensi  con una tecnica perfetta basata sull’equilibrio, sull’agilità, sulla potenza muscolare delle braccia e sulla grazia del movimento, frutto di un lavoro certosino e perfezionistico.
Le figure d’insieme restituiscono plasticità, armonia e leggerezza, le ragazze sono snodate e morbide (si son viste delle spaccate oltre i 180° gradi di apertura), i maschi dotati di una muscolatura di ferro, hanno dato dimostrazione di forza dinamica, di equilibrio che sfida il baricentro, di concentrazione estrema, è proprio il caso di dire "datemi un punto d'appoggio e vi solleverò il mondo".
Difficile descrivere i numeri, bisogna vederli, la vista soddisfa più della parola. Come descrivere infatti la levitazione (parola impropria perché il sollevamento avviene grazie ai muscoli e non alla magia, ma rende l’immagine) di due corpi maschili sospesi orizzontalmente a bilancia col solo appoggio di un braccio a terra, o l’equilibrismo sovrumano del ragazzo ai blocchi posizionati su un piedistallo a due o tre metri di altezza, o l’agilità e la potenza delle braccia di quello che si arrampica come una scimmia al palo, tipo lap dance, e assume posizioni trasversali reggendosi su un solo braccio? Questo acrobata veramente formidabile si chiama Lucio Rizzi (l’ha focalizzato mio nipote nella rapida presentazione finale degli artisti). O ancora le spericolate evoluzioni in aria delle ragazze aggrappate l’una all’altra su una sorta di lampadario roteante o gli esercizi acrobatici ai nastri, ai cerchi, alla corda
e al trapezio?  O l'idea registica di far sbocciare enormi fiori azzurri in scena nel finale? 
Insomma andate a vederli.
Tutti sono straordinariamente bravi, ma posso dirvi solo i nomi, vista la precarietà del programma di sala. Eccoli: Claudio Bertolino, Giorgio Richetta, Micol Veglia, Viola Cappelli, Irene Chiarle, Federica Vaccaro. Perché non farli conoscere prima o durante lo spettacolo per far uscire l’artista dall’anonimato ed attribuirgli il giusto merito?
Le luci hanno avuto un ruolo importante, i giochi e gli intrecci luminosi prodotti dalle teste rotanti dislocate in punti strategici hanno creato le atmosfere, tuttavia il magico fascio di luce verde smeraldo, proiettato dal fondale verso il fondo della sala in apertura di spettacolo per dirigere l’attenzione degli spettatori verso gli artisti che nel buio entravano dalla platea con palle luminose in mano, lasciava presagire una maggior ricchezza di giochi luminosi.
La musica aveva caratteri diversi secondo le situazioni.
La compagnia nata nel 2001 ha collezionato straordinari successi in tutto il mondo. Tra tutti la Cerimonia di Chiusura dei Giochi Olimpici di Torino e la Cerimonia di Inaugurazione dello stadio olimpico di Kiev per gli Europei di Calcio 2012.